Guido Rossa, l’operaio che volle dire no

Maria R. Calderoni
Lui non era un «povero operaio», come disse una volta Luciano Lama. Non era un povero operaio. Era un operaio comunista, e questo fa la differenza. Lui era piuttosto un «uomo ricco», come lo definì Bruno Trentin. Guido Rossa, ucciso dalle Br la mattina del 24 gennaio 1979, poco dopo le sei, un orario da operaio. Freddato dentro la sua 850 appena parcheggiata, sei colpi sparati a distanza ravvicinata, 15-20 centimetri circa, con una Beretta 81 calibro 7,65, munita di silenziatore. Cinque colpi lo hanno raggiunto alle gambe, il sesto al cuore, quello tirato da Riccardo Dura, nome di battaglia Roberto.
«Non ha avuto nemmeno il tempo di guardare in faccia i suoi assassini. Nessuno, per quasi un’ora, si è accorto della sua morte. Rossa è rimasto accasciato in auto per quasi un’ora, fino alle 7,30, quando due netturbini, passando per via Fracchia, hanno scorto il corpo crivellato». Così racconta gli attimi della sua morte il libro di Paolo Andruccioli – “Il testimone. Guido Rossa, omicidio di un sindacalista”, Ediesse, pag. 174, euro 20 – in vendita abbinato al dvd del bel film di Francesco Ferrara, “Guido che sfidò le Brigate Rosse”. Un cofanetto prezioso, un modo intenso della Cgil di ricordare il sindacalista a trent’anni dall’assassinio.
Guido Rossa quando è morto aveva 44 anni, compiuti da un mese: era un operaio dell’Italsider di Cornigliano, Genova, un delegato sindacale iscritto alla Fiom e al Pci. Era la prima volta che le Br sparavano a un operaio, per di più sindacalista, per di più comunista. «E’ come se avessero sparato a tutti noi», è il grido delle fabbriche, non solo genovesi. Alle 8 del mattino, la notizia si era sparsa con la velocità del suono per tutta la città. Italsider e Ansaldo si bloccano, lo sciopero spontaneo dilaga in tutta Italia; senza che nessuno lo abbia indetto un corteo silenzioso a Genova riempie piazza De Ferrari, in testa le bandiere abbrunate dell’Anpi aziendale e gli striscioni del comitato antifascista dell’Italsider, «il silenzio è rotto dall’altoparlante dell’auto della Lega dei siderurgici che precede il corteo: questa mattina, vigliacchi assassini, fascisti delle Brigate Rosse, hanno assassinato un operaio».
Questo di Paolo Andruccioli è il quinto libro scritto sulla tragica vicenda del compagno Guido Rossa, l’operaio che si è esposto volontariamente a denunciare al consiglio aziendale nonché alla questura la diffusione di volantini Br all’interno dell’Italsider per mano di Francesco Berardi, un collega di lavoro, operaio come lui, fiancheggiatore esterno nonché “postino” della colonna genovese, che finisce in carcere. I terroristi decidono di vendicarsi. Alle 8 del mattino del 24 gennaio il centralino del Secolo XIX riceve una telefonata: «Qui le Br. Abbiamo sparato alla spia Rossa. Segue comunicato».
Perché lo ha fatto? Perché gli hanno sparato? E’ attorno a queste due domande che si svolgono le 174 pagine del libro.
Perché lo ha fatto, ben sapendo di rischiare la vita? La risposta la dà il giorno stesso dei funerali Paolo Perugino, il delegato dell’Italsider, cui è affidato il compito di dare l’ultimo saluto al compagno caduto. «Guido è morto perché non si è piegato, perché non ha avuto paura davanti alle iene che gettavano finalmente la maschera». Ma non solo. E’ morto perché «sapeva, lui come noi, da che parte stare, non si è messo a metà strada tra democrazia e barbarie, perché sapeva, come sappiamo tutti, che democrazia e classe lavoratrice e lotta per la sua emancipazione, sono una cosa sola».
Davanti alla sua bara, davanti a quelle 250 mila persone che partecipano ai funerali, gli operai dell’Italsider fanno “propria”, coralmente e pubblicamente, la “scelta” di Guido. E vanno più in là, con un giudizio politico preciso. Continua così il delegato Italsider Perugino: «Guido Rossa sapeva soprattutto un’altra cosa. Sapeva, come sappiamo tutti noi, operai, lavoratori, comunisti, donne, giovani, che questo Stato, se lo vuoi trasformare, lo devi prima di tutto difendere, così come in questa città, nella sua fabbrica, la fabbrica di Guido, la classe operaia nel ’45 ha difeso gli impianti dalla cieca rabbia nazista».
Lo slogan che da molti si tentava di far passare in quei giorni – «Né con lo Stato nè con le Br» – da quella parte, la parte di Guido, non era mai passato (ad adottarlo era «una infima minoranza»). E non c’era bisogno di una “intelligence” rossa, di una parallela organizzazione di 007 gestita dal Pci. Bastava quel giudizio politico, il “senso” degli operai, del sindacato, dei comunisti, sulle Brigate Rosse (e le altre sigle del terrorismo di sinistra).
Scrive Sergio Zavoli (“La notte della Repubblica”, Mondadori) a proposito dell’omicidio Rossa: «La scelta delle Brigate Rosse di colpire un rappresentante sindacale segna la frattura definitiva con la fabbrica. Quel delitto risulterà cruciale nella storia della consapevolezza operaia e del progressivo, irreversibile isolamento delle Br». E anche Zavoli riporta le parole dei compagni di Guido Rossa: «Un fatto è certo, che il movimento operaio non potrà mai delegare a un gruppo il suo destino e non legittimerà mai un ruolo guida con la violenza armata». Lo ribadisce Guglielmo Epifani nella prefazione a questo libro: «Quella scelta non fu solo l’atto di denunciare ciò che aveva visto. Fu la risoluzione di decidere da che parte stare. E soprattutto capire che non si poteva restare in mezzo».
Perché lo hanno fatto, perché le Br lo hanno ucciso? L’altra domanda cruciale. Con l’uccisione di Rossa, scrive Paolo Andruccioli, «lo scontro con i nemici “berlingueriani”, con i riformisti e i sindacalisti, era passato dalle parole ai fatti». Appunto secondo la “Risoluzione strategica 9/78” delle Br: quella che condanna Pci e Cgil in quanto «stretti alleati della ristrutturazione capitalistica».
Il convegno che la Cgil tiene nella sede della sua scuola sindacale ad Ariccia nel maggio 1978 sul tema specifico del terrorismo, si chiude con l’indicazione inequivocabile di respingere lo slogan dell’equidistanza (appunto né con lo Stato né con le Br).
Altrettanto inequivocabile il Pci, il cui giudizio sul terrorismo «è sempre stato di condanna netta». Già subito dopo l’uccisione di Francesco Coco – il procuratore generale di Genova ucciso dalle Br l’8 giugno 1976 – la Segreteria di Botteghe Oscure emana un comunicato, che è anche un appello: «E’ necessaria una larga presenza e vigilanza democratica che spezzi la spirale della violenza e della provocazione».
Guido Rossa, un operaio comunista.

Liberazione

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