Mio padre l’Orco Welles

Crudele, distratto, egoista: il geniale Orson nell’autobiografia della figlia primogenita

FRANCESCA PACI
CORRISPONDENTE DA LONDRA
Aveva voluto chiamarla Christopher, nonostante le proteste della mamma, perché fosse unica: una bimba con un nome da maschietto. Eppure Christopher Welles Feder detta Chris non s’è mai davvero sentita al centro di niente, tantomeno della vita dell’illustre genitore, Orson Welles. «In classe i compagni mi chiedevano l’autografo di mio padre e quando rifiutavo mi accusavano di essere presuntuosa, ma io non potevo confessare la verità e cioè che non avevo idea della prossima volta in cui l’avrei visto» scrive nelle pagine iniziali di In my father’s shadow (All’ombra di mio padre), l’autobiografia in uscita per Mainstream anticipata dal Daily Mail. È dai giorni della scuola che la primogenita del sommo sacerdote del cinema cerca il coraggio di vuotare il sacco. Ora che lui non c’è più da un quarto di secolo e lei è prossima alla veneranda età di 72 anni ha deciso di scavalcare il regista seduto dietro la macchina da presa di Quarto potere e raccontare l’uomo, crudele, distratto, egoista e al tempo stesso assolutamente magnetico.

«Non ci si può aspettare che uno come Orson, ossia un genio, si comporti come un qualsiasi padre»: quando la rossa e formosa segretaria Phoebe le spiega con queste testuali parole perché fatichi tanto a fissarle un appuntamento nell’agenda del maestro lanciatissimo nella carriera di attore dopo il successo della Signora di Shangai, Chris ha 11 anni. Pochi mesi prima Welles si è separato da Rita Hayworth, sposata dopo il divorzio da sua madre, Virginia Nicholson. «Rita mi mancava terribilmente» ricorda. A lungo aveva sognato di trasferisi nella loro casa di Hollywood da dieci stanze e giardino con piscina anziché trascorrervi saltuari weekend: «Chiesi alla mamma perché non potevo più vedere Rita e lei mi spiegò che si comportava da pazza con mio padre e con la mia sorellastra Becky».

Nel frattempo Virginia Nicholson si unisce all’imprenditore inglese Major Jack Pringle e la nuova famiglia parte per il Sud Africa. Le visite di Chris al genitore si diradano, un paio di puntate a Londra nel 1951 poi più niente: «Non lo vidi per due anni, finché andai a trascorrere il Natale con lui a Parigi. Un pomeriggio riconobbe Humphrey Bogart e Lauren Bacall in un caffè. Quando ci presentò la cosa importante per me non fu incontrare due icone di Hollywood ma l’orgoglio nella sua voce che diceva “Questa è mia figlia Christopher, la mia primogenita”».

Le immagini delle brevi trasferte all’inseguimento del mito s’intrecciano con l’ultima vacanza: «Avevo 16 anni ed ero stata mandata a terminare le scuole in Svizzera. A Pasqua raggiunsi mio padre in Spagna dove stava lavorando a un thriller intitolato Mr Arkadin. Gli dissi che invece di diventare segretaria, come volevano mia madre e Jack Pringle, desideravo studiare letteratura francese e storia dell’arte alla Sorbona». Orson Welles, appena emerso dalla complicata lavorazione di Otello, le offre di sostenerla ma la madre la mette in guardia dall’uomo che l’aveva tradita con un’amica mentre era incinta di sette mesi: «Aveva passato anni a chiedergli soldi per le mie tasse scolastiche e aveva solo ricevuto indietro le lettere con la scritta “il destinatario ha cambiato indirizzo”». Chris tituba fino all’ultimatum materno: «Devi sapere con chi hai a che fare e non credo tu lo sappia» mi disse. «Orson ti prometterà la luna e le stelle – è molto bravo in questo – e ti lascerà a becco asciutto». Risultato, la ragazzina promette di tagliare i ponti con lui pena perdere l’unico genitore presente nella sua vita. «Realizzai che non avevo scelta e lo comunicai a mio padre per telefono una sera di dicembre del 1954» scrive ancora. Impossibile dimenticare la risposta: «”D’accordo, Christopher” disse. “Se è quello che vuoi”. Non lo era, ma capii in seguito che l’aveva interpretato come un atto ingrato di tradimento». Orson Welles non si sarebbe più fatto vivo fino a sipario calato, quando costretto dalla cattiva sorte ad accettare anche i lavori più commerciali avrebbe ripensato alla figlia, estrema sponda del cuore come la slitta Rosebud per Charles Foster Kane.

L’ultima conversazione è il tesoro di Christopher Welles Feder: «”Mi ameranno quando sarò morto” disse ridendo». Lei l’aveva amato da vivo: «Non mi sono mai sentita tanto intelligente e sicura di me come quando avevo l’attenzione di mio padre, ma lui aveva altro a cui pensare». Come quella volta che, a soli otto anni ma già ansiosa di piacergli, gli chiese una particina nella Signora di Shangai. Lui, senza entusiasmo, la riprese pochi secondi mentre mangiava un gelato, sarebbe stata una monella americana. Anni dopo Chris avrebbe atteso invano di veder comparire quella bambina sul grande schermo: «Non comparve mai». Orson Welles aveva tagliato il superfluo.

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