Giovanni Spampinato, il valore scomodo della verità

Storia di Alberto, ucciso dalla mafia di Ragusa nel ’72 perché indagava troppo

Rossella Pompeo
Alberto Spampinato giornalista quirinalista dell’ Ansa e direttore di Ossigeno per l’informazione , osservatorio sui cronisti minacciati e le notizie oscurate con la violenza, è l’autore di C’erano dei bei cani ma molto seri , (Ponte alle Grazie, pg. 291, euro 12,40). Storia di una Ragusa di ieri e di oggi e di un omicidio, quello di Giovanni Spampinato, fratello di Alberto, avvenuto perché indagava troppo. La famiglia Spampinato è abituata ai racconti di guerra. Il papà Peppino, arruolato nel contingente per i Balcani nel ’42, fu catturato e fatto prigioniero a Dubrovnik perché non disposto a passare con il Reich, in seguito alla caduta di Mussolini nel ’43. I due piccoli figli, Alberto e Giovanni, riuniti intorno alla figura paterna, rivivevano con lui i momenti di panico: «..intorno a noi cadevano piccole bombe, non si riusciva a capire da quale parte arrivassero» dopo due anni di attesa in cui le notizie sulla sua sorte erano pressoché nulle. Il rimpatrio è stato salutato con scalpore e con la fondazione della sezione provinciale del Partito comunista al tramontare della guerra e del fascismo. Erano gli anni del petrolio di cui si scoprì essere fonte Ragusa ma, ahimè, non inesauribile come si era erroneamente ritenuto.

Il benessere per operai e braccianti: finalmente la carne era nel piatto. Una ricostruzione storica importante, per un presente dalla memoria corta. Il rituale del taglio delle stoffe da parte delle sarte richiedeva il segno della croce, prima di compierlo, di colei, la più coraggiosa, intorno alla quale si stringevano a cerchio le altre ad attendere, con muta curiosità e rispettose, che il rito si compisse. La giovinezza tumultuosa di Giovanni, resa insonne da incubi arrivati a rovistare, come intrusi. Il suo sentire di essere differente: questione di sensibilità. La ricerca della verità, per cui divenne giornalista dell’ Ora di Palermo e in nome della quale si è schivi, incompresi nonostante si sia i più capaci di vedere e leggere nella realtà di altri. Scorre la lettura del libro nell’avvicendarsi delle rispettive giovinezze cui fa da sfondo la volontà paterna di guidare Giovanni verso un destino da intellettuale laureato; la suddivisione in classi dell’Italia, l’insopportabile iniquità che ciò comportava per chi la subiva. Un libro che indaga fra le pareti familiari, tutti uno per uno i protagonisti, ripercorrendone la storia personale per capire come sia potuta accadere quella violenza contro uno di loro; l’audacia di Giovanni che semi avesse e quanto evidentemente gli appartenesse. Il ritornare alle radici storiche per ricercare e interrogarsi e percepire di avere una risposta per poi perderla nella congerie di fatti cui la vita come un’onda tumultuosa ci mette dinanzi e scoprire che la storia non la si può riscrivere. Si avverte la rabbia di Alberto evidentemente assai legato al fratello ma non come è normale che sia e dev’essere. La sua è un’incessante ricerca del perché da parte di chi ha condiviso con il fratello tutto ed è stato nonostante la sua età inferiore, un punto di riferimento. Verrebbe da chiedersi quanto deboli siano simili persone e piuttosto quanto serva ad altri renderle sole e quindi impotenti. Il loro coraggio: «..il bagaglio di delusioni e di diffidenza» ad alimentare il rischio, che fonti ha? E il parallelo disagio per chi vive al fianco di simili eroi, vissuto volendo rendersi utili e salvaguardare chi da solo non ce la può fare ma ormai è troppo tardi. Giovanni non condivideva l’idea che Ragusa fosse una città baba ovvero immune dalla mafia ma riteneva che le deformazioni dell’informazione fossero tali da indurre a crederlo. Aveva documentazione sufficiente a dimostrare che la verità era mistificata al servizio degli interessi costituiti. Questo quello contro cui lottare, per cui perdere la vita nel ’72 al volante della sua vecchia cinquecento per mano di Roberto Campria, figlio del Presidente del tribunale di Ragusa. Problemi vecchi che si ripropongono in un’Italia in cui dilaga un’informazione che disinforma rendendo l’illusione di un benessere che non c’è. Verrebbe da chiedere se l’Ossigeno di cui si fa portavoce l’autore come aria da concedere a chi, è evidente, ha scelto di averne contata e misurata, non nasca da quella stessa voglia di aiutare di un fratello minore ma in realtà più forte, che sa avvolgere e fare da spalla e tutelare chi: «Il suo sarcasmo era tagliente come una spada affilata… Giovanni si è fatto molti nemici per non aver taciuto una battuta, per non averla avvolta nel morbido guanto dell’autoironia, che suscita il sorriso e rende complici». A volte i figli più grandi riservano a se stessi e agli altri delle debolezze del sentire di cui si fanno carico i secondogeniti notoriamente considerati più indifesi perché più piccoli ma non così sempre. I primi talvolta sono i più sensibili perché circondati da un affetto speciale come quello che Alberto vedeva riservare dalla madre a Giovanni. Verrebbe da interrogarci tutti individualmente sul ruolo che ha la verità in un Paese in cui coloro che la perseguono e la difendono sono soli, perché da valore primario e fondamentale si è ridotto ad essere un valore che va scansato perché scomodo.

Liberazione

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