Cannabis terapeutica parliamone

di Luigi Manconi

Fabrizio Pellegrini, 41 anni, residente a Chieti, pianista, militante dell’associazione Luca Coscioni, è affetto da fibromialgia. Una patologia che comporta una infiammazione delle articolazioni provocando rigidità degli arti, difficoltà di movimento e gravi sofferenze. Ma a Pellegrini è toccato subire numerosi procedimenti giudiziari, alcuni arresti, qualche mese di carcere, tre condanne in primo grado, per «coltivazione a fini di spaccio» di canapa sativa. In un’intervista a Susanna Turco, pubblicata dall’Unità (7 gennaio 2010), racconta come la sua determinazione nel coltivare la “pianta proibita” sia dovuta al fatto che «se non assumo cannabis sto fermo tutto il giorno, sul tappeto o su una poltrona. In carcere facevo ore di yoga: un po’ aiuta, a ossigenare le parti più remote del corpo, in mancanza di meglio. Il processo degenerativo è inarrestabile, lo so, ma con la terapia rallenta, si riesce a tamponarlo: e senza terapia non si può stare perché si va incontro alla morte, spiace dirlo».
Nonostante si tratti di una terapia clinicamente testata, e validata da ineccepibili e univoche ricerche internazionali, i farmaci a base di cannabinoidi sono di difficilissimo e costoso reperimento in Italia. Da qui la decisione dell’autoproduzione da parte di Pellegrini: «Non mi spiego come una persona bisognosa di cure finisca dentro per due piantine e come la polizia ignori le documentazioni mediche che pure gli mostro ».

Dopo la pubblicazione di questa intervista, la redazione del giornale riceve una lettera da Valeria Vaccai, 36 anni, affetta dalla stessa patologia di Pellegrini: «La fibromialgia non è una patologia degenerativa progressiva, non porta alla morte e esistono valide terapie alternative alla cannabis. La patologia si giova dell’esercizio fisico e peggiora con l’immobilità. La cannabis inoltre, se usata smodatamente provoca dipendenza e ha gravi effetti sulla memoria, che è già penalizzata da questa malattia».
Una prima risposta a Valeria Vaccai viene offerta dal dottor Francesco Crestati presidente dell’associazione Cannabis Terapeutica: «Non esiste terapia specifica per la fibromialgia, e per il trattamento, a lungo termine, si utilizzano antidepressivi, analgesici, cortisonici, oltre a terapie non farmacologiche come esercizi, agopuntura e fisioterapia. Sono già stati pubblicati alcuni anni fa dei casi clinici che hanno risposto bene ai derivati della cannabis. Uno studio del 2008 ha confrontato l’effetto del cannabinoide sintetico Nabilone contro placebo. Si è dimostrata una riduzione significativa del dolore e dell’ansietà, e gli autori concludevano che il Nabilone poteva essere considerato un utile ausilio per il trattamento del dolore in questa malattia. Recentemente è uscito uno studio che ha confrontato l’effetto sul sonno del Nabilone con un antidepressivo. Ambedue i farmaci hanno migliorato il sonno, ma il cannabinoide si è dimostrato più efficace. Gli autori concludono che il Nabilone è efficace nel migliorare il sonno nei pazienti con fibromialgia ed è ben tollerato. Una dose bassa di Nabilone somministrata la sera al momento di coricarsi può essere considerata un’alternativa all’antidepressivo». Il dottor Crestati conclude così: «Vista la riconosciuta importanza del sistema endocannabinoide nel nostro organismo, e i positivi effetti sul dolore, sull’umore e sul sonno dei derivati della cannabis, una rassegna del 2008 pubblicata sul Neuro Endocrinology Letters ha introdotto il concetto di Deficit Clinico di Endocannabinoidi quale possibile spiegazione dei benefici della cannabis nella fibromialgia».

A me le parole del dottor Crestati sembrano convincenti, per due ragioni tra le altre: perché l’esistenza di farmaci alternativi non porta necessariamente a escludere quelli con cannabinoidi. Al contrario: è un fatto assai positivo che il paziente possa scegliere tra diverse terapie sulla base delle preferenze individuali e delle proprie reazioni fisiche. Si dice, poi, che tra gli effetti collaterali di questi farmaci possa esserci una sensazione di “euforia”: ma questo o è un fattore non significativo o costituisce addirittura un argomento a favore. Perché mai deve considerarsi negativamente il fatto che una persona, affetta da gravi patologie, manifesti uno stato d’animo non depresso e un umore più sereno?
Seconda ragione. Parliamo, appunto, di gravi malattie: di fronte a esse, l’imperativo morale di ridurre il dolore e gli stati di sofferenza non viene prima, assai prima, del rischio di un uso “smodato” della cannabis e dei suoi possibili effetti negativi? Comunque, come si dice in questi casi, la discussione è aperta.

L’Unità

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2 Risposte to “Cannabis terapeutica parliamone”

  1. Valeria Vaccari Says:

    Ridurre il dolore e lo stato di sofferenza non deve prescindere dal mantenere il malato lucido e in sè. Lo stato di euforia che danno i cannabioidi probabilmente
    è simile a quello di alcuni anti depressivi specifici che vengono dati per questa
    patologia, che ti caricano come una macchinetta a molla e non ti fanno sentire il dolore, fino all’arrivo della prossima pastiglia.
    Non depresso non significa fuori di sè, io preferisco soffrire un pò ma essere in me stessa.

    Valeria Vaccari

  2. Carlo Says:

    Ci sono altre buone terapie di canabinoide come la serie di JWH e WIN le serie che hanno aiutato molta gente con dolore e la nausea. Sono inoltre neuroprotectors ed antiossidanti. Ci è molta ricerca che è effettuata a herbavigor.com. Penso che ci dovrebbe essere la più ricerca per i canabinoides.

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