Francesco Lo Savio: forza e fragilità di un’utopia

Una mostra a Madrid dedicata all’anticipatore della Minimal Art. Un artista quasi dimenticato in patria

Roberto Gramiccia
Se è vero – come si dice – che i giovani strappati alla vita sono cari agli dei, è altrettanto vero che morire giovani è una fregatura. In arte, tuttavia, questa triste circostanza a volte non basta ad impedire ai grandi talenti di contribuire a “fare la storia” nonostante la brevità della propria esistenza. Capitò a Raffaello e a Modigliani. Capitò a Gino Bonichi, detto Scipione. E, più vicini a noi, capitò a Yves Klein, Piero Manzoni, Pino Pascali e a Francesco Lo Savio.
Fu Lo Savio il più gradito agli dei. Perché morì (purtroppo) più giovane di tutti gli altri. Appena ventotto anni, infatti, aveva quando si tolse la vita a Marsiglia, lontano dalla città dove era nato (Roma). Lo Savio fu attivo dal ’59 al ’63. Ma il poco tempo che ebbe a disposizione gli fu sufficiente per esprimere un tasso di originalità e di spirito d’avanguardia che non ha confronti con quello dimostrato dalla gran parte dei suoi contemporanei, ove si escluda, in Italia – crediamo ragionevolmente – soltanto Piero Manzoni e Pino Pascali.
Il Centro Reina Sofia di Madrid ha reso omaggio a questo grande nostro artista, con una mostra ricapitolativa che ha raccolto l’ottanta per cento della sua intera produzione. Curata da Daniel Soutif, questa esposizione fondamentale appena conclusasi, ha dimostrato due cose almeno. La prima è il riconoscimento europeo del valore massimo e anticipatore di questo giovane e inquieto personaggio. La seconda è il ritardo imperdonabile che il nostro paese dimostra quasi regolarmente nel riconoscere la caratura di grandi artisti troppo presto dimenticati o addirittura proprio mai ricordati. La mostra su Lo Savio fornisce quindi uno spunto di riflessione che non è lecito lasciarsi sfuggire.
Perchè mai nessun museo italiano o, ancora meglio, romano ha mai dedicato una mostra a questo artista? Perché mai la politica espositiva, decisa dalle centrali che controllano il nostro sistema dell’arte, è così sensibile alle sollecitazioni della moda e del mercato e così sorda a quelle espresse da valori ormai storicizzati e riconosciuti internazionalmente, quando essi non siano al centro di interessi consolidati? Azzardiamo l’ipotesi che in presenza di una produzione di altissimo livello ma di proporzioni ridotte imposte dal poco tempo avuto a disposizione, come nel caso di Lo Savio, non esistano i margini economici e speculativi necessari, oggi, per creare i presupposti di un interesse concreto e produttivo.
Una ben triste spiegazione, resa ancora più triste dal fatto che in paesi diversi dal nostro, evidentemente, queste ragioni sono meno stringenti e asfissianti. La Spagna, infatti, nel più prestigioso dei suoi musei, ha avuto la sensibilità e il coraggio di dedicare ad un artista straniero e pochissimo sostenuto, scomparso a soli 28 anni, una importante retrospettiva. Onore alla Spagna quindi! E necessità di una seria riflessione autocritica per l’Italia, paese nel quale, con tutta evidenza, in assenza di motivazioni affaristiche non c’è spazio e non c’è storia per nessuno.
L’unica esposizione significativa riservata a Francesco Lo Savio, infatti, fu quella di sei anni fa al Pecci di Prato, per di più non in esclusiva ma accanto a Domenico Gnoli. Una sola mostra in coppia con un altro artista precocemente scomparso. Poi, più nulla.
Del resto si tratta dell’ennesima dimostrazione di un conformismo miope che ha dato prova di sé un’infinità di volte, ispirando una politica espositiva che nel nostro paese penalizza prima di tutto quelle punte di isolata eccellenza che hanno contraddistinto la nostra storia recente. Colpa evidentemente, prima di tutto, di istituzioni che sono raramente all’altezza della situazione. Ma colpa anche di una intellettualità diffusa troppo spesso acquiescente, interessata ad altro e poco interessata a reagire all’oblio coatto che avvolge grandi personaggi dell’arte, italiani e non che hanno il “demerito” di non essere al centro del business.
E’ il caso di Francesco Lo Savio, appunto, che ebbe il non trascurabile merito di anticipare la Minimal Art, proprio mentre nel mondo esplodeva il più antiminimale dei fenomeni artistici: quello della Pop internazionale. Mentre la Pop celebrava i fasti del consumo, Lo Savio si bruciava letteralmente la vita (curiosa l’analogia, in altri ambito, con il caso di Luigi Tenco, morto suicida nel ’67) nel tentativo di tenere aperta la pratica di una investigazione di avanguardia. Quella Avanguardia il cui spirito era stato espresso al massimo dalle esperienze di Mondrian, di Malevic e della Bauhaus, alle quali Lo Savio si richiamava senza contentarsi di imitarla, in questo interpretandone lo spirito più profondo.
Sarà solo del ’66 la grande mostra di New York – Strutture primarie – che sancì la reazione più energica al pittoricismo informale e al figurativismo di massa della pop, inaugurando la Minimal Art ufficiale e internazionale. Ma Francesco Lo Savio era morto tre anni prima e la sua produzione, anche se pochissimo conosciuta e per nulla promossa, in netto anticipo su tutti, aveva messo già al bando qualsiasi retaggio postromantico per affermare le ragioni fondamentali e autonome del valore della luce, del colore, della forma e dello spazio viste nella loro reciproca relazione e in relazione – ancora – con la società e le forme della sua organizzazione. Di questa organizzazione, l’architettura era la forma evoluta di suddivisione e distribuzione dello spazio pubblico a cui Lo Savio era particolarmente interessato e che rappresentava uno dei poli irrinunciabili delle sue creazioni e dei suoi progetti.
E’ così gli esempi di cui la mostra di Madrid è stata prodiga: i Filtri e i dipinti Spazio-Luce (’59-60), i Metalli (’60) e le prove di Articolazione totale dimostrano ampiamente la radicalità delle scelte di Lo Savio, il quale, senza tradire la tradizione classica delle Avanguardie, riesce a riformulare le nozioni stesse di spazio e di luce in grado di sussumere e integrare pittura, scultura, design e architettura.
Il fratello di Lo Savio era Tano Festa, artista pure lui, anche se i due usavano nomi diversi. Diversi furono anche per la natura dell’ opera e il temperamento. C’è chi dice che Tano non si sia mai più ripreso dalla morte del fratello e che ciò abbia avuto molto a che vedere con la patogenesi dei suoi vizi, della sua costante incazzatura e della sua morte di autolesionista cronico. Quello che è certo è che Lo Savio, più ancora del fratello che come lui con la critica non ebbe un rapporto sereno, soffrì molto di un isolamento e di una incomprensione generale, probabilmente legata al fatto che ai suoi tempi lui era “troppo avanti”. Oggi, dopo quasi cinquanta anni, continuiamo a restare indietro rispetto a lui. Incomprensibilmente. Altrimenti questa mostra sarebbe stata fatta a Roma.

Liberazione

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2 Risposte to “Francesco Lo Savio: forza e fragilità di un’utopia”

  1. Walter candeloro Says:

    Ho visto una mostra di Lo Savio nei primi anni settanta a Pescara, in una piccola galleria gestita da ragazzi (ero ragazzo anch’io) e mi lasciò impressionato. Da allora non ho più dimenticato il suo nome. C’è nelle sue opere un senso della ricerca della “verità” che nessun filosofo potrà mai teorizzare. Ciao a tutti Walter

  2. Virgilio Milana De Marchi Says:

    Ho 80 anni, dai 16 anni in poi campo di pittura, scultura, foto/cine, gioielli, ecc. … Ho conoscito Francesco Lo Savio nel 1960 circa, ho questionato con lui molto vivacemente… ho rivisto una sua opera – un grande pannello grigio con davanti un foglio di pespex, al Palazzo delle Esposizioni di Roma – mi dispiace moltissimo della sua fine, ma continuerei
    a questionare perché non capisco la sua arte !!!
    Chi me la può spiegare, grazie.

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