Stragi d’Italia. La memoria di un cittadino di serie B

CHIARA BERIA DI ARGENTINE
Certi giorni mi sento un cittadino di serie B. Non ho neanche il diritto -ammesso che lo avessi voluto- di perdonare i colpevoli». Brescia, via Crispi 2. Nel suo studio al secondo piano della palazzina, sede della «Casa della Memoria», fondata nel 2000 dall’Associazione dei familiari uccisi nella strage di piazza della Loggia (28 maggio 1974, 8 morti, 105 feriti) il presidente Manlio Milani che, quel tragico giorno, vide il corpo straziato della giovane moglie, Livia Bottardi, un’insegnante di 32 anni e di alcuni suoi carissimi amici, cede solo per un attimo alla commozione. «Avevamo grandi progetti. Livia voleva andare a insegnare per un periodo in Sud America; io, operaio all’azienda elettrica, volevo prendere un’aspettativa e seguirla». Un’altra vita, altre speranze, un’altra Italia.

Trentasei anni dopo mentre a Roma si discute di «processo breve», di maggiori diritti della difesa e -ultimo must- della sentenza 333 della Consulta (riapertura dei termini in caso di nuove contestazioni del pm) scritta a dicembre dal giudice Giuseppe Frigo, l’avvocato bresciano che- curioso contrappasso- è stato per anni nel collegio di parte civile nei vari gradi di giudizio (tutti conclusi senza condanne) sulla strage, a Brescia la ricerca della giustizia sembra non avere mai fine. Quale diritti hanno le vittime? Sono 5 gli imputati nel dibattimento di 1° grado in Corte d’Assise della quinta istruttoria su piazza della Loggia. Iniziato nel novembre 2008 al processo, giovedì, è andata in scena l’udienza numero 87: l’interrogatorio del teste Giusva Fioravanti, ex terrorista dei Nar.

«Processo ai fantasmi? Non certo per colpa dei magistrati. Altro che fannulloni!», accusa Milani. «La verità è che ci sono state troppe interferenze di uomini degli apparati dello Stato. Hanno fatto in modo che non si arrivasse alla verità». Black-out. Trentasei anni dopo l’uomo che non ha mai smesso di cercare il perchè di quelle morti («Non per spirito di vendetta ma per la consapevolezza che se ciò che è accaduto non viene svelato e ricordato diventa un macigno ricattatorio sulla vita politica e istituzionale») e va nelle scuole a testimoniare il valore della vita e della tolleranza ha chiesto finora invano («A cosa serve il servizio pubblico?») che non scenda il silenzio sul processo di Brescia, il solo e l’ultimo che potrebbe aprire qualche squarcio di verità sulle stragi. Abbasso la Rai, Viva i detenuti. Così, udienza dopo udienza, un insegnante ora pensionato ha videoregistrato tutto il dibattimento: 400 videocassette destinate all’archivio sempre più prezioso della «Casa della Memoria», la più appassionata e struggente casa d’Italia. Non solo. Manlio Milani, 71 anni, allora fervente militante comunista ora assai tiepido con il Pd, mostra una scatoletta. «Questa memory card», spiega, «contiene un milione di carte».

Sono tutti gli atti sulle stragi di piazza della Loggia, di piazza Fontana e alla Questura di Milano messi sul web dai detenuti della cooperativa Labor del carcere di Cremona con il progetto Digit&Work del giudice Pierpaolo Beluzzi e del ministero di Giustizia. Trasparenza degli atti, memoria condivisa. Grazie all’ottimo lavoro dei detenuti sul sito dell’Associazione (www.28maggio74.brescia.it) si può seguire il troppo dimenticato processo di Brescia. A dicembre, in questa Italia tanto divisa e contraddittoria, Manlio Milani era sul palco del 40° anniversario di piazza Fontana violato dalle contestazioni. «Fischiavano senza sapere», dice indignato. «Liberiamo la memoria. Dopo la strage per 3 giorni Brescia fu autogestita da un servizio d’ordine di soli cittadini e operai. Un messaggio esplicito: a prescindere da chi le rappresenta le istituzioni democratiche siamo noi. Le abbiamo conquistate a duro prezzo, vogliamo difenderle fino in fondo».

La Stampa

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