Genocidio premeditato

Ruanda, un nuovo rapporto d’indagine ridisegna la storia del conflitto scoppiato nel 1994 nello Stato africano. Ad uccidere il presidente Juvenal Habyarimana furono i soldati dell’esercito nazionale.

Non fu un attacco nemico dei Tutsi ma un vero e proprio colpo di Stato organizzato e eseguito dai colonnelli delle Forze Armate del Ruanda (Far). Queste le conclusioni dei sette membri della Commissione indipendente che da due anni indaga sui fatti del 6 aprile 1994 che portarono all’abbattimento dell’aereo del presidente Juvenal Habyarimana. Il rapporto Mutsinzi potrebbe, se accettato dalla giustizia internazionale, riscrivere la storia della guerra civile fra tutsi e hutu nello stato africano, nel corso della quale morirono oltre un milione di persone.

Responsabilità mai accertate.
Fino ad ora sono state solo ipotesi quelle volte a identificare i possibili esecutori dell’attentato che portò alla morte di Habyarimana e di Cyprien Ntaryamira, allora presidente del Burundi, che viaggiava con lui sul Falcon 50 di proprietà francese. La politica interna attuata da Habyarimana nel 1993 avrebbe reso il presidente di etnia hutu un bersaglio per entrambe le fazioni in lotta. Il 4 agosto di quell’anno il politico firmò i cosiddetti Accordi di Arusha volti a sancire una tregua col Fronte Patriottico del Ruanda (RPF) guidato da Paul Kagame – attuale presidente dello Stato – al quale venne subito attribuita la regia dell’omicidio. Secondo il “Potere Hutu” , la frangia estremista della formazione di governo, Kagame e i suoi avrebbero colpito l’esponente di spicco dei tutsi per paura di non vedere compiute le promesse di Arusha le quali concedevano al RPF un ruolo politico e militare importante all’interno della società ruandese. Con questo pretesto gli hutu, numericamente superiori ai tutsi, aprirono gli scontri che portarono al genocidio del 1994.

Rilettura degli incartamenti.
È arrivata a tre anni di distanza dalla sentenza del 2006 del giudice francese Jean-Louis Bruguière che accusò Kagame di aver deliberatamente ucciso Habyarimana per provocare il genocidio contro i suoi e, quindi, costruirsi una base politica per prendere il potere. Le conclusioni di Bruguière furono giudicate controverse e criticate duramente dalla stampa francese e dalla comunità internazionale. Nell’aprile del 2007 un decreto del primo ministro di Kigali diede incaricò la commissione indipendente di riaprire il fascicolo sull’abbattimento del Falcon presidenziale. Dopo due anni di lavoro, la raccolta di seicento interviste a testimoni oculari e diverse analisi balistiche effettuate dagli specialisti dell’accademia nazionale di difesa del Regno Unito, si è pervenuti a dati oggettivi che ribalterebbero le posizioni degli imputati. Il team di Jean Mutsinzi, giudice della Corte Africana sui diritti dell’uomo e dei popoli, non avrebbe alcun dubbio: a uccidere la più importante carica di Stato del Ruanda sarebbero stati gli stessi uomini deputati a proteggerlo. A loro, e ad alcuni membri della famiglia presidenziale, le aperture politiche di Habyarimana verso i tutsi apparvero un tradimento nei confronti del potere hutu che fino ad allora aveva gestito per vent’anni il monopolio politico dello Stato.

Le testimonianze. Hanno accertato, tutte, che la deflagrazione dell’aereomobile presidenziale avvenne dopo l’impatto con due missili lanciati da Kanombe Camp da tre uomini bianchi appoggiati dai soldati del battaglione anti-aircraft al comando di Théoneste Bagosora, uno degli uomini di fiducia di Habyarimana. Il velivolo, di ritorno dai negoziati di pace di Dar es Salaam, Tanzania, sarebbe stato raggiunto dai due razzi – SA-16 Gimlet ordinati dall’esercito ruandese tra il 1990 e il 1992 all’Unione Sovietica, Corea del Nord, Egitto, Cina e Brasile – intorno alle 20.30 ora locale. Dopo aver appurato, grazie a interviste esclusive a membri dell’establishment locale e a dirigenti delle organizzazioni internazionali, che il piano omicida era pronto già da diversi mesi, il team inquirente ha ricostruito le fasi dell’attentato che hanno sconvolto la storia del Ruanda. “Sono stato uno dei testimoni diretti di questo attacco. – ha raccontato Pasuck Massimo sottotenente colonnello al servizio del Belgio che lavorava come medico all’ospedale militare di Kanonmbe e viveva a 300m dalla residenza del presidente. La sera del 6 aprile 1994 […] verso le 20.30 ero nel mio salotto. Ho sentito la prima volta un ‘esplosione’e ho visto una luce color arancio. […] Il ‘colpo’ è stato seguito da due detonazioni. La mia prima reazione è stata quella di pensare che tale esplosione aveva fatto crollare il C130 che doveva arrivare quella sera. Ho lasciato la mia casa e ho visto una palla di fuoco che si era schiantata sui campi della casa presidenziale […] a 350-400m da casa mia. […] Secondo le informazioni che ho avuto al campo Kanombe […] i tutsi erano stati liquidati nel primo pomeriggio, gli avversari ed i sospetti del regime sono stati maltrattati, saccheggiati e alcuni sono stati uccisi […] era avvenuto un massacro quasi sistematico di tutti i potenziali testimoni oculari. È necessario sapere che si è tentato di far finta che il fuoco sia venuto dal CND (RPF)”.Nsengiyumva Tharcisse era in Camp Kanombe e ha descritto il lancio dei missili: “Io stesso sono stato testimone l’attacco del 6 aprile 1994 contro l’aereo del Presidente Habyarimana. Ho visto i razzi  lasciare terra verso il bersaglio. […] Ho visto l’aereo vicino, dal luogo in cui mi trovavo, era chiaro e visibile. L’aereo veniva dalla direzione di Masaka, aveva iniziato la sua manovra di atterraggio. […] Ho visto una fiammata salire molto rapidamente verso l’aereo, poi il primo missile seguire e colpire il motore. In pochi secondo ho visto partire il secondo missile dopo l’aereo è esploso definitivamente”.
Questi sono gli estratti di due testimonianze che si sommano alle tante altre di chi quel 6 aprile riuscì a vedere il Falcon presidenziale disintegrarsi in aria e disperdersi sulla zona circostante l’aeroporto. Alcuni emigrati in Ruanda avrebbero inoltre raccontato ai membri della commissione che immediatamente dopo l’incidente dalle residenze dell’esercito e soprattuto dalla casa del maggiore Bernard Ntuyahaga si sentirono “urla di giubilo”.
Probabilmente qualcuno di loro pensava che il potere hutu sarebbe rimasto intatto. Sicuramente nessuno pensava a 1 milione di morti e l’abbandono forzato dell’etnia contadina dal territorio nazionale.

Antonio Marafioti

Peacereporter

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