Ecco la mappa che stana i giudici fannulloni

Il dossier riservato del Ministero: nel civile in affanno i distretti di Campobasso e Caltanissetta. Nel penale Genova è in fondo alla graduatoria, mentre la Procura più virtuosa è Bari. Fotografia di un’Italia a macchia di leopardo

Una cascata di pallini verdi, rossi e gialli. Gli indici percentuali a misurare vizi e virtù di un sistema farraginoso, ma con punte di eccellenza. È il «cruscotto», il sistema di valutazione della macchina giudiziaria messo a punto dall’allora ministro Roberto Castelli. «Un quadro sinottico – precisa lui – capace di dare il polso della situazione in tempo reale». Macchie di colore rosso a raccontare l’Italia che non va, che arranca, che è ingolfata da migliaia e migliaia di procedimenti; il giallo a descrivere situazioni in equilibro, fra i processi in arrivo e quelli in partenza perché conclusi o definiti, infine il verde a mostrare l’Italia migliore, quella che, pur a corto di mezzi e risorse, si è rimboccata le maniche, ha ottimizzato le risorse, in una parola coniuga la giustizia con l’efficienza. Non assolve gli imputati dopo dieci o quindici anni, non chiude una controversia civile a distanza di un quarto di secolo, come pure capita in vaste zone del Paese.

Ecco una tabella con gli indicatori dei ventisei distretti di Corte d’appello, da Ancona a Venezia. L’anno è il 2008. Ma quel conta è il colore. Semaforo rosso, nel civile, per Reggio Calabria, Catanzaro, Napoli, e poi sempre più giù, fino a Lecce, Caltanissetta, Campobasso. I parametri sono disastrosi. Dall’altra parte della classifica, sopra l’indice di ricambio 100, ovvero la parità fra processi sopravvenuti ed esauriti, svettano Perugia e L’Aquila. L’Aquila è a quota 119,36 per cento, Campobasso, la maglia nera, è invece al 56,76 per cento. Come mai?

Funzionasse sul campo, e non solo nella testa di Castelli e di qualche tecnico volonteroso di via Arenula, il cruscotto avrebbe messo alla frusta uffici indolenti, o disorganizzati, e magistrati fannulloni, avrebbe aiutato a capire la «malattia», a porre le domande giuste e quindi a cambiare. Come mai Campobasso è messa così male se a non molti chilometri distanza, fra l’Umbria e l’Abruzzo, le toghe smaltiscono i faldoni ad una velocità quasi tripla? Dipende dalle forze in campo, dai numeri, o è un problema di risorse, spalmate male sul territorio? Quesiti che i cittadini, spesso alle prese con fascicoli polverosi che si trascinano nel tempo, si pongono senza trovare una risposta accettabile.

Sul versante penale, si riaffaccia un’Italia a macchia di leopardo. Ancora una volta c’è chi è abbondantemente sopra l’indice di ricambio 100, come Reggio Calabria e Bologna, e chi sprofonda verso numeri inconfessabili, come Genova e Bari. Basta citare queste città per capire come il vecchio schema, che separa il Nord efficiente dal Sud caotico, in questo caso non possa essere applicato. Troviamo mescolate cifre buone e cattive nelle stesse aree geografiche e allora ritornano le domande di prima: la velocità dipende da fattori organizzativi o dal livello di professionalità dei giudici? O da tutte e due le cose? Certo, fa una certa impressione vedere ancora una volta accostate realtà stridenti: Reggio Calabria ha un indice di ricambio del 136,99 per cento (e questo spiega l’attentato di ’ndrangheta alla Procura generale di inizio anno), Genova è inchiodata ad un drammatico 59,68 per cento. E assomiglia ad una nave che imbarca acqua e rischia di affondare sotto un peso intollerabile.

Quale sarà la causa di un divario che appare incolmabile? Punto interrogativo quasi banale, ma il paragone fra le due Italie è fondamentale per cercare di capire. Così come nel civile. Con tutti gli approfondimenti del caso. Un distretto di corte d’appello può essere sezionato tribunale per tribunale, città per città. E la massa dei faldoni può essere disaggregata per materia: le cause civili ordinarie; divorzi e separazioni; fallimenti; cause di lavoro; previdenza e via di questo passo.

Perché la stessa cittadella giudiziaria, ad esempio Reggio Calabria, dà l’esempio nel penale, ma non va bene sul lato civile? E avanti con analisi, monitoraggi e altri paradossi. Ecco l’Italia delle Procure, naturalmente al netto dei pm disponibili. Sorpresa. La più virtuosa è Bari, la peggiore Catanzaro, seguita a ruota da Brescia. Gli estremi sono lontanissimi, sembrano appartenere a Paesi diversi.

I pallini, inesorabili, si alternano anche nello stesso distretto. Como marcia in modo diverso da Lecco e tutte due da Milano. Sembrano rompicapi, sono solo le molte facce di una giustizia che troppo a lungo è stata trascurata. Castelli pensava fosse arrivato il momento di mettere mano alla macchina e di riorganizzarla. Il tentativo è finito nel nulla, il tema resta e dev’essere svolto. Come eliminare altrimenti le sempre evocate sacche di inefficienza o di improduttività? Certo, il tema è molto delicato, valutare il lavoro di un magistrato non è cosa da poco e poi le sentenze pesano in modo diverso. Seguire un maxi-processo per mafia è obiettivamente diverso dall’occuparsi di uno scippo o di un furto. Ma, con tutte le cautele del caso, è un peccato che il cruscotto sia spento.

Stefano Zurlo

Il Giornale

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