Il mistero irrisolto di Simenon? Se stesso

Tutto Simenon, dalla A alla Z, è il senso di questo Autodictionnaire Simenon (Omnibus, 800 pagine, 26 euro) che Pierre Assouline, già suo biografo, saggista e romanziere, ha messo insieme con tenacia e intelligenza. In esso non c’è una parola che Simenon stesso non abbia pronunciato, un giudizio che non sia suo. Pochi scrittori hanno scritto così tanto, si sono lasciati così tanto intervistare, si sono così tanto raccontati: memorie stampate, memorie dettate al registratore, lettere. Eppure, anche se ci sembra di sapere tutto, il bambino male amato, l’adolescente voglioso di arrivare, il romanziere frenetico, l’amante bulimico, l’autore-imprenditore di se stesso, il buon padre di famiglia segnato dal suicidio della figlia e dalla pazzia di una moglie, in realtà Simenon resta un mistero, circondato da «pudori» che potrebbero nascondere tanto o, semplicemente, niente: «Un uomo delle caverne con alcune nevrosi» a detta di un suo critico…
Ottanta pagine al giorno, settanta parole al minuto, 103 inchieste del commissario Maigret, 431 romanzi, una dozzina di pseudonimi, Georges Simenon ha attraversato il Novecento senza accorgersi del surrealismo, del marxismo, dell’esistenzialismo: ignorava Kafka, non leggeva Joyce, gli era estraneo Céline e a meno di trent’anni aveva già smesso di leggere narrativa altrui per paura di contaminare la propria. All’impegno di un Malraux o di un Drieu La Rochelle, contrappose sempre un anarchismo anti-storico e il suo è sempre stato un universo senza morale, dove il vizio e il delitto venivano considerati senza stupore, frutto della natura umana. Siamo tutti criminali in potenza, in fondo, che cerchiamo di uscire dalla mediocrità attraverso un atto di violenza o di amore, una forma di crimine anche questo, e che ha bisogno di un complice: comincia con un’idea fissa, crea disordine, provoca delle crisi e dei gemiti, termina con la irrimediabile separazione dei corpi…
Romanziere puro, gli piaceva descrivere i rituali che circondavano l’atto dello scrivere, gli elementi che lo componevano: il cartello sulla porta con la scritta «non disturbare», le matite ben allineate e ben temperate, lo stato di trance in cui piombava in corso d’opera, il numero preciso di pagine scritte ogni giorno, il numero preciso di ore ogni giorno passate alla scrivania, persino il peso del suo sudore al termine di una giornata di lavoro….
Ciò che a lui sembrava normale, alle persone normali appariva strano, se non fenomenale: «Quando i giornali scrivono, a caratteri cubitali, la parola “fenomeno”, mi deprimo. Un fenomeno è un numero da circo, la donna più grassa del mondo, il gigante che batte tutti i record o il nano che li batte in senso contrario, la donna barbuta, la donna serpente. Allora mi interrogo? In cosa sono differente dagli altri? Non ne ho alcuna voglia, al contrario mi getta nel panico».
Eppure se si va un po’ più in profondità, ci si accorge che fin dagli esordi Simenon è un fascio di contraddizioni. Provinciale baciato dal successo e dal denaro, vuole il suo tavolo prenotato al Fouquet’s e da Maxime’s, sugli Champs Elysées, prende casa a Neuilly, esibisce le grosse cilindrate, brinda con Josephine Baker e poi ci va a letto, incrocia il bel mondo, ne fa parte, ma oscuramente avvertirà sempre il suo rimanerne comunque fuori: un parvenu, uno scrittore popolare sì, ma da edicola ferroviaria e non da Académie Française… All’inizio degli anni Trenta, fa il suo apprendistato per il mondo. Vuole conoscerlo, vuole vedere «l’uomo nudo così com’è, la sua differenza rispetto a quando si veste, si mostra in pubblico». Non si accontenta di descriverlo: affamato come in tutte le cose che lo interessano, il sesso, la scrittura, il denaro, vuole anche ritrarlo, cogliere l’essenza dietro l’apparenza. Di quei viaggi, di quei reportages resteranno, oltre gli articoli, più di tremila fotografie… Come una spugna, Simenon assorbe ciò che lo interessa e lo strizza fino all’esaurimento per poi passare ad altro. Avviene così in tutto, tranne il sesso e la scrittura, il rifiuto dei quali verrà soltanto da un’impossibilità fisica, non dall’assenza di desiderio… Chiuderà con i viaggi così come, all’indomani della Seconda guerra mondiale chiuderà con la Francia e poi, più tardi, con gli Stati Uniti… Cambia di nazione così come ha innumerevoli volte cambiato di casa, troncato vecchie abitudini, dismesso mogli, acquisito e lasciato amanti… Ma sul passaporto alla voce «professione» gli sarebbe piaciuto poter scrivere «padre di famiglia».
L’auto-dizionario mette bene in fila riflessioni e giudizi, ma più il diretto interessato dice di non aver niente da nascondere, più si ritrae se qualcuno vuole saperne di più. È gentile con i biografi, ma non dà mai loro nessun aiuto, se la moglie americana lo diffama, fa finta di niente, non replica ai giornali e ai giornalisti, gli elogi lo mettono a disagio, le critiche non le legge nemmeno… Sono uno di voi, dice, un uomo come gli altri. Qual è il problema? Di che cosa vi preoccupate? Ci vorrebbe Maigret per farlo confessare. Ma più che un commissario, nel suo caso è un complice.
Stenio Solinas
Il Giornale

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