Dall’archivio storico de l’Unità i racconti di Giorgio Caproni

LA LIGURIA NON CEDE

Rina era andata come ogni giorno sul costone, di lì potendo vedere a suo agio le case di Loco. Le identifica una per una, come il pastore identifica le pecore, e nel sole infinito che batteva su di esse fermava a lungo lo sguardo su quelle pietre cariate – sul suo paese tagliato dalla rotabile a fondo valle con tutte le case vecchie ad eccezione della sua e di poche altre, candide pei muri di calce al sole. Dava la mano ai suoi bambini che invece non guardavano nulla e che ogni volta ripetevano la stessa cosa («Perché non torniamo là, a casa nostra»), e ciò che le faceva ora opachi gli occhi non era nè esaltazione nè abbattimento: era un pensiero denso e caldo come un vento sabbioso nella sua testa – un sangue caldo che le saliva buio agli occhi con una solennità di cui lei stessa, ora, si sgomentava. Senonché era tornata subito quieta – aveva accettato con quiete quella nuova forza insorgente in lei, quasi si fosse scoperta un’altra volta incinta. E non rispondendo nulla alla domanda dei bambini, li aveva riportati piena di quell’illimitata quiete sopra la stalla a Casanova dove s’era esiliata.

«Una casa nient’affatto nuova», protestava il figlio più piccolo. Certamente una casa, pensava invece lei, non foss’altro libera – una casa dove non erano entrati «gli altri» e dove lei si sentiva, sulle tavole sopra la stalla, libera nel suo volontario esilio. E guardando le tavole con le fessure larghe un dito da cui passava il tanfo acre delle bestie, ai suoi bambini ch’erano tanto delicati su quelle tavole avrebbe voluto spiegare ciò che nemmeno lei sapeva spiegarsi – avrebbe voluto almeno immettere in loro un poco di quell’immenso flusso caldo che si sentiva in lei e che a lei da sola pareva di non poter contenere più. Senonché s’era limitata a dire questo ai suoi bambini, i quali forse nemmeno pensavano più alla loro domanda: «Torneremo a Loco quando i partigiani avranno scacciato i fascisti. Ora ci sono loro ed è come se la nostra casa non ci appartenesse più».

I suoi bambini non potevano capire ciò e lei lasciò subito cadere il discorso. Li aveva collocati delicatamente sulle tavole, nel fiato acre ma tiepido che veniva su dalla stalla, e subito mentr’essi dormivano lei era rientrata nei suoi pensieri – era risalita sul costone col suo pensiero e ancora fissava uno per uno i tetti delle case del suo paese, vedeva «loro» sotto i tetti, i fascisti, muoversi da padroni nelle stanze che erano di lei, e col mitra sul cuscino nel letto di lei vedeva nella sua più intima stanza dormire il tenente fascista. Un uomo, pensava Rina, simile alla gente nostra – un uomo con le nostre parole liguri sulle labbra ma incomprensibile per il significato diverso che in lui prendevano le stesse parole usate da lei o dette dalla sua gente a lei.

Vedeva il tenente quando era entrato la prima volta coi suoi uomini in casa sua, e pensava alfine questo: è un uomo che bisogna distruggere. Perché questo lei aveva provato: che appena sopraggiunti gli alpini fascisti tutto le era divenuto odioso come se tutto (anche i fiori nuziali dei meli, anche le pietre rosse e i pini della sua Val Trebbia, perfino il fiume così profondamente celeste fra i sassi rossi e l’aria di vetro della Val Trebbia) fosse stato segnato da un marchio infame. E l’onda tepida e infinita ch’era in lei aumentava rivedendo con la mente l’ufficiale fascista nella cucina semibuia darle ordini con voce che invano cercava d’esser gentile, i suoi uomini impossessandosi intanto delle stanze e degli utensili di casa. Stanze e utensili domestici che «loro» rubavano come rubavano le parole liguri non perché appartenessero a lei (avevano usato quelle stanze e quegli utensili anche i partigiani, senonché allora tutto era naturale e dolcemente vero come se li usasse lei stessa) bensì perché essi, lo sentiva, li usavano contro di lei, per farne strumento di un’azione che trascinava anche lei contro ogni cosa vera. E le pareva proprio di sentirsi ancora una volta incinta ripensando alla sera in cui il tenente con un libro in mano era disceso in cucina dalla camera a lei usurpata.

Aveva in mano il libro da lei dimenticato sul comodino, e tenendo l’indice tra le pagine il tenente aveva detto: «Ha lasciato su il libro perché io ammiri suo marito? Io ammirerei suo marito se fosse qui con noi. Comunque qui c’è una poesia veramente bella, sono parole che capisco anch’io». E aperto il libro dove teneva l’indice come segno aveva letto diversi scritti da suo marito per lei: li aveva letti con voce dolce, ma perché in bocca di lui tutto diventava errore? Ora Rina si ripeteva a memoria quei versi, quasi per ristabilirne la verità. Li ripeteva lenti – erano versi penetrati in lei lentamente, una nostalgia di lui, non ligure, per lei e i monti della Liguria di lei. Li aveva scritti suo marito in guerra e cosa poteva capire del loro lamento il tenente fascista? Lo sentiva ora, con quelle parole intime in bocca, più che mai nemico laggiù nel letto suo, davvero pari a un errore che bisogna ad ogni costo distruggere. Talché subito quella sera stessa, appena uditi da lui quei versi, aveva pensato senz’astio e fredda: «Bisogna proprio che quell’uomo non esista più».

E la paura le era venuta la notte, dormendo con la madre vecchia e i bambini in cucina. O meglio, non propriamente la paura, e nemmeno un odio, bensì quell’infinita energia calma ch’era ormai in lei quasi fosse incinta e che al mattino le aveva fatto subito dire alla mamma: «Io in questa casa non ci sto più finché ci sono loro: me ne vado coi bambini a Casanova, al diavolo, ma questa casa ce l’hanno rubata e io non ci sto più finché ci sono i ladri». E pur essendole sembrato che la mamma non l’avesse del tutto capita, al mattino se n’era andata lo stesso coi suoi bambini a Casanova – aveva ritrovato sulla stalla a Casanova quella sua libertà e quella fiducia senza confine di cui le pareva d’essere incinta. E mentre i bambini dormivano ormai, non per loro ma soprattutto per sé aveva ripetuto: «Torneremo a Loco quando i partigiani avranno scacciato i fascisti».

I bambini ormai erano dentro il sonno, chiusi, e lei avendo ora bisogno che qualcuno sentisse quelle sue parole, era andata in cucina accanto alla stufa di ghisa rovente – s’era messa a parlare con la donna che l’ospitava. Ma non c’era soltanto quella donna in cucina: c’erano anche tre uomini armati di sten che lei conosceva ma che lei in quel momento non s’aspettava di vedere li. Li salutò per nome e disse: «Allora è il momento d’andare a scacciare via quelli di giù?». Cui essi risposero una sola cosa: «Si». E soltanto quando si furono allontanati un poco nel buio sull’erba uno si voltò dicendo: «Andiamo a riprendere anche la tua casa – forse non la faranno a pezzi».

«Io», disse in cucina Rina, «l’ho detto pochi minuti fa che torneremo a Loco quando i partigiani avranno scacciato i fascisti. Ora dico questo: dico che ci torneremo domani!». Ma perché la donna taceva – perché dentro la notte non s’udiva un colpo? La donna s’era chiusa anche lei nel sonno presso la stufa ormai semispenta e a Rina era toccato di vegliare tutta la notte per non udire nemmeno un colpo. Solamente con la prima luce, nell’aria dilatata dal gelo dell’alba, Rina aveva udito d’un tratto i cani abbaiar giù sullo stradale inquietati, con quel tono d’allarme nel latrato che lei conosceva bene. E allora mentalmente disse: «Ci siamo». Senonché spari non se ne udivano ancora – soltanto dalla parte di Gorreto s’udiva un velato fragore di carriaggi ingrandir con la luce.

«Si sposta tutta la divisione», pensò ad altra voce Rina; «il tenente aspetta coi suoi uomini tutta la divisione per muoversi». Non aveva il minimo dubbio di ciò, come se queste cose gliel’avesse dette un altro, e andò calma dove dormivano i bambini a preparare la sua roba. Poi, quando cominciarono i primi spari, disse ai bambini svegliatisi di soprassalto ch’era cominciata la festa. Ed essendo i bambini abituati ai colpi dei mortai fascisti e degli sten partigiani, anch’essi molto calmi andarono con lei sul costone a vedere «la festa».

Ora (cominciava piuttosto fredda la sera d’ottobre) Rina era appena tornata nella casa nuovamente sua. C’era ancora, fresco, lo sterco fascista sullo stradale di Loco, e nella casa era un cupo odore forestiero insopportabile. Ma perché quell’onda ch’era dentro di lei non s’era ancora sciolta, quasi lei ne fosse ancora incinta? Aveva sentito che c’erano quattro partigiani morti e che li aveva finiti alla nuca il tenente prima d’andarsene, e in lei quel pensiero era più acuto della letizia per avere ritrovato la casa. Addirittura (sentiva proprio d’esser sincera pensando ciò) avrebbe preferito non ritrovare la casa piuttosto che saper distrutti quegli uomini. Perché oscuramente sentiva questo: ch’erano morti anche per lei, perché lei ritrovasse libera la casa per sé e i bambini, e anche per suo marito quando sarebbe tornato. Lasciò i bambini a sua madre dicendo: «Io voglio vedere i morti – non c’è un uomo qui che possa accompagnarmi da loro?». Non c’era davvero nemmeno un uomo (tutti erano ancora nei boschi, ad eccezione dei più vecchi ed inutili), e così s’avviò sola al cimitero dov’era da un anno suo padre morto e dove ora, con la nuca e le spalle sul cemento dell’obitorio, posavano depostevi dal Commissario di Loco le quattro salme di Raffo, di Pantera, di Sardegna, di Pippo. Li aveva finiti con un colpo alla nuca il tenente mentre uno con l’altro essi si medicavano ferite larghe quanto una mano, e per lei era come se le strappassero i capezzoli vedere la garza ancora pulita ma all’infinito inutile dentro le ferite di Pantera, coi capelli finemente biondi (parevano finti come pareva finta la carne morta) e gli occhi celesti così da poco morti e sui cui già si posava una polvere eterna: quella che cadeva anche sui visi illividiti di Raffo e di Sardegna, sulla cui tenera cera erano ancora le impronte dei tacchi del tenente che aveva calcato il tallone sulla loro bocca con tutto il suo peso vile.

Volle lei stessa chiudere gli occhi ai morti e prima che ad ogni altro a Sardegna morto col pugno tirato su. Un pugno, anche così abbandonato sul cemento dell’obitorio, veramente duro e ligure malgrado il nome finto di Sardegna. E a ciò che era in lei d’immenso, nelle sue reni come se fosse incinta, al fine senza una lacrima lei aveva trovato una corrispondenza: era la stessa cosa chiusa in quel pugno che nessuna forza al mondo avrebbe potuto allentare più, reggendo esso nelle sue dita per sempre indurite una indicibile verità: come quella della casa in cui lei alfine era tornata libera.

ROVINE INVISIBILI

Antonio aveva detto: «Costruiremo qui: metteremo qui la nostra rimessa, Giulia». Aveva quasi squillato il nome di Giulia e a lei per la prima volta Antonio era apparso come un uomo felice. Senonchè era tornato subito nel suo guscio – il suo viso aveva subito riassunto l’aspetto chiuso di sempre: «un uomo troppo serio», diceva la gente. Un uomo che tuttavia lei amava così, nella sua dura scorza, proprio per quel viso che non s’incrinava mai in ambiguità e sotto il quale dominava quell’unico pensiero fisso cui lei, come una forte spalla, s’appoggiava con tanta fiduciosa dolcezza: la volontà di uscir dalla fame e di tirar su la rimessa per lei e per i loro bambini.

Lo spiazzo era tra il greto del torrente, gremito di ciottoli asciutti e bianchi come ossa prosciugate, e lo stradale all’ultimo limite della città. Ed era una cosa facile, con la mente, togliere da quel terreno i cupi e grassi mentastri e mettere a ridosso dei monti cupi il dado colorato del «noleggio» quale loro lo volevano, col distributore rosso davanti e (anche questo era nel progetto) lo spaccio di gazzose e birra.

«Passerà di qui tutta la città per andare al Santuario», aveva ancora detto Antonio. «È il posto ideale per chi vuol partire di qui con un mezzo da lasciare poi qui, all’orlo della città».

Giulia sentiva ormai dentro di sè lo strepito dei motocicli nel chiaro crepuscolo a maggio, e già vedeva arrivare giovanotti allegri che volevano portare al Santuario la ragazza e poi tornare la sera. Vedeva arrivare anche i cacciatori – si sarebbero fermati lì, a quell’ultimo posto urbano, come tutte le macchine in transito. E in quella nuvola di strepito e di polvere inventata dalla sua mente Giulia vedeva la sua dolce casa – vedeva alfine le sue stanze nel dado della rimessa e, dietro il dado, l’orto da annaffiare proprio a quest’ora, nell’aria tanto aperta e tepida del del vespro di maggio. Ed era talmente penetrata in questa sua invenzione che le labbra le si erano mosse quasi inavvertitamente nel dire: «Però i ragazzi è bene che tu li tenga nell’orto, fuori della strada. Verranno ad aiutarci quando saranno più grandi – Dina alla buvette e con le macchine Arturo».

Era tutto questo, in Giulia, un ricordo di oltre sei anni fa. Ora Arturo aveva l’età giusta per poter curare le macchine e Dina per poter accudire alla buvette. Ma Giulia dopo sei anni e più era tornata sola a rivedere di passaggio (un passaggio obbligato) lo spiazzo dove non era più possibile nemmeno con la mente levar via i mentastri: dove da nessuna parte del mondo Antonio avrebbe mai più potuto giungere a costruire il suo dado e a porre per lei quelle dolci stanze che in nessuna parte del mondo lei non avrebbe trovato più.

Nel rivedere il luogo di quella speranza distrutta, Giulia dopo sei anni non si lasciò vincere dal pianto. Aveva imparato anche questo: che le lacrime oggi non addolciscono il petto di nessuno e non tirano su un mattone. Giulia aveva pensato soltanto questo, rivedendo lo spiazzo e le ossa prosciugate del greto: aveva pensato perchè si viene al mondo se una speranza può crollare così irreparabilmente, perfino quella che non oltrepassa quanto dovrebbe esser concesso a due creature umane: a un uomo e a una donna che hanno accatastato giorni e mesi e magari anni duramente vissuti in fatica per dare due dolci stanze ai bambini. Non si domandava esattamente così, con una così lunga tirata, ma certo convergeva lì il senso di quell’odio ormai calmo, quasi come un latte, che sentiva salire in lei fino a indurirle il seno mentre le labbra le tremavano un poco al ricordo d’Antonio. Il quale era un uomo che non esisteva più come tanti altri – un uomo interamente consumato e finito per sempre in polvere in un feroce gioco che altri uomini, senza nemmeno chiedergli il consenso, avevano scatenato nell’universo intero. Un uomo distrutto proprio mentre stava per raggiungere la compiutezza della sua figura ponendo in mattoni veri la sua volontà di dare alcune dolci stanze e un lavoro alla sposa e ai figli.

Giulia non aveva nemmeno una lacrima e nessuna tenerezza era in lei al ricordo: aveva consumato in quei sei anni tutta la sua tenerezza e anche quello sbigottimento immenso subentrato in lei quando s’era accorta che nessuno rispondeva in profondità al suo dolore. Ognuno (ora lo capiva) è totalmente solo nel mondo; e forse lei stessa pensava fin nell’ossa ai crolli altrui? C’era nella città un illimitato numero di case crollate e di vite distrutte, molte delle quali nessuno poteva tirar più su. E Giulia aveva imparato quest’idea: che anche la sua rimessa era una delle tante case distrutte, forse la prima casa distrutta della città, sebbene soltanto lei sui mentastri ne vedesse ora cupe le macerie. E mentre strepitavano i motocicli militari senza fermarsi, nel pesante odore d’acqua morta del greto, e forse nella città era infinito il numero delle rovine eguali a quelle, invisibili, perchè quell’odio ch’era in lei saliva, perchè le induriva i capezzoli quel latte caldo d’odio che lei dopo sei anni non sapeva ancora contro chi riversare?

COLLOQUIO COL CAPITANO

Adelina era giunta quasi di corsa al Deposito. Batteva un sole immenso sull’atrio di cemento, e tante donne erano aggruppate in quel sole per chiedere all’ufficiale di picchetto proprio la stessa cosa che voleva chiedergli lei: di parlare un minuto solo col Comandante.

Adelina squadrò per un attimo quelle donne un poco preoccupata, subito però ridistendo il suo animo – comprendendo subito che nessuna di esse, nemmeno le ragazze più giovani, potevano starle a pari. Infatti l’ufficiale di picchetto, che con le altre era pieno di cavilli, con lei diventò subito molto gentile: «Veramente non è possibile vedere il Comandante», disse, «comunque lei può parlare liberamente con me». La fece entrare nella saletta a lui riservata e la fece sedere, anche lui sedendosi di fronte a lei.
Adelina era vestita di bianco e aveva le braccia nude – era un vestitino d’un tulle molto leggero che lasciava traspirare l’odore del corpo giovane e della cipria. S’era data molta cipria e anche un poco di profumo che ora si spargeva nella saletta avvolgendo le dure cose militari, e l’ufficiale di picchetto, coi baffetti neri e la caramella, era molto ben disposto proprio a causa di quel profumo: lei lo capiva bene ch’era ben disposto proprio a causa del profumo, mentre ogni tanto si sentivano nel sole gli squilli della cornetta che chiamava i caporali di giornata.

Aveva raccontato con garbo lo scopo della sua visita – voleva convincere il Comandante a richiedere subito indietro suo marito e a dire che era stato messo in lista per uno sbaglio. Non era un elemento insostituibile suo marito?

L’ufficiale di picchetto non si decideva a farla accompagnare. «Già già già», diceva, «l’Albania è brutta e io lo capisco, signora mia; ma è una cosa molto difficile parlare col signor capitano, molto». E non si decideva a farla accompagnare dal Comandante – perdeva il tempo stando soprappensiero e tamburellando con le dita sul piccolo tavolo presso il quale, lui di fianco con le gambe accavallate, stavan seduti.

«Mi lasci dunque parlare col capitano», disse alfine lei con uno scatto di cui si pentì subito aggiungendo: «Sia tanto buono da farmi parlare col signor capitano, prima che il battaglione si sia mosso».

E poiché l’ufficiale continuava a tamburellare perplesso il tavolo, Adelina con uno sforzo enorme, proprio perché in alcun modo poteva tollerar più quel silenzio e quelle dita in cui era ormai tutto il fragore della guerra, posò la mano sul dorso di quella dell’ufficiale e ancora una volta disse sforzandosi di guardarlo negli occhi: «La prego, sia buono».

L’ufficiale smise subito di tamburellar con le dita, quasi temesse che quel movimento facesse fuggir la mano di lei. Fece impercettibile l’atto d’afferrar quella mano che invece si ritirò adagio strisciando sul dorso della sua, e con aria un poco incantata disse guardandola in viso: «Benedette queste signore innamorate del marito». Senonché lei non cadde nel laccio, comprese l’intenzione di queste frase (lo scopo inquisitivo di essa) e mentendo perché ormai si sentiva sicura di poter portare fino in fondo quel necessario giuoco, diede proprio la risposta che mosse il cuore dell’ufficiale: «A certe cose come vuole che ci si pensi? Io ho bisogno di mio marito perché ho una famiglia».

L’ufficiale ora la guardava con una strana aria di padronanza e, alzandosi con un gran sospiro come se stesse per compiere Dio sa quale sacrificio, «Lei lo sa ch’è irresistibile?», disse a bruciapelo ad Adelina che non potè frenare una vampa di rossore improvviso. «Lei», continuò l’ufficiale di picchetto muovendosi con estrema lentezza, «mi farà prendere il più solenne cicchetto della mia carriera, perché gliel’ho già detto ch’ho la consegna di non far entrare nessuno. E lei poi (fece un altro sospiro nel dire questo) si dimenticherà perfino di passare a ringraziarmi, lo so. Sono tutte così queste benedette signore innamorate del proprio marito». E anche questo disse, mentre con le dita fini s’era messo a frugare nel portafoglio: «Comunque mi permetta di…». Non continuò la frase e le mise in mano il suo biglietto da visita proseguendo: «Si ricordi ch’io sarò sempre felice di esserle utile, per quel che potrò». E soltanto a questo punto, quasi avesse alfine compiuto un doloroso dovere, si decise a chiamare il sergente d’ispezione riacquistando d’un tratto il suo comportamento militare: «Accompagnate la signora dal capitano», ordinò portando la mano alla visiera mentre Adelina, con quel biglietto che le scottava fra le dita come una lamina arroventata, s’avviò senza una parola dietro al sergente.

Era già per le scale quando pensò sentendosi di nuovo avvampare: «Ho recitato bene la mia parte, m’ha preso proprio per una di quelle». Senonché si sentiva anche stranamente fiera d’aver raggiunto, con quel mezzo, i suoi scopi, ora preparandosi per le scale a recitar la sua parte anche col capitano. Perché anche con lui, certo, doveva prostituirsi un poco a quello stesso modo – era proprio nei suoi calcoli, ciò, comprendendo con uno strano rassegnato dolore (ora tutta la sua fierezza di poco fa s’era all’improvviso spenta) che quella era l’unica arma che gli uomini avevano lasciato nelle sue mani.

«Darò qualche irrealizzabile speranza anche al capitano», pensava cercando di convincersi che dopotutto non sarebbe stato per lei un grosso peccato. Ma intanto le trombe perché continuavano a squillare nel sole? Cos’aspettavano ancora, nella caserma e nell’universo, tante donne?

SENZA BIGLIETTO

Certamente il tram non si sarebbe fermato se lui non avesse alzato la mano. Era un tram notturno, ventilato e freschissimo nella sua melodiosa corsa, ed essendo totalmente vuoto è naturale che il tranviere avrebbe saltato volentieri anche quella fermata. Lui, quasi quarantenne e vestito di nero, salì passando davanti al bigliettario mentre la vettura riprendeva leggera lo slancio. Andò a sedersi al centro della vettura, e soltanto quando il bigliettario ebbe finito di contare il pacchetto di banconote che aveva in mano, questi alzati gli occhi su lui gli chiese: «Tessera?». Se nonchè parve lì per lì che lui non conoscesse la nostra lingua; perlomeno che non conoscesse questa nostra parola, su suo viso apparendo una infinita aria d’interrogazione.

«Dico che lei deve prendere il biglietto» scandì allora quasi divertito il fattorino. «Il biglietto, questo cosino qui», insistè alzandosi e mostrando a lui un biglietto. Il quale invece doveva conscer molto bene l’italiano se rispose: «È troppo gentile da parte sua, io la ringrazio. Ma le tenga pure lei il biglietto». E fu proprio a queste parole che il bigliettario si arrabbiò un poco e scattò: «Insomma, lo vuol capire che nemmeno di notte si può viaggiare senza biglietto?

Non è mica una ragione onesta per non prendere il biglietto il fatto che sono le due di notte e che il tram è totalmente vuoto. Crede che il controllo non possa salire perchè il tram è vuoto e sono le due di notte?».

Lui passò allora dallo stupore allo smarrimento, finchè dopo esser rimasto a lungo in sospeso riuscì col viso pieno d’improvvisa tristezza a replicare: «Allora se è un obbligo me lo dia». E dovette fare un’altra pausa prima di poter aggiungere: «Me lo dia, ma mi piacerebbe proprio sapere (mi scusi: è molto penoso sentirsi forestiero in casa propria) cos’è questa faccenda di dover tenere un pezzetto di carta in mano».

Si mise in tasca il biglietto e invece di pagare rimase ad aspettare che il fattorino gli spiegasse quella faccenda. Il fattorino che invece, si capisce, aspettava i soldi cominciando sul serio a pardere la pazienza, tanto che a un certo punto, vedendo che lui non tirava fuori una lira, quasi si mise ad urlare: «Senta, un bel gioco dura poco. O lei mi dà i soldi o la faccio scendere alla prima fermata. Crede ch’io mi lasci incantare da lei perchè è un signore?». E aggiunse con voce asciuttissima: «Sono montato alle diciannove e non ho la minima voglia di scherzare. Non sono mica stato a gonnelle come lei che le odora ancora il fiato di alcool».

S’era voltato anche il conduttore e ora, frenata di malagrazia la vettura, veniva avanti con un viso su cui l’ira e la stanchezza spandevano un buio indicibile. Stava per dire o per fare qualcosa di molto brutto, quando alfine lui, nel silenzio immenso della notte ora adunatosi odoroso d’erba intorno alla vettura ferma, «mi pare che qui occorra davvero una spiegazione», disse con una voce a un tratto dolcissima e maestosa cui era impossibile resistere. «Lei», continuò con la medesima voce rivolto al conduttore il quale obbedì come spinto da un vento calmissimo ma irresistibile, «rimetta pure in moto la vettura, subito. In quanto a noi», proseguì rivolto al bigliettario che ora lo guardava con improvvisa soggezione, «creda a me che nemmeno io ho voglia di scherzare non essendo ciò nella mia natura. Non ha detto lei stesso poco fa, sebbene con molta approssimazione, chi sono io? Mi ubbidisca subito e mi spieghi la faccenda che ho detto».

Il bigliettario lo guardava parendogli d’essere diventato all’improvviso ebete. Si meravigliava sopratutto di non potersi nemmeno arrabbiare, tuttavia trovando in sè un rimasuglio di ribellioni riuscì a dire: «Cominci intanto lei, la prego, a spiegarmi chi è. Io so soltanto ch’è un signore perchè così m’è parso dal vestito. Non le ho mica detto altro».

«Ha (esaudisco la sua preghiera) ha», replicò lui, «quasi detto tutto. Bastava che lei dicesse ch’io sono il Signore, sebbene anche questo nomignolo abbia un sapore che non mi va per quella brutta idea che porta con sé. Anzi, per molte brutte idee, perché anche lei sa che deriva da dominus che vuol dire Padrone.

Il Padrone e, perfino, per il senso che voi gli avete dato, il Nobile, o il Ricco. E potrei addirittura aggiungere il Distinto e l’Elegante o tante altre cose con cui voi uomini m’avete confuso, si capisce col bel risultato di non amarmi più. E mettiamo i punti sulle «i» per il resto: posso essere andato anche con una donna, si capisce che posso esserci andato. Non posso forse sperimentare da uomo le necessità che io stesso ho regalato agli uomini? E in bocca non ho odore d’alcool, ci tengo a chiarire anche questa inezia: sarà forse l’ambrosia, il mio alito naturale, qualcosa di più forte e delicato del kum mel o del…».

Il bigliettario lo interruppe guardandolo davvero da ebete: «Non mi vorrà mica dire, ora… Insomma, vuol darmi a bere che lei è Dio?».

«Ora», replicò lui, «ha detto la parola giusta. Smettetela di chiamarmi il Signore». E passando a un tratto, chissà perchè, dal lei al tu aggiunse: «Io non voglio darti a bere nulla – sei poprio padrone di credere quello che vuoi. Sei perfino padrone di non credere a me – è un pezzo che voi non ci credete più; da quando avete cominciato a chiamarmi il Signore facendo finta di credere a quest’altra cosa perchè i vari signori di qui vogliono questo. Appunto per modellare Dio a loro, che invece è a immagine e somiglianza di tutti, anche tua. Ma spiegami ciò che t’ho chiesto, e subito».

La sua voce s’era fatta irresisitibile e davvero il fattorino si sentiva in un bagno di acqua tepida debilitante; e mentre entro di sè si ripeteva «m’ha inzuppato di parole, m’ha rimbambito», non potè fare a meno d’aprire la bocca e dire: «Il biglietto serve a…», spiegandogli fino in fondo cos’è il tram il biglietto e quale ufficio ha, e anche che per averne uno ci vogliono i soldi, cioè quelle pezzette sudice che lui, il bigliettario, contava qualche minuto fa. E facendo un sforzo riuscì come per sfogo a concludere: «Lo vede che lei mi rimbecillisce di parole? Se lei fosse davvero Dio… Ma crede che non lo sappia che Dio è onnisciente, cioè che sa tutto, anche queste faccende qui?». Senonché lui non perse la sua immensa calma davvero il bigliettario non ebbe nulla da opporgli all’orchè lui calmissimo replicò: «Io queste cose le so quando sono nei cieli. Ti dovrebb’esser facile capire che quando mi faccio uomo per sperimentare da uomo una faccenda tutta da uomini, mi faccio uomo sul serio, anche se purtroppo non riesco a diventare perfettissimamente uomo. Sarei proprio un bel tomo s’io conservassi l’onniscienza proprio in un caso come questo. Cambiamo discorso, il fatto è che una di quelle pezzette in mano non ce l’ho». Guardò in faccia il fattorino con aria costernata e aggiunse: «Ora come si fa?».

Al bigliettario ormai non importava più nulla che lui pagasse o no e nemmeno pensò una qualsiasi risposta. Pensò piuttosto con malignità a una rivincita e disse: «Allora lo vede che lei è davvero un Signore? Se lei lavorasse, di queste pezzette, come le chiama lei, in tasca ne avrebbe almeno per pagare il tram. Non è mica giusto, questo. San Paolo dice che chi non lavora…».
Ma lui gli troncò la parola di bocca dicendo quasi con ira: «Ho fatto l’universo e dici che non ho lavorato? Ma lo sai che sei un bell’ignorante?». Parole cui il fattorino, che non si sentiva affatto ignorante, ribatté subito piccato: «Che lavoro d’Egitto! Semmai il mondo lei lo ha creato: non è mica lavorare il creare. Eppoi anche se avesse lavorato, lo sa lei quanti giorni ha lavorato? Ha lavorato sei giorni e con la paga di una settimana me lo dica lei da quanti millenni vive di rendita. Io con la mia settimana ci vivo quattro giorni al massimo. Poi mi venga a dire che lei è a immagine a somiglianza mia e non soltanto dei signori. Mi faccia il piacere!».

E allora lui s’arrabbiò davvero: «Per Dio», urlò con voce tremenda, «non farmi bestemmiare, ora. Io se non lavoro è perché non mangio, proprio perché sono puro spirito e non posso mangiare. Ma quando rimasi in terra, da uomo, per trentatré anni, lo sai pezzo d’asino che prima di fare il propagandista ho lavorato per trent’anni di seguito a bottega? E dovresti sapere anche cos’ho fatto. Ho fatto il falegname e avrei fatto anche il tranviere se ci fossero stati i trams. Non ho mica fatto lo scrittore o l’avvocato delle cause perse».

Aveva un viso terribilmente rosso, senonché a poco a poco andò calmandosi, divenne a poco a poco mansueto giungendo alfine a dire: «Perdonami, te l’ho già detto che quando mi faccio uomo assumo quasi tutte le imperfezioni degli uomini. Queste cose non volevo dirtele con questo tono».

Rimase a lungo soprappensiero e quasi vergognoso, e mentre il bigliettario non sapeva più in che mondo fosse aggiunse con un accoramento che penetrò nelle viscere e nell’ossa del bigliettario: «Però hai veramente sciupato questa mia discesa, anche se non ne hai colpa».

Fece il miracolo di far apparire fra le dita due di quelle pezzette che gli aveva prima chiesto il bigliettario, e dopo avergliele date lasciandolo in una nuvola d’indicibile confusione, alla prima fermata ordinò al conduttore di frenare e discese. E allora tutti e due, fattorino e conduttore, mentre Lui s’allontanava nel plenilunio facendo risuonare sui selci il Suo passo, si guardarono negli occhi tornando poi ciascuno al suo posto senza riuscire a dirsi una parola – entrambi col tacito giuramento di non raccontare a nessuno il fatto per non essere licenziati su due piedi proprio come due pazzi.

L’Unità

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