La suora e il mangiapreti

Memorie parallele della missionaria Emmanuelle e dell’ex seminarista Aldo Busi

Come il livore e il candore. Come il piccione e la colomba. Come la differenza che c’è tra le memorie di un prete mancato e quelle di una suora realizzata. Come a rileggere “Il Casto, sua moglie e l’Innominabile”, racconto appena uscito in una delle sue busiane variazioni sul tema (ma poche, le variazioni, visto che aveva deciso di non scrivere più, ma poi si è accorto che “Non basta smettere di scrivere per smettere di essere Scrittore” e “Nessuno mi sarà mai sincronico come un foglio di carta bianco davanti”) che diventano la prima A di “Aaa!” di Aldo Busi (Bompiani, pp. 162, euro 11). E ad accostarvi in anteprima (sarà nelle librerie il 3 febbraio) “Le confessioni di una religiosa” (Jaca Book, pp. 318, euro 24), autobiografia di Suor Emmanuelle, la religiosa più famosa di Francia, morta nel 2008 a 99 anni. Memorie che la suora volle espressamente pubblicate dopo la sua scomparsa e che in un anno hanno venduto 400 mila copie soltanto Oltralpe.

“Prima di andare a cantare con gioia durante la messa di mezzanotte ‘Gloria a Dio e pace agli uomini!’, comincio a scrivere le prime righe di queste Confessioni. Ho forse la pretesa di unirmi al canto degli angeli con qualche sublime armonia? No, sicuramente! Voglio, al contrario, cercare di ripercorrere gli anni trascorsi, con le loro gioie e i loro dolori, i loro asti e i loro amori, le loro grandezze e le loro miserie. Dovrò scendere fino a quella melma inconsistente nascosta nel cuore di ogni uomo… con il rischio di offuscare l’immagine ideale che costruiscono di me i mass media, e forse anche di scioccare qualche lettore. Me ne scuso in anticipo: la verità non è forse sempre un po’ cruda? Queste pagine, dunque, non vogliono essere edificanti, ma vere, autentiche”.

L’incipit e la promessa ai lettori di Suor Emmanuelle accadono nella notte di Natale del 1989, al Cairo, tra gli straccivendoli. Fu, Madeleine Cinquin poi Emmanuelle, bimba destinata ad assistere all’annegamento del padre (fino alla morte le rimasero in testa le parole di una signora che diceva a lei, seienne: “Chiamate il vostro papà, bambini, va troppo lontano, il mare è cattivo e il bagnino è stato richiamato sotto le armi”. Ma non servì ad evitarle di dover dare lei a sua madre la notizia della morte del babbo e guardarla pronunciare a mezze labbra l’Ave Maria, mentre correva fuori dalla villa delle vacanze di Mariakerke, nel 1914). E dunque, sempre all’inizio del libro, suor Emmanuelle ci avverte, visto che nelle pagine successive si metterà a nudo – perché l’uomo, conferma lei, nasce nudo. E’ il peccato a mettergli le foglie davanti – quell’immagine di “missionaria scandalosa” che la rese la suora più nota del Novecento dopo Madre Teresa: “A meno di sei anni si è piccoli e fragili per un incontro con la morte: quando nell’infanzia si infrange qualcosa, rischia nello stesso tempo di sparire un certo ottimismo nella concezione del mondo”. Non è una scusa. E’ un inizio, oltre che narrativo, di un’anima alla vita. E si sa, pur non essendo Scrittori, quanto conti l’inizio.

Anche il Casto di Busi infatti comincia dall’inizio. E attaccato ai ricordi di Seminario come la cozza allo scoglio, ne mette in prima pagina il pio eco almodovariano. Tanto per situarci come Lettori di uno Scrittore il cui Esordio del 1984 non va mai dimenticato. Parte con un nome, qui, che mai aveva inserito prima: Giacomelli, il fotografo dei “pretini” (“Quel fotografo che nel millenovecentosessantadue… o nel sessantatré?… mise un toscanello in bocca ai più sprovveduti, e perciò non a me… lui, con tutti i suoi scatti soavemente blasfemi”), seminaristi in bianco e nero e in perenne girotondo, immortalati, negli scatti più famosi, nell’atto acronico di dar calci a un pallone, a fermare quel momento di gioventù che li vedrebbe sempre, appunto, come preti mancati. Alla ricerca di uno scatto di Giacomelli in cui forse compare anch’egli, il Casto snocciola il primo di molti quadretti mangiapreti di livore sublime, vero, ma pur sempre livore: “Una volta questo Giacomelli mi colse alla sprovvista, o forse non proprio, un po’ me l’aspettavo, stavo seduto a un tavolo del refettorio, un qualche compagno mi stava facendo sorridere non ricordo perché… no, il perché me lo ricordo, mi stava dicendo che ogni notte il suo angelo custode passava a fargli una carezza su e giù sul ventre con la punta di entrambe le ali…”.

Memorie, come due modi diversi per passare una vita nell’immondizia. Ad annaspare nel lavoro sporco oppure a lottare per un amore più grande. Comunque, agli occhi del mondo, in missione per conto di Dio. Immersa fino al collo nella zabbala, il pattume, con le sue scarpe da tennis eternamente consunte, Suor Emmanuelle divenne, pare, anosmica. Così, in una ficcante miniatura che ne fece per il Foglio dei ritratti, Gino Nebiolo scrisse che veniva additata la missionaria. L’anosmia è quella malattia che priva del senso dell’olfatto e dicevano che la suora del Cairo, ma anche del Sudan, del Libano e delle Filippine, la contrasse appunto perché passò tutta la vita tra le tonnellate di rifiuti delle bidonville. In convento, un convento snob, frequentato solo da figlie di famiglie benestanti, ce la mandò appunto la famiglia snob, perché la ragazza fumava di nascosto, fece perdere la testa all’anziano professore di greco che se la voleva portare in fuitina in Spagna e non obbediva praticamente mai: “Che cosa si nascondeva dietro queste ribellioni, se non il segreto di una ferita che non cicatrizzava? Io non parlavo mai di mio padre, ma sentivo il vuoto lasciato dalla sua assenza come un buco nel cuore. Mi sembrava che, se ci fosse stato, tutti i miei desideri sarebbero stati esauditi. Passavo così dalla ribellione alle lacrime: niente e nessuno riusciva a calmarmi. Ma un giorno la mia nonna materna ebbe una di quelle ispirazioni che solo le nonne possono avere”. Ecco, ora non pensate che la nonna le abbia detto “Prega, nipotina mia e vedrai che il buon Dio ti aiuterà”.

Nelle memorie del Casto, la soluzione ecclesiale ai tormenti deve essere edificante à la busienne e dunque castrante, in un modo o nell’altro, perciò, da quando arriva la licenza papale che permette al seminarista di prendere i voti nonostante abbia solo ventitré anni “si è pensato che la mia strada doveva apparire tutt’altra per essere appieno imboccata a servizio di Dio. E mi hanno sposato a una donna… Perché se Dio facesse anche in pratica gli sconti che fa in teoria, il Golgota sarebbe ormai un meschino monte di pietà gestito da ebrei e la chiesa ancora una bancarella di cianfrusaglie settarie a una sagra itinerante di ramoscelli d’ulivo spruzzati d’argento”. Dall’immondizia veniamo e nell’immondizia ritorneremo.

Ma nelle memorie di suor Emmanuelle, l’immondizia è trapasso, contingenza, e come tale insignificante, inodore di suo, altro che anosmia. Perciò con il suo ordine snob, in cui ha deciso lei di restare per sempre, ci litigò di continuo, sempre grazie alla nonnina, che da subito le insegnò a desiderare per non farsi mettere i piedi in testa: “Stavamo passando davanti a una vetrina di giocattoli. Io mi fermo, incantata, di fronte a una meravigliosa bambola inglese. Nonna mi disse: ‘Se per un mese non piangi, è tua!’. E’ incredibile quale energia possa sviluppare un bambino quando è motivato: la bambola mi tendeva le braccia. Mia amata nonna, tu hai saputo suscitare i primi sforzi della mia vita e mi hai fatto capire che per vincere bisogna lottare”. In una ideale disputa in cui teologia si stringe per far posto a economia domestica reazionaria, il Casto è più che d’accordo: “La proiezione del Cielo è democratica, il Cielo no. E siccome nessuno prenderebbe il Cielo smenandoci la Terra, in religione un minimo di coercizione in pianta stabile verso i renitenti e i bastiancontrari ci vuole sempre”.

Perciò il Casto, personaggio da romanzo breve o racconto lungo, s’intende, è smisurato nella sua rassegnazione e teorizza, a seguito di adolescenza e gioventù a tosature, odore di minestra di verza e patate e di carne in scatola dappertutto e sesso non lavato né toccato tanto meno per soprannome, una devozione stinta da eterni infingimenti: “L’inghippo primo del cristianesimo mi era chiaro: pervertire l’intollerabile salute e vitalità dei pagani, rompergli il giocattolino del vitello d’oro e di tutta la movida politeista senza accise intorno, costringerli col terrore e le carneficine a versare prima quella gabella doganale che erano abituati, comoda, a dare a Caronte dopo”. Seguono tabù di massa a tariffario, peccati specifici nei campi più disparati – ma soprattutto della sessualità – ché il peccato originale risulta, se ben abbiamo inteso, troppo complesso da comprendere per gente semplice e incapace d’astrazione come i cattolici, impossibile a quantificare per esigerne ammenda ed esiziale solo una tantum, in quell’occasione divenuta poi, non a caso, biblica.
S’affaccia alla finestra, quando c’è, e vede poveri, Emmanuelle. Pettina poveri e aggiusta le bambole dei poveri. Non ne sente la puzza, e questo lo sappiamo, ché anche l’anosmia può essere che sia stato un dono di Dio. Ma la vede, la puzza, e ci lotta, come contro i peggiori fantasmi. S’indebita al Cairo per un ambulatorio, ma non le basta: vuole l’inceneritore, la scuola, l’asilo, il laboratorio artigiano, il campo sportivo, il cinema all’aperto.

Mancano i soldi e alle porte della sua periferia puzzolente spingono i barbari. La odiano, nell’ordine: gli integralisti musulmani, i poliziotti politici che la temono al servizio del Mossad, la gerarchia copta, i residenti stranieri e cani rabbiosi (ma quelli solo la mattina, quando prende il trenino strapieno per andare a sentir messa a un’ora di strada). Non ce n’è: se li mangia tutti e dove non basta l’energia salvifica che le impresse la nonnina, arriva il Padre Nostro: “Presto mi sarei ribellata contro un Dio dai fulmini facili, che puniva severamente qualunque disobbedienza, mentre mi sarei sentita rassicurata da quell’immagine di tenerezza che poi è rimasta sempre a fondamento del mio rapporto con lui. Poco a poco, l’immagine di mio padre che mi aveva lasciato quel grande vuoto nell’anima veniva sostituita da quella di un Padre colmo d’amore che mai abbandona i suoi figli. ‘Padre nostro che sei nei cieli’: questa visione forte e al tempo stesso dolce sarebbe sempre più diventata il mio aiuto nei primi turbamenti dell’infanzia e dell’adolescenza. Più tardi, poi, avrebbe finito per sbocciare in un dialogo d’amore”.

Cara suor Emmanuelle, che persuasa che “quelli che vengono definiti ‘i peccati della carne’ siano i meno gravi agli occhi di Dio” e dunque rapida a scioglierci da quei surroghi finanziari di pentimento imposti dalla filosofia dal Casto, ci confessi: “Nella lotta contro i miei difetti, le sconfitte erano a volta cocenti. Così accadde che la vigilia del rinnovamento della mia prima comunione, ricado nella masturbazione. Il giorno dopo, indossando per la seconda volta l’abito bianco, la mia anima è turbata: posso veramente ricevere Gesù nel mio cuore? Che fare? Tutti mi aspettano. Che scandalo se non cammino insieme a tutti gli altri verso l’altare! Va bene: mi comunico. Quel momento rimane per me una umiliante lezione. Per fortuna, sono sicura che Gesù ha avuto pietà di me, perché mi ama”. Cara suor Emmanuelle, che credi all’amore prima che alla teologia, piccola francese che un giorno annunci trionfalmente a tavola: “Io mi farò suora, e diventerò missionaria e martire!”. Risata generale” (“Da grande farò la portiera”, annuncia la piccola francese figlia di ministro dell’“Eleganza del riccio”, la nuova bibbia minimalista di Francia. Nessuno ride).

Cara suor Emmanuelle, che avresti risposto al Casto oggi, che, cogliendoti alla sprovvista con i piedi nella spazzatura e la testa tra le stelle, potrebbe chiamarti in causa così: “Come quei preti operai o quei missionari che danno la vita per gli altri e che vivono in ristrettezze al limite dell’evangelismo e quindi dell’eresia… costoro sono i preti peggiori, perché con la loro buona opera e la loro caparbia buonafede e la loro esistenza di soli mirabili esempi di dono totale di sé vanno a cementare le sabbie mobili delle ciniche, egolatriche, palancaie, vampiresche gerarchie vaticane?”. Forse per qualche ora elencheresti avventure, faresti il novero dei salvati, mimeresti per lui i gesti compiuti per “rianimare, insieme ad altri lottatori, le scintille di vita per trasformarle in covoni di fuoco”. Pronunceresti con passione qualche frase definitiva, come “Non è facile essere uomini, né fratelli di altri uomini! La virulenza delle parole dei profeti e di Cristo non ha altro scopo che quello di tirarci fuori dalla nostra indifferenza, di spingerci sul cammino di eternità, che non è altro che un cammino di giustizia”.

Confermeresti il Taine che ti piaceva tanto: “Gratta la vernice di un uomo civilizzato e troverai un gorilla feroce e lubrico”, commentandolo con la ribellione dell’imperfezione, di cui andavi mai fiera, racconti, ma sempre certa: “Subodoro in me una segreta affinità di corruzione con i miei infelici fratelli umani trascinati verso il male. Sento a volte nella mia carne e nel mio sangue degli strani fermenti. A volte, la notte, in preda a sogni conturbanti, mi sveglio di soprassalto: dove sono? Chi sono? Avrei potuto diventare quel capobanda di cui i miei amici buontemponi vedono in me l’embrione?”. O forse gli racconteresti di quella volta che ti venne lo stesso dubbio il giorno in cui il cardinale Decourtray ti invitò alla sua mensa: “Con impudenza, mi permisi di chiedergli: ‘Padre vescovo, la chiesa è veramente serva e povera?’. Ci fu un silenzio… ‘Abito questo palazzo episcopale che è proprietà dello stato e rappresenta la residenza del vescovo di Lione. Quando ero giovane prete, avevo preso la decisione di abitare in una stanzetta e di non viaggiare che in bicicletta. Oggi potrei confinarmi in una stanzetta e utilizzare solo una bicicletta? Lei rigira il coltello nella piaga, suor Emmanuelle. Preghi affinché io viva il più poveramente possibile là dove devo attualmente risiedere e affinché io sia veramente il servo di tutti!’. Sono le sue testuali parole. Lo guardai. Il suo volto aveva la tristezza dell’uomo obbligato a vivere lontano dal suo ideale. E tuttavia, lui che aveva risposto alla mia aggressività con la dolcezza e una richiesta di preghiere, non praticava forse quella povertà di spirito che Gesù ha stabilito come prima beatitudine?”.

E allora persino lui, “l’agente del riflesso che ti muove la mano dentro e fuori dalla tasca” forse si convincerebbe che l’amore che sbandieri non è stato inculcato, ma lo hai agito nonostante e regalerebbe proprio a te quel frammento caritatevole intravisto prima dell’amen: “Ricevetti una sonora tirata di orecchie dal maestro perché avevo scritto Dio con la minuscola. A distanza di mezzo secolo e passa, qui lo dico e qui lo nego: andava scritto con la minuscola. Dio è molto più terra terra di quanto lo si voglia senza che lo voglia lui. Se lo senti in te come lo sentivo io, lo senti così perché ti fai minuscolo e fai tutt’uno e lo scrivi dio per la stessa ragione per cui non scriveresti mai Io. Basta che non si sappia in giro…”.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

di Stefania Vitulli

Il Foglio

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