Mehdi Khalaji ci racconta l’arresto del padre ayatollah

In Iran non esistono più intoccabili. Il 12 gennaio quattro agenti del ministero dell’Intelligence hanno fatto irruzione nella casa dell’ayatollah Mohammed Taqi Khalaji a Qom e lo hanno arrestato. Vicino alle posizioni dei grandi ayatollah Montazeri e Sanaei e all’ex presidente Mohammed Khatami, Khalaji ha vissuto da protagonista la rivoluzione del 1979. “Agitatore di folle”, ospite frequente delle prigioni dello scià, Khalaji è stato un fedele interprete del verbo khomeinista. Il giorno del gran ritorno dell’imam a Qom fu lui ad accoglierlo in trionfo a nome della cittadinanza. Oratore carismatico, Khalaji non ha mai ricoperto incarichi pubblici. In questi mesi ha spesso invocato clemenza nei confronti dei manifestanti e considerazione per le loro istanze.

In un discorso alla vigilia dell’ashura, ha invitato al pentimento la Guida suprema, Ali Khamenei, e il presidente, Mahmoud Ahmadinejad. Ma Khalaji sconta anche il fatto di essere il padre di Mehdi Khalaji, già seminarista a Qom e ora brillante analista del Washington Institute for Near East Policy, uno dei think tank finiti sulla lunga lista di proscrizione del regime. Più volte minacciato, Khalaji dice al Foglio di essere consapevole che l’arresto del padre rappresenta uno smaccato ricatto: “A mio padre è spesso stato intimato di richiamarmi in patria. Un viaggio di sola andata”. Proprio per vedere il figlio l’ayatollah Khalaji aveva programmato una trasferta a Dubai e di lì negli Stati Uniti. “I biglietti – racconta Mehdi Khalaji – erano già pronti. Sono stati sequestrati insieme ai libri, alle lettere, al computer, al ricevitore satellitare e ai passaporti dei miei congiunti, incluso quello di mia figlia che è soltanto una ragazzina”. Per 24 ore alla famiglia è stata negata qualsiasi notizia. “Ieri la Corte speciale per il clero (un tribunale che non ammette avvocati, ndr) ha concesso un’unica comunicazione: mio padre è stato trasferito a Teheran. Una pessima novità, se avessero voluto rilasciarlo in tempi brevi lo avrebbero trattenuto a Qom”. Nessun religioso che critica il sistema è al sicuro. “Hanno paura. Vogliono costringere al silenzio tutte le voci che non si uniformano al pensiero di Khamenei, impedire che qualcuno rimpiazzi Montazeri, evitare che il regime sia delegittimato non tanto da una prospettiva laica ma islamica”. Secondo Khalaji, queste tattiche porteranno alla disfatta il regime. Offendere la popolazione più osservante è una strategia suicida. Arrestare ayatollah e teologi non farà che aumentarne la popolarità, “ma al vertice non sono più in grado di ragionare sugli effetti a lungo termine delle loro azioni, non pensano alle conseguenze come fossero stati inconsapevolmente morsi dal morbo dell’autodistruzione”. Nell’establishment nessuno può dormire sonni tranquilli. Ieri il funerale del fisico Massoud Ali Mohammadi si è trasformato in un confronto tesissimo tra fedeli di Khamenei e manifestanti dell’opposizione. Nel frattempo la comunità internazionale si ritrova alle prese con l’annoso capitolo sanzioni. Una riunione dei 5 più 1 è in calendario il 16 gennaio. Ma secondo The Politico è probabile che la Cina, dopo aver fatto saltare i colloqui di dicembre, faccia saltare anche il tavolo di New York. La premessa forse a una ritirata dai 5 + 1 e, comunque, a posizioni ancora più nette contro le sanzioni.

Da “Il Foglio”

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