Sì, mio padre è un esempio

Umberto Ambrosoli: guardo a lui su come si può essere cittadini, su come si può dare il proprio contributo

Come si diventa eroi in Italia? Umberto Ambrosoli è figlio di quello che è stato definito dal giornalista Corrado Stajano “un eroe borghese”: Giorgio Ambrosoli.

Avvocato, milanese, classe 1933, monarchico, specializzato in fallimenti bancari: nel 1974 viene nominato dal ministero del Tesoro liquidatore della Banca privata di Michele Sindona, un finanziere con stretti legami con la mafia americana e il Vaticano, dagli appoggi potenti, su tutti Giulio Andreotti.

Il crac della banca si poteva risolvere in due modi: a spese dei contribuenti (cioè delle banche pubbliche) o a spese di chi aveva contribuito a creare il dissesto, anche se erano molto potenti.

Ambrosoli viene ucciso, su mandato di Sindona, da un killer della mafia nel 1979 perché ha scelto la seconda opzione. “E’ indubbio che pagherò a caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento perché mi è stata data un’occasione unica di fare qualcosa per il paese”, scriveva già nel 1975 in una famosa lettera alla moglie. Anche il figlio Umberto, 28 anni, ha scelto di fare l’avvocato.

Avvocato Ambrosoli, in che senso quella di suo padre è la storia di un eroe?

Serve una premessa: non stiamo parlando di una persona che ha fatto qualcosa con l’obiettivo preciso di diventare un eroe. Nel caso di mio padre e degli altri che avete indicato sul Fatto come eroi, da Falcone a Pertini, non si applica quel concetto di eroismo che si identifica con una straordinarietà.
Non sono eroi in senso mitologico. E’ importante capirlo perché altrimenti, di fronte a doti straordinarie, viene da dire: “Io sono una persona normale e non potrò mai essere come loro”. Per questo, più che eroe, mi sento di dire che mio padre è un esempio.

In che senso?

E’ un esempio di come si può essere cittadini, di come si può dare il proprio contributo al contesto in cui si vive, che sia quello familiare, quello professionale o quello del paese. Ed è bello vedere come questa consapevolezza di responsabilità, nel caso di mio padre e per gli altri che avete indicato sul giornale, venga vissuta anche nel momento della massima tensione.

Nella ricostruzione che lei fa nel libro “Qualunque cosa succeda”, emerge chiaramente come suo padre non avesse alcun incentivo a scegliere la soluzione più faticosa nel decidere chi doveva pagare per il crac di Sindona. Perché l’ha fatto, quindi?

Il bello è che può non esserci bisogno degli incentivi. Queste storie, quella di Falcone, di Borsellino e tantissime altre che questo paese offre, dimostrano che è possibile interpretare il proprio ruolo di responsabilità, qualunque essa sia, in termini coerenti con i propri valori, senza fini o interessi diversi da quelli a cui la responsabilità è volta.
E si può essere liberi. Liberi di fare affidamento sulla propria capacità di decidere, non delegando agli altri il significato delle scelte che si fanno e quindi non delegando le responsabilità.

“Sono solo”, dice Giorgio Ambrosoli a sua madre la prima sera dopo la nomina a commissario liquidatore. E la percezione della solitudine sembra una costante, anche in altre vicende come quella di Borsellino.

Non si trattava, nel caso di mio padre come certamente in quello di Borsellino, di una lamentela della solitudine da un punto di vista emotivo. Ma come potenziatore della responsabilità: è il disagio che provi quando ti accorgi che quello stesso paese che ti ha dato un incarico, che ti ha assegnato delle responsabilità pesanti, non è così monolitico nel volere che tu raggiunga gli obiettivi che esso stesso ti ha assegnato.
In questi casi c’è sempre chi invoca interessi superiori per giustificare l’atteggiamento della politica: la ragion di Stato, la Guerra fredda, il Muro di Berlino, che impongono scelte sgradevoli ma necessarie. A posteriori con la dialettica si può provare a giustificare tutto. Io penso che le considerazioni non si fanno a posteriori: la correttezza di un’azione e di una scelta la si vive in relazione al contesto sociale in cui la si compie.
E il punto di riferimento di ogni contesto sociale è l’ordinamento: la legge intesa non come legalità ma come rispetto della volontà popolare.
Bisogna considerare una serie di fattori: il suo amore per il paese, cioè per la collettività, la sua volontà di sentirsi parte attiva e dinamica, non qualcuno che occupa uno spazio e un tempo, la sua consapevolezza di essere un genitore. E quindi la responsabilità verso il contesto in cui vivranno i suoi figli.

Suo padre si scontra con gli interessi dello Ior, con quelli di Andreotti, della mafia e di ambienti in cui tutti sembrano ragionare con coordinate morali diverse dalle sue. Non pensa che sia inevitabile, quando si arriva a gestire un grande potere, corrompersi almeno in una certa misura?

Non sono d’accordo. La storia di mio padre dimostra il contrario: che i “piani alti” sono fatti dalle persone. Nel suo piccolo mio padre è arrivato a un “piano alto” ed è rimasto quello che era.
Per chi pensa che non ci sia modo di ottenere la propria tranquillità senza eludere la norma, per chi è convinto che raggiunto un certo livello di responsabilità non sia possibile evitare di rimanere invischiati o di privilegiare se stessi rispetto agli altri, alla collettività, la storia di mio padre è lì a dimostrare il contrario.
E che esistono delle “variabili”. Cioè delle persone che rendono false le affermazioni sull’inevitabilità dei compromessi. Il fatto che poi quella “variabile” sia stata uccisa pone una sorta di consacrazione al suo lavoro. Ma a rendere eroi quelli come mio padre è soprattutto l’aver continuato a fare il proprio lavoro con la consapevolezza delle conseguenze.

Come spiega il senso della morte di suo padre e del suo lavoro, quando ne parla nelle scuole?

Cerco di spiegare agli studenti che quella di mio padre potrebbe essere la loro storia. Non sedeva sui banchi di scuola pensando che sarebbe diventato un eroe per il paese. La sua è stata una vita proiettata verso la normalità. Le sue scelte poi sono diventate straordinarie perché il contesto in cui ha agito non era in sintonia con i suoi valori. L’isolamento, istituzionale e, latu sensu, politico, ha reso difficili quella linea di comportamento. E più rischiosa.

Che reazioni hanno i ragazzi?

Apprendono con entusiasmo, soprattutto il bisogno di consapevolezza e la voglia di libertà. La libertà, da ragazzi, viene vissuta in termini di autonomia, è poter fare quello che si vuole. Invece il concetto di libertà è l’altra faccia inevitabile di quello di responsabilità: suscita grande entusiasmo capirlo con una storia come quella di mio padre che, al di là del suo finale, è quella del miglior modo possibile di passare il nostro tempo sulla Terra.

La vicenda di Giorgio Ambrosoli, però, non compare nei programmi scolastici non si studiano e la televisione non la racconta spesso.

Qualche tempo fa sono tornato nel mio liceo per una lezione organizzata da alcuni professori sul tema della legalità. Quando studiavo ero abbastanza attivo nella politica studentesca, chiedo ai miei professori: “E’ rimasto tutto uguale?”. Loro rispondono con grande pessimismo che i ragazzi sono diventati molto più tranquilli, non fanno nulla, giusto due manifestazioni di rito all’anno, ma nessun dibattito. In palestra non ci sono più assemblee ma soltanto educazione fisica. Ci ho riflettuto. E poi mi sono reso conto che, sì, alcune cose forse sono cambiate in vent’anni. Ma io non avevo professori che organizzavano i cicli di lezioni sulla legalità. E che ci facevano conoscere storie, ed esempi, come quella di mio padre.

Da Il Fatto Quotidiano del 21 gennaio

Stefano Feltri

Antefatto

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Una Risposta to “Sì, mio padre è un esempio”

  1. Notizie dai blog su Il 20 marzo in piazza contro le mafie Says:

    […] Sì, mio padre è un esempio Umberto Ambrosoli: guardo a lui su come si può essere cittadini, su come si può dare il proprio contributo Come si diventa eroi in Italia? Umberto Ambrosoli è figlio di quello che è stato definito dal giornalista Corrado Stajano “un eroe borghese”: Giorgio Ambrosoli . blog: Sottoosservazione's Blog | leggi l'articolo […]

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