Nigeria, questione d’onore e di religione

Il fallito attentato di Natale sul volo Delta Amsterdam-Detroit, ha spostato l’attenzione dei media e dell’intelligence sullo Yemen, ma anche sulla Nigeria. Se nella penisola arabica, il governo di Sana’a ha dei buoni motivi di sentirsi addosso lo sguardo d’occidente per sconfiggere i nemici comuni, lo stesso non avviene nel paese africano dove non è stata accettata di buon grado la decisione della Us Transportation Security di inserire anche la Nigeria nella lista dei 14 Stati i cui cittadini saranno sottoposti a controlli particolari in caso di visita negli Usa.

La ‘Mutallabizzazione’. In Nigeria, come in nessun’altra parte del mondo, lo scontro religioso tra musulmani e cristiani è sempre pronto a esplodere. Con una popolazione di 150 milioni di abitanti, 400 etnie e lingue differenti, la nazione sub sahariana è spaccata a metà: a nord, i dodici stati federali in cui vige la Sharia, a sud la maggioranza cristiana che nulla vuole avere a che fare con i “fratelli” musulmani. Subito dopo il fallito attentato, i cristiani hanno preso immediatamente le distanze e si oppongono fermamente alla “Mutallabizazione” della Nigeria da parte dell’Occidente. “Noi non c’entriamo nulla con gli Hausa Fulani (ndr l’etnia di cui farebbe parte l’attentatore Farouk Abdul Mutallab): sono una razza bastarda mischiata con quella araba. Terrorizzano il mondo, ritengono l’educazione peccaminosa e odiano la civilizzazione. Mi meraviglio che facciano ancora parte della razza umana”, scrive un blogger sul suo diario in internet.

Scontro di religioni. L’odio tra cristiani e musulmani non si è mai sopito e in una guerra intermittente e sotterranea le vittime hanno superato la decina di migliaia. Non esiste un fronte in cui ci si combatte, ma gli episodi di violenza si sono registrati, in passato, in ogni dove: i cristiani si sono dimostrati brutali carnefici in diversi episodi di uccisioni di musulmani nella capitale Lagos per poi trasformarsi in vittime a Kano, nel nord musulmano. La percentuale più alta di incidenti si riscontra però nella cosiddetta Middle Belt, la striscia di terra compresa tra l’ottavo e il dodicesimo parallelo Nord. Secondo il settimanale tedesco Spiegel, Jos la capitale dello stato Palteau, a maggioranza cristiana, sarebbe nel mirino dei musulmani sempre pronti a un’espansione verso sud. Già in passato, la popolosa città è stata scenario di cruenti azioni compiute da entrambe le fazioni religiose: interi quartieri sono stati dati alle fiamme e nel 2001 i musulmani incendiarono il grande mercato coperto di Katako, nel centro della città, dove trovavano posto oltre 5 mila banchi. Nelle settimane a seguire si contarono più di mille morti, rimasti uccisi in una “guerriglia” di religione.

Il Paese deve rimanere unito. I musulmani moderati che cercano di sfuggire a situazioni radicali instauratesi nel nord del paese non hanno molte chance. La legge nigeriana, infatti, marca pesantemente la differenza tra i residenti originari di una città e i “nuovi arrivati” che difficilmente riescono a inserirsi nella vita pubblica di uno stato governato dai cristiani. Il risultato è che i cristiani si sentono costantemente minacciati, mentre i musulmani sempre più emarginati. E l’isolamento, si sa, facilmente si traduce in terreno fertile per gli estremismi e la radicalizzazione. Un esempio pratico è rappresentato dalle azioni della setta Boko Haram, letteralmente “l’istruzione è peccato” nel nord est del paese e nella città di Maiduguri dove, in diverse occasioni, l’esercito si è trovato a dover fronteggiare le milizie islamiche. 
Fin quando in Nigeria c’era il comando della dittatura militare, qualsiasi tentativo di prevaricazione di una parte sull’altra, veniva represso violentemente dal regime che aveva interesse a mantenere unita la nazione più popolosa dell’Africa. Successivamente, la nuova Costituzione democratica è stata riempita di escamotage per garantire una stabilità e un equilibrio tra musulmani e cristiani, come l’alternanza ogni due mandati presidenziali. Ma ciò non è bastato e non basterà mantenere in carica Umaru Yar’Adua, malato da tempo, per evitare una guerra di successione.

Segnali di guerra. Padre James Wuye, una volta leader delle feroci milizie cristiane nell’aerea di Kaduna e adesso pacifista convinto, ritiene che lo scontro sia inevitabile: “Stanno giocando al gatto e al topo”, dice Wuye allo Spiegel. Lo scorso novembre a Jos sono morte 700 persone. Il 28 dicembre a Baluchi, città dalla quale gli abitanti di Jos temono la “calata” dei musulmani, negli scontri tra milizie islamiche e forze di sicurezza i morti sono stati 38. E se il conflitto religioso dovesse espandersi su larga scala, l’onta di essere stati inseriti nella lista dei 14 sarebbe solo un problema marginale. 

Nicola Sessa

Peacereport

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