Il testamento di Bonhoeffer

Giunge a conclusione l’impresa editoriale avviata nel 1991 dalla Queriniana, curata dal compianto Alberto Gallas e da Alberto Conci, per rendere disponibile al pubblico italiano – in edizione critica, corredata di notevoli apparati – il corpus delle Dietrich Bonhoeffer Werke: le opere del celebre pastore e teologo protestante fondatore della Bekennende Kirche, la Chiesa confessante sorta contro il tentativo nazista di allineare la Chiesa evangelica al nazionalsocialismo, il cristiano a tutto tondo dentro la contemporaneità e l’ecumenismo, attratto dalla realtà di Gesù Cristo in questo mondo, ma anche il martire giustiziato nel lager di Flossenbürg. A cura di Alberto Conci arriva infatti in libreria Scritti scelti 1933-1945 (pagine 920, euro 93), l’ultimo dei dieci volumi dedicato anche – per così dire – all’ultimo Bonhoeffer, ai testi dei suoi ultimi 12 anni, che sono anche quelli del regime hitleriano e che sin dall’inizio trovarono posta la scelta «o nazionalsocialisti oppure cristiani».

Dodici anni articolati in diverse tappe. Un anno e mezzo, dal ’33, lo vide pastore di due comunità tedesche di Londra: un periodo in cui, pur nutrendo dubbi sulla pratica teologica accademica («All’università non credo più, anzi per la verità non ci ho mai creduto», scriveva nel ’34 a Erwin Sutz), continuava l’approfondimento di ogni questione sull’essenza della Chiesa, ben deciso a sfruttare i suoi legami ecumenici per il Kirchenkampf, la lotta fra la Chiesa confessante antinazista e i D eutsche Christen (anche se ammetteva di sognare l’India di Gandhi, e anche se Karl Barth all’inizio gli intimava di rientrare alla sua «postazione berlinese»). Due anni e mezzo scarsi lo trovarono, dal ’35 sino alla chiusura nel ’37, alla guida del seminario evangelico della Chiesa confessante a Finkenwalde, in una forma di vita comunitaria; poi successivamente, sino al 1940, sempre protagonista della ‘formazione illegale’ dei teologi, ma nella forma dei vicariati collettivi, potendo continuare il suo lavoro «in veste segreta nelle canoniche di Pomerania», con lo stesso scopo: «Non l’isolamento, claustrale, ma la massima concentrazione interiore per svolgere il servizio all’esterno».

Senza dimenticare alcuni viaggi in Europa e negli Usa, là dove nel giugno-luglio ’39 rifletteva spesso chiedendosi se fosse vero che «l’America è il Paese senza Riforma»). Infine, già sottoposto a crescenti repressioni (proibizione di insegnare, parlare, scrivere…), il quinquennio della cospirazione e della prigionia, conclusa dall’impiccagione il 9 aprile 1945. Fra biografia ed evoluzione del pensiero, piano esistenziale ed elaborazione teologica, insomma fra vicenda personale e teologia, il lettore attraversa qui una galleria monumentale sostando innanzi ai più importanti testi bonhoefferiani – molti dei quali da poco resi pubblici – , si tratti di lettere, sermoni, conferenze, lezioni, brani diaristici, guide a meditazioni. Di particolare interesse gli scambi epistolari, in molti tratti da decodificare, ad esempio con interlocutori privilegiati come Karl Barth o Eberhard Bethge. Oppure i testi dell’impegno ecumenico nel contesto del Weltbund für internationale Freundschaftsarbeit der Kirchen (la Federazione mondiale per la promozione dell’amicizia internazionale fra le Chiese): ad esempio quello riportato in questa pagina per una conferenza del ’34 nell’isola danese di Fanø, dove si legge una delle espressioni più alte del pacifismo cristiano con la richiesta di assunzione di responsabilità nella denuncia senza appello della violenza e della guerra in nome della fedeltà al Vangelo. E ancora, il saggio sulla comunione ecclesiale; lo studio biblico sulla tentazione; i rapporti sulla questione razziale dei neri; quelli sulle deportazioni di massa dei suoi concittadini ebrei; le riflessioni su che cosa significa dire la verità elaborate nel carcere di Tegel… Una ricerca esigente, né facile né conclusa, anche quando tiene comprensibilmente celate le motivazioni di un impegno teologico e politico.

Testi uniti dal leitmotiv della riflessione sull’etica (compresa l’assunzione personale del caso­limite della congiura), ma soprattutto della concentrazione su Gesù Cristo e della sequela E, dove si legge, in filigrana, una fede che è soprattutto un crescere nella fiducia in Dio e negli uomini, nel dare concretezza alla Parola dentro la storia. «Dio non voleva che la sua Parola fosse annunciata attraverso i dischi del grammofono, ma da testimoni». E ancora: «Non resta dunque che la decisione di dare o di non dare fiducia alla Parola della Bibbia, di lasciarci sostenere da questa Parola come da nessun’altra, nella vita e nella morte», aveva scritto a Rüdiger Schleicher nel ’36. Una fiducia in tanti scritti sempre presupposta. Scriveva nel Natale del ’42: «L’aria in cui viviamo è tanto inquinata dalla diffidenza che ne siamo quasi soffocati. Ma dove ci siamo aperti un varco nella cortina di diffidenza, lì ci è stato dato di fare l’esperienza di una disponibilità a fidarsi di cui finora neppure sospettavamo. Quando accordiamo la nostra fiducia, abbiamo imparato a mettere la nostra vita nelle mani degli altri; in contrasto con tutte le ambiguità di cui le nostre azioni e la nostra vita hanno dovuto ricoprirsi, abbiamo imparato a fidarci senza riserve». E tale polarità fra diffidenza e fiducia, avverte il curatore Alberto Conci in apertura del volume, «non è unicamente un’esperienza esistenziale, ma condiziona in profondità anche la scrittura dell’ultimo Bonhoeffer».

Marco Roncalli
Avvenire

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Una Risposta to “Il testamento di Bonhoeffer”

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