“Wojtyla accusò l’Urss di aver armato Agca”

Silvestrini: il Pontefice minacciava il blocco sovietico

GIACOMO GALEAZZI
CITTA’ DEL VATICANO
Cardinale Achille Silvestrini (ministro degli Esteri vaticano all’epoca dell’attentato), in quale clima Ali Agca sparò a Wojtyla?
«Gli occhi del mondo erano puntati su Giovanni Paolo II per la novità di Solidarnosc, un’esperienza completamente nuova ad Est, nata dopo il viaggio papale in Polonia nel 1979. Karol Wojtyla era considerato il padre, il promotore di questa manifestazione sociale, sindacale, quindi il blocco sovietico lo percepiva come un nemico, una grave minaccia. Il 13 maggio 1981 il mondo rimase con il fiato sospeso per quegli spari a San Pietro, la corsa in ambulanza al Gemelli, l’intervento d’urgenza di Crucitti. Nella notte ci diedero la certezza che l’operazione era riuscita e che il Papa si sarebbe salvato. Ero lì quando arrivò in ospedale il presidente Pertini. Volle rimanere fino alla fine.

Se Ali Agca fosse riuscito a uccidere Wojtyla, tutto il vantaggio sarebbe andato all’Urss e ai regimi comunisti dell’Est. Se Wojtyla moriva, la situazione che si era messa in moto in Polonia sarebbe terminata in breve tempo, tanto più che due settimane dopo l’attentato scomparve il primate polacco Wyszynski. Si sarebbe fermato il movimento avviato con la visita del ‘79 e la nascita di Solidarnosc favorita da Wojtyla. Mentre la preparavamo, capivamo che la visita costituiva un confronto diretto con i sovietici che avevano in mano la Polonia. Andò tutto come Wojtyla sperava, intanto si diffuse la consapevolezza del suo ruolo fondamentale nel quadro della Guerra fredda».

Eravate consapevoli del rischio?
«Sapevamo che il viaggio in Polonia era l’inizio di un percorso ma allora era impossibile pensare che in dieci anni sarebbe crollato il Muro di Berlino. I tempi di quel percorso erano un punto interrogativo. Dopo l’attentato in piazza San Pietro, il Papa maturò il netto convincimento che l’origine di quel gesto fosse da ricercare a Est. Avevamo l’idea che il mandante fosse nel blocco sovietico e che Agca fosse un sicario preso e indirizzato contro il Papa. L’attentato suscitò una grande partecipazione di popolo, la gente era molto coinvolta nell’evento».

Agca resta un mistero?
«All’inizio non sapevamo nulla di Agca, due anni dopo il Papa gli fece visita in carcere. Fu un gesto importante, Agca aveva probabilmente espresso il desiderio di incontrarlo e Wojtyla disse sì. Ora Agca ha saldato il suo conto con la giustizia, ha scontato la sua pena ed esce dal carcere. Davanti a una questione di natura giudiziaria la Santa Sede si è sempre rimessa alle decisioni dei tribunali coinvolti nella vicenda. Nessun accanimento per una pena pesante».

Che impressione le fa saperlo libero?
«Agca esce dal carcere in un mondo totalmente mutato, in un contesto del tutto diverso da quello della Guerra fredda. E’ come il riflesso di un mondo passato. La nostra impressione fu che Agca più di tanto non sapesse, che fosse l’esecutore di un gioco più vasto orchestrato molto sopra di lui. Ci siamo subito chiesti chi lo mandava, cosa c’era dietro, quale fosse l’istigazione. Adesso che torna libero, non credo che ci sia da sperare che dica qualcosa. Credo che Agca non dirà più niente. Già durante i processi ha detto tutto e il contrario di tutto dimostrandosi completamente inattendibile. Non a caso i giornalisti che arrivarono da ogni parte del mondo se ne andarono presto perché fu evidente che da lui non sarebbe uscito nulla di concreto».

Cosa ne pensava?
«Giovanni Paolo II ha avuto subito la percezione di essere vivo per miracolo e che una mano lo avesse protetto. Sentiva che era la Madonna ad averlo salvato dalle pallottole di Agca. Una convinzione immediata, sempre ripetuta nel corso degli anni e accompagnata dal moto di perdono verso l’attentatore. Un sentimento che venne da sé, spontaneo. I giorni della convalescenza furono lunghi con i successivi ricoveri per un’infezione e le sofferenze fisiche provocate dalle conseguenze dell’attentato. Ma sentiva che il mondo era con lui. Subito dopo l’attentato, nel clima della Guerra fredda, si alzarono una seri di voci fuorvianti, collegamenti con altre vicende come il caso Orlandi. Avevamo chiaro che si trattava di congetture e che c’era chi aveva interesse ad alimentare strumentalmente la confusione».

La Stampa

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