India: la sfida dei maoisti

Perché i maoisti indiani si chiamano Naxaliti. La storia e l’evoluzione del movimento nato con la partenza degli inglesi ma che ha compiuto il salto di qualità nel 2004. Le rivendicazioni dei contadini e dei gruppi tribali. I legami internazionali.

Il movimento naxalita indiano e la relativa guerriglia hanno origini lontane. Nascono difatti quando gli inglesi lasciarono l’India, e gli Stati del nord-est rifiutarono l’invito di Nehru a entrare nell’Unione indiana. Sono stati in origine particolarmente attivi in Assam, Nagaland, Manipur e Mizoram dove, alleati del gruppo indipendentista di Angami Zapu Phizo, agivano come squadra di guastatori per la Naga Army secondo il motto: “Il potere politico scaturisce dalla canna del fucile”. Finanziati e addestrati prima dal Pakistan orientale – l’attuale Bangladesh – e poi dalla Cina, col tempo hanno cambiato di segno per diventare ufficialmente i difensori dei diritti dei poveri e delle caste basse nelle zone rurali.

La rivoluzione armata aveva però registrato una forte battuta di arresto durante l’Emergenza proclamata da Indira Gandhi, quando il governo mise al bando i gruppi rivoluzionari e ne ordinò l’eliminazione. Il movimento di ispirazione maoista, sconfitto ma non morto, si riorganizza poi ai principi degli anni ottanta nella cittadina di Naxalbari, nel Darjeeling. La cittadina, cioè, da cui il movimento prende nome e in cui troneggia ancora un busto di Charu Mazumdar, padre ideologico dei moderni guerriglieri maoisti e filosofo dell'”annientamento selettivo”.

I Naxaliti si propongono in sostanza di instaurare il governo del popolo nella repubblica indiana e, praticamente, forniscono appoggio alle rivendicazioni dei contadini e dei gruppi tribali degli stati in cui operano. In pochi anni, complici povertà e privilegi dei ricchi duri a morire nelle zone rurali, prendono piede un po’ dappertutto. Nel misero Bihar, dove contrastano efficacemente i thakur sena, i temibili eserciti dei latifondisti e si battono contro i privilegi di casta. Arrivando a fondare un governo parallelo che in pochi anni, con azioni armate e con i suoi “tribunali istantanei”, elimina qualche migliaio di “sfruttatori della classe contadina”. Altrettanto è successo ai movimenti Naxaliti in Orissa e nel confinante Madhya Pradesh. Dove negli anni ottanta le divise verdi maoiste promisero ai contadini, in gran parte tribali e fuoricasta, che non sarebbero stati più presi alla gola dai caporalati per una misera paga di ottanta paisa (più o meno cinquanta centesimi) al giorno.

La minaccia bastò a far promettere al governo un piano di risanamento rurale da 7,35 miliardi di rupie. Ma Delhi non mantenne la parola e i guerriglieri dei poveri ottennero l’appoggio dei compagni del confinante Andhra Pradesh. Dove la rivoluzione armata era iniziata già nel 1968, quando letterati e scienziati si univano ai guerriglieri nascosti nelle foreste di Srikakulam. I Naxaliti hanno organizzato i contadini in efficienti grama rakshak dal o squadre di difesa del villaggio, e ogni dal fa riferimento a un Comitato contadino che gestisce le attività economiche della comunità. Per molto tempo, i guerriglieri maoisti sono stati considerati poco più che banditi, bande di disperati che assaltavano granai e caserme della polizia per ottenere cibo o visibilità: ed è stato un errore fatale. I gruppi armati di estrema sinistra, in India, sono ormai difatti circa una quarantina. Alcuni, è vero, sono poco più che bande armate di delinquenti comuni.

Per gli altri, però, la questione è diversa: forti di un braccio politico, di solide basi ideologiche e del controllo capillare del territorio, i gruppi Naxaliti hanno fondato dei veri e propri governi-ombra. E, nel 2004, è stato compiuto un salto di qualità. Il Maoist Communist Centre of India (Mcc) e il Communist Party of India (Marxist-Leninist) People’s War (noto anche come People’s Guerriglia Group o Pwg) si sono uniti dando vita al Communist Party of India-Maoist (Cpi-M) superando divisioni ideologiche e conflitti interni. Sotto la spinta, pare, delle operazioni anti-maoiste lanciate in grande stile dalla polizia indiana nel 2000 all’epoca della creazione dello stato del Jarkhand. La nuova formazione, di cui è stato eletto segretario generale Muppala Laxman Rao detto Ganapati, ha pubblicato un manifesto ideologico contenuto in cinque documenti che spaziano dai programmi del ‘partito’ alle “Strategy and tactis of the Indian Revolution” fino a “Hold high the bright Red Banner of Marxism-Leninism-Maoism” in cui si tenta una ardita sintesi delle due ideologie in questione.

Per perseguire la Nuova rivoluzione democratica nell’India definita “semi-latifondista, semi-medievale”. E non si tratta di un gruppetto di nostalgici in vena di malinconie. Il nuovo Cpi-M comprende difatti circa settemila guerriglieri armati di tutto punto, forti di armi da fuoco di vario genere e, perfino, di mine e della tecnologia necessaria per riparare le armi e assemblare granate. I guerriglieri del popolo sono difatti una vera e propria struttura militare, gerarchicamente organizzata in “Commissioni” (Centrali, Statali, di zona, di distretto e di area) e in “Squadre combattenti di guerriglia”: ciascuna squadra comprende alcuni dalam, battaglioni composti da nove o dodici guerriglieri attivi in ben tredici stati. Il Cpi-M sta cercando, inltre, di estendere le sue attività ad altre regioni dell’India del nord in modo da creare una Compact Revolutionary Zone (Crz) che dal Nepal, attraversando il Bihar arrivi via via attraverso l’India centrale fino all’Andhra Pradesh, al sud. E non manca poi moltissimo perché la Crz diventi una realtà.

Una realtà che consentirebbe ai guerriglieri, soprattutto, di rafforzare i legami con i maoisti del Nepal ormai al governo e con il Communist Party of Bhutan-Maoist. Il Cpi-M, attraverso i due gruppi originari, ha difatti anche solidi legami internazionali. E’ legato al Liberation Army of Peru e al Kurdistan Workers Party, ed è in ottimi rapporti, di proficuo scambio, con l’Ltte, le Liberation Tigers of Tamil Eelam che operano nello Sri Lanka. Fa parte inoltre della Coordination Committes of Maoist Party and Organisations che comprende nove partiti estremisti dell’Asia del sud (Bangladesh, Nepal, Sri Lanka). Ma, soprattutto, il Cpi-M è ormai fortemente radicato sul territorio e ne fanno parte non soltanto contadini o tribali, ma anche intellettuali, laureati, borghesi. E, sempre più spesso, donne.

La povertà, la rabbia e l’insoddisfazione di contadini, tribali e degli strati più disagiati della popolazione in genere, unite alla pressocchè totale latitanza delle istituzioni nelle regioni in questione, hanno fornito ai Naxaliti una solida piattaforma su cui operare sfruttando e acuendo abilmente le diseguaglianze sociali ed economiche della popolazione. E di programmare, secondo gli analisti, una vera e propria strategia a lungo termine che dovrebbe portare, nelle intenzioni dei ribelli, a risultati analoghi a quelli ottenuti dai maoisti nepalesi.

Francesca Marino

Limes

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