CARTOLINE DA MOSCA

Come una fiera del già visto, la Russia del 2010. A cominciare dallo spirito dei tempi, che di giorno in giorno si configura sempre più secondo la formula apparsa sulla stampa intorno al 2006 «ortodossia, autarchia, redditività», parafrasi parodistica della triade «ortodossia, autarchia, nazionalità» che a suo tempo, nel 1833, il ministro dell’istruzione Uvarov sciorinò come i valori guida della Russia zarista. Cocktail quindi di pruriti reazionari di stampo ortodosso, neonazionalismo emerso dalla psiche collettiva affetta da sindrome post-imperialista con tutti i traumi, i complessi e le patologie del caso, e da un concentrato di consumismo avanzato, nevrotica compensazione delle privazioni sofferte in epoca sovietica.
Con la differenza che è cambiata, poco prima delle ultime elezioni (quelle presidenziali prima, quelle della Duma poi), la rappresentazione che danno i media e la cultura ufficiale, e quindi il potere che li controlla, della terza componente, cioè di quel fenomeno che va sotto il doppio nome di gljanec, il mondo del patinato legato all’immaginario prodotto dalle riviste di moda, e di glamùr, pronunciato alla russa.
Vincenti e perdenti
A elevare il lusso russo a materia letteraria ci aveva pensato nel 2005 Oksana Robski che con il suo primo romanzo Casual (uscito l’anno scorso in italiano da Mondadori sotto il titolo Nessun rimorso) aveva sancito il mito della Rublëvka, l’oasi della ricca borghesia a pochi chilometri da Mosca. Più tardi Viktor Pelevin, nella sua raccolta di novelle P5 (2008), ha rilevato i primi segnali del cambiamento: immagina che sotto la Rublëvka venga allestito un bordello d’élite con tanto di cariatidi viventi e canterine. Uno degli organizzatori del progetto spiega alle ragazze reclutate il motivo della segretezza dell’operazione: «Ci stiamo lavorando per bene l’opinione pubblica. Si sta affermando il punto di vista che nel sistema di valori dell’oligarca contemporaneo al primo posto ci sia la famiglia, al secondo l’istruzione dei figli all’estero, al terzo gli ideali della chiesa ortodossa, e che la trasgressione non sia più di moda».
Nel 2006 il poeta Lev Rubinstejn aveva ravvisato nel glamùr la nuova ideologia della società russa. Nello stesso anno, a Londra, nell’ambito della nona edizione del Russian Economic Forum si era tenuta una conferenza sul tema Il lusso come idea nazionale, perché «intorno agli anni 2006-2007 il consumo, a tutti i livelli della società russa, è stato il contenuto principale della vita delle persone»: a sostenerlo è Nikolaj Uskov, direttore in Russia della rivista «GQ», organizzatore della tavola rotonda, apostolo del glamùr e autore del «fashion-thriller» Collezione invernale di morte (2008). Dio è morto, Marx pure. Rimane l’edonismo individualista in base al quale si contemplano soltanto due fazioni: quella dei winners e dei losers, vincenti e perdenti, fighi e sfigati, chi ha (e sta con) il potere e chi no. Personificazione del lusso come idea nazionale è, manco a dirlo, Vladimir Putin. Con uno dei suoi Patek Philippe al polso.
Il glamùr assomiglia a un enorme contenitore vuoto da riempire di giocattoli a piacimento, confezione lussuosa che riveste, rendendoli appetibili, i materiali mitologici più disparati. Utile per un potere che ci tiene a mantenere alta la temperatura del consenso popolare già consolidato a suo tempo con metodi più brutali (vedi l’ondata di patriottismo che ha scatenato l’inizio della seconda guerra cecena). Che il popolo sia fanatico ortodosso o nostalgico comunista poco importa, l’obiettivo è far sì che persino i perdenti di fatto si sentano vincenti nell’animo. Convinti di appartenere a un Paese che, come declama uno slogan familiare anche all’orecchio italiano, «pur in ginocchio, sa risollevarsi». Rialzati, Russia!
Ma a un certo punto il potere deve essersi accorto che dopo la stordente sensazione di orgoglio nazionalista scaturita dai successi su scala mondiale degli esponenti della Russia più in vista (dalla megalomania degli oligarchi alla vincita del cantante Dima Bilan all’Eurovision Song Contest), nelle masse sopraggiungeva il doposbornia. Con relativo senso di frustazione che alimentava una montante e mai sopita invidia sociale.
Il male, il bene, la grana
La reazione al glamùr è stata la tendenza dell’antiglamùr su larga scala, con il bestseller Duchless (2006) di Sergej Minaev in vetta alle classifiche. Tendenza che il potere ha tempestivamente raccolto: l’idea è piaciuta a Vladislav Surkov, che ne ha fatto un nuovo seducente contenitore di mitologie per umiliati e offesi. Un tempo a capo delle relazioni pubbliche per l’oligarca Michail Chodorkovskij e paroliere del gruppo rock Agatha Christie, oggi Surkov è il numero due dello staff del presidente, l’ideologo del Cremlino e del movimento giovanile filoputiniano «Nasi» (i «Nostri»). Per molti, l’eminenza grigia della politica russa. Sarebbe stato lui a assoldare Minaev commissionandogli i romanzi Media Sapiens 1 e 2 (2007) per discreditare l’opposizione. Nel 2009 Minaev ha pubblicato R.A.B., «romanzo anticrisi» dedicato al cosiddetto plancton aziendale, la classe degli impiegati manipolata dalle grandi aziende. La stessa manipolazione è alla base del consumismo come lo tratteggia, discettando intorno al libero arbitrio, un personaggio di t, l’ultimo romanzo di Viktor Pelevin, uscito pochi mesi fa: «se io volessi chiedere un prestito al 12% per comprarmi una Mazda 8 per poi starmene bloccato nel traffico puzzolente a fissare un cartellone che pubblicizza la Mazda 9, sarebbe per un mio capriccio?».
Infatti a confermare gli umori antiglamùr nel frattempo è giunta pure la crisi. Che ha scatenato la moda tra i potenti e la necessità per i meno abbienti di una nuova morigeratezza. E, quasi a mo’ di giustificazione filosofica, si è cominciato a parlare di rinascita spirituale.
Parentesi folclorica: breve storia della metafisica russa. Al principio – veicolata dalla grande letteratura ottocentesca prima e dal realismo socialista poi – c’era la formula di matrice cristiano-occidentale «il bene trionfa sul male». Dagli anni Novanta, e più precisamente intorno al 1996, quando E’lcin con l’appoggio degli oligarchi ha vinto sul comunista Zjuganov, il fondamento metafisico è stato sostituito dal credo capitalista: «La grana trionfa sul male». Poi, negli ultimi tempi, l’apparente conversione: «Il bene trionfa sempre sulla grana» (visto scritto su una maglietta).
L’élite del paese parla meno di glamùr: ambisce a elevarsi culturalmente e farsi nuovo custode dei valori tradizionali. Il «semidio» Abramovic, oltre alle barche, da qualche tempo si è messo ad acquistare opere d’arte contemporanea con la consulenza della compagna, l’ex modella Dasa Zhukova che ha lanciato tra le giovani signore dell’upper middle class moscovita, le mogli di oligarchi già autoqualificatesi designer dai primi anni dell’era putiniana, la moda dell’educazione artistica.
Atteggiamenti nostalgici
Nella stessa prospettiva, quella di una classe dirigente impegnata a costruirsi una legittimazione intellettuale e a diventare cultura dominante, è da leggere l’assembramento di nomi illustri intorno a «Russkij pioner», rivista fondata da Andrej Kolesnikov, giornalista accreditato presso il Cremlino. Pëtr Aven, per esempio, presidente dell’Al’fa-bank, su «Russkij pioner» si è improvvisato recensore criticando San’ka, il primo romanzo di Zachar Prilepin. L’autore del romanzo ha replicato in articoli e interviste. La critica al sistema mossa da Prilepin e da altri giovani scrittori come Michail Elizarov, che partono da posizioni autenticamente antiglamùr, rischia però di essere compromessa da un atteggiamento nostalgico, troppo indulgente nei confronti del passato sovietico.
Sempre su «Russkij pioner» alla fine dell’estate del 2009 è uscito Vicino allo zero , diventato immediatamente un caso letterario. Non tanto per il romanzo in sé, storia scritta bene d’amore letteratura e criminalità nella Mosca contemporanea, quanto per la paternità. Dietro lo pseudonimo di Natan Dubovickij, infatti, si nasconderebbe ancora lui, Vladislav Surkov. Alte personalità della cultura tipo Michalkov, guarda caso, il romanzo l’hanno trovato geniale.
Gli intellettuali che vogliono restare nel giro ricercano spasmodicamente, come un tempo, l’appoggio del potere. Il premier Vladimir Putin ha invitato al suo compleanno (7 ottobre) alcuni scrittori, scelti, evidentemente, perché secondo il Cremlino più rappresentativi. Fra tutti, Valentin Rasputin ha levato il calice augurando al festeggiato ogni bene: «Il Suo Bene è il Bene del Paese. Vale a dire, il Bene di noi tutti».
La nuova cultura ufficiale, in armonia con il popolo, ha i suoi eroi, per niente nuovi. È sintomatico che un film come Zar’ (2009) di Pavel Lounguine, dedicato alla figura di Ivan il Terribile, abbia sollevato un polverone tra coloro che difendono le virtù della tirannia. L’altro eroe, Stalin, incarna tuttora l’unico motivo di orgoglio condiviso dalla collettività: la vittoria sul nazismo è usata come giustificazione dello stalinismo. Nel 2008 i primi risultati del sondaggio «Il nome della Russia» avevano indicato proprio lui come rappresentante dell’identità nazionale.
Accuse di russofobia
E staliniano è anche l’alito che spira su vicende come quella riguardante il proprietario di una «spiedineria» da sempre conosciuta dai moscoviti come «Antisovietica» perché situata di fronte all’albergo «Sovietico». Dopo aver ufficializzato il nome con un’insegna all’entrata, è stato costretto a toglierla nell’autunno scorso in seguito a pressioni da parte di ex veterani in pensione. Aleksandr Podrabinek, giornalista che ha scritto un articolo in difesa della «spiedineria» e di altri veterani, quelli che si sono battuti contro il regime sovietico, è stato minacciato dai militanti di «Nasi». E di ispirazione staliniana pare anche la furia censoria con cui il Movimento contro l’immigrazione clandestina prima (marzo 2009) e un manipolo di docenti della facoltà di Lettere dell’università di Mosca poi (settembre 2009) si sono scagliati contro un libro uscito in Russia dieci anni fa, l’Enciclopedia dell’anima russa di Viktor Erofeev. La magistratura si sta occupando del caso. L’accusa che ricorre in entrambi gli attacchi: russofobia.
Il solco tra cultura ufficiale e non ufficiale si fa di nuovo profondo. La fondamentale conquista dell’epoca putiniana rispetto a quella sovietica, cioè, a detta di Viktor Erofeev, quella di una vita privata senza intrusioni da parte del potere, diventa anche l’unica dimensione in cui sia possibile la libertà di espressione. Torna l’underground. Il 20 dicembre, data in cui si festeggia la giornata dei funzionari dell’ex Kgb, nello scantinato di un palazzo in pieno centro è stata organizzata una goliardica performance letteraria dedicata al romanzo di Vladimir Sorokin La giornata di un opricnik (2006), la più potente antiutopia sulla Russia degli ultimi anni. Il film Rossija-88 (2009) di Pavel Bardin sui neonazisti russi, pur avendo ottenuto un riconoscimento al festival di Berlino, non è mai uscito nelle sale: non resta che scaricarlo da internet.
Tra blog e riviste patinate
Oltre ai luoghi tradizionalmente deputati agli eventi culturali non ufficiali, come gli appartamenti durante la stagnazione brezhneviana, oggi esiste il web. È sui blog, oltre che su alcune riviste patinate (esemplare il carteggio Chodorkovskij-Akunin, uscito su «Esquire» l’anno scorso), che si possono leggere le cose migliori degli scrittori contemporanei. E solo in opere relegate al margine del mainstream è possibile incontrare barlumi di autocoscienza. In Europa-Asia, ultimo film ancora in attesa di un distributore del regista da poco scomparso Ivan Dychovicnyj, Ksenija Sobcak, icona del glamùr, si presta a interpretare se stessa. Il monologo finale della Sobcak al telefono con la madre assomiglia a un’ironica e impietosa diagnosi della cosiddetta anima russa: «Ma quali maniaci, mamma, sono io una maniaca, e anche tu! Qui siamo tutti maniaci, te lo dico io! Di noi c’è d’aver paura, di tutti noi, mica noi degli altri!».

Marco Dinelli

Il Manifesto

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Una Risposta to “CARTOLINE DA MOSCA”

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