Un continente di fosse comuni

Nel libro “Fucilateli tutti” padre Patrick Desbois ricostruisce la storia delle stragi di ebrei sul fronte orientale

di Stas’ Gawronski
Il 22 giugno 1941 il Terzo Reich invade l’Unione Sovietica e nelle retrovie delle armate lanciate da Hitler alla conquista di Mosca e Stalingrado le Einsatzgruppen di Reinhard Heydrich avviano l’assassinio sistematico degli ebrei. La “soluzione finale” diventa operativa prima ancora che ad Auschwitz inizi lo sterminio su scala industriale attraverso il gas zyklon b. La Shoah nei territori occupati dalla Wermacht durante l’operazione “Barbarossa” avviene attraverso fucilazioni di massa. I tedeschi rastrellano città, villaggi e campagne trascinando gli ebrei dentro boschi e avvallamenti dove vengono costretti a scavare delle fosse, a spogliarsi e ad allinearsi sull’orlo della buca o a sdraiarsi sui cadaveri di coloro che li hanno preceduti:  uomini, donne, vecchi e bambini vengono uccisi con un colpo alla testa o con una sventagliata di mitragliatrice. L’omicidio non è causato dall’automatismo della camera a gas, c’è un rapporto diretto tra l’uomo che preme il grilletto e l’uomo che viene assassinato. Le fucilazioni avvengono in pubblico per giorni interi, c’è chi si limita a guardare e chi collabora indirettamente all’assassinio. Spesso per scavare o ricoprire di terra le fosse, raccogliere i vestiti degli ebrei, strappare i denti d’oro, bruciare i corpi o addirittura pigiare i cadaveri per consentire alla fossa di contenerne un maggior numero, le SS precettano adolescenti del luogo o si servono di prigionieri di guerra. Tra questi c’è il soldato francese Claudius Desbois che molti anni dopo la fine della guerra non trova parole per raccontare a suo nipote Patrick ciò che ha visto nel villaggio ucraino di Rava-Rus’ka. Questo nome che racchiude un doloroso e inaccessibile segreto familiare diventerà per Patrick Desbois, ordinato sacerdote a Lione nel 1986 all’età di 31 anni, il punto di partenza per sbrogliare la terrificante matassa della “soluzione finale” nei territori della ex Unione Sovietica.

 Dalla sua prima visita a Rava-Rus’ka nel 2002 sulle tracce della prigionia di suo nonno e dei 1.200 ebrei trucidati dai nazisti, padre Desbois non ha smesso di attraversare l’Ucraina e la Russia bianca per ricostruire il paesaggio dell’orrore. Le stime più attendibili parlano di 1,5 milioni di morti, ma le scoperte del sacerdote francese sembrano confermare le valutazioni di coloro che parlano di almeno 2,5 milioni di vittime. La dimensione della tragedia è tuttora incerta perché l’annientamento degli ebrei sul fronte orientale è stato poco approfondito a causa del velo di omertà calato dalle autorità sovietiche fino alla caduta della cortina di ferro. L’ideologia comunista ha sempre negato l’esistenza dello sterminio degli ebrei, assimilando le vittime della Shoah agli altri caduti nel conflitto con la Germania. Inoltre per 40 anni gli studiosi occidentali non hanno avuto accesso alla vasta documentazione sottratta dall’Armata Rossa ai tedeschi nonché ai verbali delle stesse commissioni d’inchiesta sovietiche. Oggi Patrick Desbois è considerato il più grande esperto in materia, grazie al suo meticoloso lavoro di archeologia storica volto a individuare i siti di sterminio, a raccogliere le testimonianze di coloro che da bambini hanno assistito alle fucilazioni, a ricostruire la tragica trama di ogni eccidio.
La storia di questa straordinaria avventura è raccontata in Porteurs de memoires:  Sur le traces de la Shoah par balles – intitolato Fucilateli tutti! nell’edizione italiana (Venezia, Marsilio, 2009, pagine 288, euro 19,50) – un libro in cui il sacerdote francese alterna la propria voce a quella di alcuni testimoni esemplari tra i centinaia intervistati dall’équipe che lo accompagna lungo le strade fangose del “continente di fosse comuni”. Prima di calarsi nell’abisso di questa faccia così poco conosciuta dello sterminio nazista, padre Desbois ha studiato approfonditamente la cultura ebraica e la Shoah, partecipando anche a momenti di formazione organizzati dai ricercatori del memoriale Yad Vashem. Ma il lavoro sul campo sarebbe impossibile senza la collaborazione umana e professionale di altre persone con specifiche competenze:  traduttori, esperti di balistica, archivisti mossi dalla stessa sete di verità che col tempo sono diventati fedeli compagni di viaggio di Desbois:  “Sanno girare un film, redigere una nota storica, guidare un camion, individuare i bossoli. Tra di noi vi è anche il legame della fede, fede in Dio per taluni, per altri la convinzione che al centro della nostra comune ricerca vi sia qualcosa di sacro a cui va il nostro rispetto”.
Insieme hanno affinato il metodo di indagine, l’approccio migliore per raccogliere le testimonianze. La memoria del genocidio è viva presso la gente semplice, anche se molte persone ne parlano per la prima volta. Pronto ad ascoltare l’indicibile, il sacerdote accompagna il testimone passo dopo passo nel recupero di ricordi dolorosi; spesso si lascia portare nel luogo in cui il bambino di allora ha assistito alla strage o ha visto nei giorni successivi la fossa muoversi e trasudare sangue, come raccontano in molti. Ogni testimone conserva un frammento di genocidio e ogni memoria è preziosa perché l’obiettivo di padre Desbois non è la mera contabilità dell’assassinio quanto la ricostruzione dell’annichilimento di persone uniche e irripetibili:  “I tedeschi non stavano uccidendo un ebreo, ma Ossik, Tania, Anna…”. Le testimonianze sono precedute da un solido lavoro preparatorio che consente di confrontarle con i dati storici. Desbois, presidente dell’associazione “Yahad – In Unum” – in ebraico e in latino “l’uno e l’altro insieme” – si è rapidamente accreditato presso i principali centri di ricerca e documentazione sulla Shoah e può contare su una rete internazionale di collaborazioni, necessarie per raccogliere prove convergenti sul genocidio. I dati provenienti dagli archivi sovietici conservati presso l’Holocaust Memorial Museum di Washington, gli atti processuali dei tribunali tedeschi presenti a Ludwigsburg in Germania, la vasta documentazione raccolta presso lo Yad Vashem in Israele si integrano con i risultati del lavoro di investigazione svolto sul campo che a volte procede per ispirazioni fulminanti:  “Un giorno ho avuto l’intuizione che le donne ebree non consegnassero i gioielli. Infatti sui luoghi in cui le hanno fatte spogliare o in prossimità delle fosse abbiamo trovato fedi nuziali e stelle di David. La prima volta abbiamo trovato 20 fedi e abbiamo capito che queste donne prima di morire si toglievano le fedi nuziali e le deponevano al suolo. Tutte queste prove – referti balistici, reperti e manufatti ritrovati – confortano la nostra ricerca negli archivi sovietici e in quelli tedeschi, e tutto coincide con le memorie orali dei vicini intervistati”.
La missione di Desbois fu incoraggiata da una lettera di Papa Benedetto XVI all’arcivescovo emerito di Parigi, il cardinale di origini ebraiche Jean-Marie Lustiger – che perse la madre ad Auschwitz – il quale sostenne il progetto fin dalla nascita e chiese a padre Desbois di svolgere il compito di direttore dell’Ufficio nazionale dei vescovi di Francia per le relazioni con l’ebraismo. La sua vocazione a lavorare per favorire l’incontro tra cattolici ed ebrei, sanando le ferite inflitte agli ebrei dell’est dalla violenza razziale nazista e dal negazionismo comunista, è stata ispirata anche dalla visita di Giovanni Paolo ii alla Sinagoga di Roma nel 1986. Il Papa si rivolse ai “fratelli maggiori nella Fede” e in questo senso Desbois interpreta la propria ricerca storica:  “Ciò che cerchiamo di realizzare è la fraternità in atto, in azione. La fraternità deve passare attraverso fatti concreti, non limitarsi alle parole”. Un punto di vista condiviso fortemente dalla Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa ucraina, che ha offerto un supporto fondamentale nell’individuazione e nel coinvolgimento dei testimoni:  “Nessuno domanda chi siete, che volete, per chi lavorate. Subito ci aiutano nella ricerca dei testimoni perché c’è un vecchio proverbio russo che dice:  “La guerra è finita quando si seppellisce l’ultimo morto””. Una fraternità resa possibile anche dal massimo rispetto con cui l’équipe di Desbois si accosta a quanto rimane dei corpi interrati nelle fosse comuni. Nella consapevolezza che la tradizione ebraica ortodossa considera “sante” le vittime della Shoah e stabilisce che ogni spostamento dei loro resti turberebbe il loro riposo nella pienezza di Dio, nessuna fossa è stata aperta. Quando questo è avvenuto nell’agosto del 2006 a Bus’k – dove sono stati uccisi 1.750 ebrei, in maggioranza donne e bambini – gli scavi sono avvenuti alla presenza di un rabbino ortodosso venuto da Gerusalemme per assistere ai lavori e recitare il quaddish, la preghiera dei morti. Un giorno di grande commozione per padre Desbois e compagni che, nel suono della preghiera pronunciata di fronte al macabro spettacolo dei cumuli di ossa rinvenute nelle 17 fosse di Bus’k, hanno percepito il senso profondo dell’essere operatori di pace.
Il lavoro e il libro di Desbois sono una risposta concreta al negazionismo di ogni tempo. A partire da quello operato da Himmler e Heydrich nell’estate del 1942 quando lanciarono la famigerata “Operazione 1005” con l’obiettivo di dissotterrare tutti i corpi ed eliminarne le tracce attraverso degli immensi roghi. È un monito per chi pretende di costruire la società del futuro senza fare i conti con il proprio passato:  “Non si può lasciare che il nostro continente si costruisca sull’oblio delle vittime del Reich, non si può fondare l’Europa su centinaia di fosse comuni”.
Porteurs de memoires ha il pregio di raccontare l’altra faccia della Shoah colmando un grave vuoto conoscitivo, ma soprattutto quello di promuovere l’adozione di uno sguardo realista e insieme pienamente umano su ogni genocidio. Non c’è giustizia senza verità, ma soprattutto senza una concreta azione di carità fondata innanzitutto sulla memoria delle vittime dello sterminio, in un tempo in cui questa rischia di diventare evanescente o di essere strumentalizzata. In questo senso le fotografie, i filmati e le testimonianze raccolte da Desbois sono un antidoto efficace alla rappresentazione banalmente surreale e pervicacemente nichilista sul ruolo svolto dagli ebrei durante la seconda guerra mondiale contenuta nell’ultimo film di Quentin  Tarantino  Inglorious bastards. Ma anche al pericolo di un culto eccessivo della Shoah, immagine spesso evocata per sostenere l’accusa di antisemitismo a parole e azioni che forse hanno una valenza diversa o più complessa, come denuncia l’ex presidente della Knesset Avraham Burg nel libro Uccidere Hitler (Vicenza, Neri Pozza, 2007) che tante polemiche e discussioni ha suscitato in Israele. La “soluzione finale” non è un’astrazione, ma la tragedia di singole persone con un nome e un cognome. Nell’opera e nel racconto di Desbois l’attenzione non è rivolta agli assassini (anche se l’accertamento delle responsabilità è fondamentale) ma alle vittime, non all’omicidio – anche se è necessario fare luce sulle modalità dell’assassinio e sul sadismo estremo dei carnefici – ma alla dignità dell’uomo e alla sacralità della vita, anche dopo  la  morte. E sulla  necessità  di  una  riparazione concreta, anche a distanza di molti anni.

L’Osservatore Romano

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