«Contro Bettino un network dell’odio, ora vuole colpire Berlusconi e Bersani»

«Il network che ha ucciso Bettino Craxi — Procure, comunisti giustizialisti, editoria di sinistra — è tuttora in azione contro Silvio Berlusconi, e anche contro un esito riformista e ragionevole del Pd. Il primo obiettivo del circo mediatico-giudiziario è il presidente del Consiglio; il secondo sono D’Alema e Bersani».

Presidente Cicchitto, perché parla di «uccisione» di Craxi? «Beh, l’attuale reazione di Borrelli e Di Pietro è quella di inquirenti vendicativi cui la preda è scappata, e per questo si sono messi in mezzo per evitare soluzioni umanitarie e lasciar morire Craxi in Tunisia».

Lei parlò di «network dell’odio» alla Camera, dopo piazza Duomo, ed è stato molto criticato per questo. «Ho denunciato in Parlamento il network non per “incendiare” ma anzi per spegnere l’incendio. Sono contro la spirale di imbarbarimento della politica. In situazioni come questa c’è chi si deve assumere l’onore e l’onere di affrontare gli “incendiari” per delimitare il rogo che hanno acceso, inondarli d’acqua e creare le condizioni di un confronto civile».

Berlusconi in questi giorni ha avuto gesti distensivi. «Conosciamo l’analisi differenziata di Togliatti, sappiamo distinguere tra nemici acerrimi e normali avversari. Il Pd guidato da Bersani è un normale avversario, con cui è possibile fare le riforme. Proprio per questo il network dell’odio attacca lui e D’Alema. Dal canto suo, Bersani ha commesso l’errore di affidare il gruppo alla Camera a Franceschini, uno dei suoi rivali interni più accesi e più sensibili alla sirena dipietrista».

L’impressione è che il Pdl si serva di Craxi per parlare di Berlusconi. «Purtroppo c’è continuità tra le due storie. Il grumo di forze e interessi che si accanì su Craxi è lo stesso che nel 2009 ha scatenato la campagna personale contro Berlusconi, intensificando una caccia cominciata nel ’94. Allora Berlusconi, con una dose notevole di “follia”, interviene a coprire il vuoto politico, sociale, culturale lasciato da Dc e Psi. Sempre allora comincia la persecuzione giudiziaria».

Già prima del ’94 Berlusconi aveva subito inchieste e processi. «Banalità, al confronto di quel che accadde dopo».

E durante Mani Pulite le tv di Berlusconi attaccano Craxi e la Dc e sostengono le procure. «Berlusconi considera concluso un sistema politico, e capisce che occorre marcare una soluzione di continuità: basta con il vecchio modo di fare politica, le correnti, i governi che durano un anno. E la soluzione di continuità viene da Forza Italia e dalla Lega, assai più che dal Pds e da An. Ma Berlusconi non si associa mai alla caccia a Craxi, anzi va a solidarizzare con lui al Raphael, nel giorno meno indicato».

Resta il fatto che Craxi ha avuto due condanne definitive. «Ma Tangentopoli non comincia certo con lui. Comincia con il patto tra la Dc e il grande capitalismo italiano, quello privato di Valletta e quello pubblico di Mattei. Il Psi fu sempre finanziato dall’alleato maggiore. Prima dal Pci, al punto che Lombardi vinse due congressi tra il ’48 e il ’49 ma fu costretto a restituire il partito a Nenni e a Morandi per assenza di finanziamenti; e poi dalla Dc. A sua volta il Pci era finanziato non solo dai sovietici, ma era inserito nel sistema di Tangentopoli con le cooperative, con i rapporti speciali con l’Eni, con alcune aziende private di riferimento e anche con l’affare Enimont. Il peccato mortale di Craxi non sono le tangenti; è la scelta dell’autonomia. Quella sì non gli fu perdonata».

Qual è il suo giudizio su Craxi? «Un gigante, un pezzo della storia del Paese. Criminalizzarlo è un’operazione volgare. Quanti crimini ha commesso o coperto Togliatti negli anni ’30 e ’40? Eppure è considerato parte della nostra storia. Il vero “crimine” di Craxi fu restituire ai socialisti l’autonomia ideologica, smontando il mito di Lenin e pure quello di Gramsci. Politica, rifiutando la subalternità alla Dc. E anche finanziaria. Rilanciò Mondoperaio. Recuperò il riformismo, che pure nel Psi era considerato una malaparola. Sdoganò la destra. Difese i dissidenti dell’Est: nel ’77 Chiaromonte e Barca vennero da Signorile e da me a intimarci di bloccare la Biennale del dissenso, pena la rottura dei rapporti con il Pci; invano. Una parte di questa elaborazione, attraverso Colletti e Baget-Bozzo, è stata ereditata da Berlusconi».

In tutto il mondo i socialisti stanno a sinistra. «Ma Craxi si pose sempre il problema dell’unità della sinistra. Cercò un rapporto con Berlinguer, attraverso Tatò e Scalfari. Purtroppo nel Pci lo scontro con Craxi era la cartina di tornasole: per questo i miglioristi di Napolitano erano ritenuti inaffidabili e furono sempre emarginati. Si imputa a Bettino di non aver mai rotto con la Dc; ma, quando si mostrò pronto a farlo, Berlinguer fu sul punto di accordarsi con De Mita e Spadolini per il “governo diverso”, con i tecnici, pur di emarginare i socialisti».

Come si spiega il crollo del Psi? «Con Maastricht il capitalismo italiano è costretto a entrare a calci nel mercato e nella libera concorrenza. Ormai Tangentopoli è antieconomica. Se ne poteva uscire con un’operazione consociativa; invece va avanti un’operazione eversiva».

Eversiva? «Il Pci viene salvato, anche perché a differenza del Psi era un partito senza correnti. Il finanziamento era centralizzato, e c’era una netta separazione tra il personale politico e i Greganti che si occupavano di affari, con una sola figura di raccordo tra i due mondi: all’inizio Secchia, alla fine D’Alema. Nell’ora della difficoltà, il Psi, partito “anarchico” che Craxi aveva disciplinato, tornò a frantumarsi. L’episodio più clamoroso fu Martelli».

Lei che li ha conosciuti bene entrambi, qual è la principale differenza tra Craxi e Berlusconi? «Craxi preferiva dire no che sì. Dall’ufficio di Berlusconi si esce con il sorriso; anche se la generosità lo porta talora a dire qualche sì di troppo».

Aldo Cazzullo

Il Corriere della Sera

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