Torna Moravia, scandalo a Parigi

Dal traduttore francese una grande biografia “Si serviva del sesso per capire il mondo”

ALAIN ELKANN
Alberto Moravia è il titolo della biografia dello scrittore scomparso 20 anni fa, che esce in questi giorni a Parigi presso l’editore Flammarion e arriverà in Italia in autunno per Bompiani. Ne è autore René De Ceccatty.

Perché lei che è stato traduttore in francese degli ultimi romanzi di Moravia ha sentito l’esigenza di scrivere questa biografia di 700 pagine?
«Ci sono due ragioni. La prima è che Moravia, di tutti gli scrittori che ho tradotto, è l’unico col quale ho avuto una relazione personale, non intima ma intensa, anche se lui scriveva libri molto lontani dai miei. Volevo capire perché lui mi interessava tanto».

E questo l’ha capito dopo 700 pagine?
«Ho capito che lui aveva un rapporto astratto con il mondo. Voleva capire il mondo e spiegarlo con le parole. Questo è un atteggiamento da artista, e lui ricordava sempre che un artista non è un uomo politico, perché è interamente libero, mentre un politico è sempre preso dalla rete del potere.
«La seconda cosa che mi interessa di Moravia è che lui ha attraversato un secolo, essendo nato nel 1907 e morto nel 1990. Io volevo capire l’Italia, con cui ho uno stretto rapporto. Avevo un legame molto forte con Pasolini, che però come testimone era meno attendibile, perché aveva un modo di sentire troppo particolare».

E allora mi dica, cosa ha imparato sull’Italia attraverso Moravia?
«Ho capito che l’Italia è stato un paese continuamente in guerra, il che vale soprattutto per chi come Moravia ha avuto la sua giovinezza durante il fascismo. Da lui ho imparato che si può essere molto sinceri e integri nella scelta politica. Lui ha sempre fatto secondo me scelte giuste rispetto al fascismo, rispetto al terrorismo, rispetto al nucleare, all’Africa, al capitalismo, al comunismo. Era un uomo lucido e non si è mai fatto illudere».

Come descrivere la sua lunga vita tutta dedita alla letteratura?
«La descrivo come un destino e una prova di libertà. Un destino perché era segnato dalla malattia, dalla famiglia e dalla borghesia. La malattia gli ha permesso di essere molto precoce, perché non andando a scuola poteva essere più veloce nella sua istruzione e avere un rapporto più distante, poteva essere un osservatore di quella borghesia da cui proveniva e che tanto odiava».

E la libertà?
«L’ha conquistata così, poteva sentirsi indipendente, stava nel suo ambiente ma anche fuori del suo ambiente, aveva una libertà sessuale anche se era eterosessuale. Del resto aveva molti amici omosessuali. Si serviva del sesso per capire il mondo, per questo la sessualità per lui non era mai distruttrice al contrario che per Pasolini. Anche se i rapporti tra amanti sono difficili, secondo Moravia non distruggono le loro identità. La romana è un romanzo molto singolare, perché attraverso il destino di una prostituta Moravia ha immaginato tutte le forme possibili di uso del sesso. La romana è come una classificazione della sessualità che va dall’amore passionale all’abuso politico. Negli libri più recenti, a partire dalla Noia, è diventata un’ossessione».

Ma Moravia è un grande scrittore?
«Per me è il più grande scrittore italiano del Novecento. È il solo vero romanziere, il solo vero narratore. Sa usare una lingua molto limpida e molto precisa. Quando affronta storie complicate dal punto di vista ideologico come Il conformista e La ciociara usa la stessa lingua impiegata in altre storie semplici e lineari come Agostino, Inverno di malato e La disubbiendenza. «È un grande scrittore anche come giornalista: i suoi reportage in Cina, India, Africa, America sono bellissimi. Per esempio, io ho fatto un confronto tra le sue pagine su Cuba e quelle che ha scritto Simone de Beauvoir. Alberto non ha mai una fase di ingenuità. Mi spiego meglio: di solito gli scrittori, quando scoprono un paese nuovo, hanno qualcosa di ingenuo all’inizio; lui mai. Quando è andato in Giappone ha saputo subito cosa vedere e con chi parlare, perché sapeva quali erano le cose importanti».

Dalla sua biografia che tipo di vita viene fuori?
«Una vita riuscita, corrispondente alla visione che aveva di se stesso quando scriveva Gli indifferenti: una vita di scrittura con molto amore, amicizia e descrizione del mondo. La cosa che non capisco ancora è la solitudine. Moravia ha sempre condiviso la sua vita prima con la famiglia e poi con donne come Elsa Morante, Dacia Maraini e Carmen Llera, poi ha avuto anche molte avventure e amicizie eccezionali come per esempio quella con Umberto Morra di Lavriano o quella con Pasolini. Dunque non dovrebbe mai essere stato solo, invece si è molto lamentato della sua solitudine e soprattutto della noia».

Che carattere aveva Moravia?
«Era un ottimista, un uomo d’azione, convinto che l’azione potesse cambiare le cose nei rapporti umani e politici, ma era anche pessimista perché conosceva l’anima umana. Del resto è un uomo che è stato testimone della Shoah e di Hiroshima e quindi non poteva non essere pessimista».

Alberto Moravia era molto elusivo sul suo ebraismo. Come mai?
«Non era stato educato dall’ebraismo e poi era molto ostile a ogni forma di appartenenza religiosa o comunitaria. Per questo non era contraddittorio per lui che un ebreo avesse simpatia per i palestinesi».

Aveva uno strano rapporto con sua madre.
«Sì, Gina De Marsanich era una donna troppo borghese per lui, una donna che si illudeva. Per lui sua madre è stato oggetto di osservazione e causa di frustrazione. Nei suoi libri ci sono tante madri, la madre per lui fa sempre parte in qualche modo del rapporto amoroso».

Scrivendo questa lunghissima biografia René De Ceccatty può dire di avere scoperto qualcosa di nuovo su Alberto Moravia?
«Dal punto di vista degli avvenimenti della vita non credo. Ma io, dopo aver scritto il libro, ho cambiato il mio rapporto con Moravia. Mi sono accorto che è stato uno scrittore molto consapevole, che faceva scelte di stile e scrittura molto pensate. Aveva letto Dostoevskij, Joyce, Eliot. Non era un uomo limitato nella cultura, e nella sua scrittura c’è una parte molto forte di avanguardia. Secondo me Moravia nella sua prosa era molto poeta, e forse così si spiega anche la passione per l’Africa e per il cinema. Era anche un grandissimo critico cinematografico. Il cinema è l’arte che comunica con i sogni, e i sogni sono molto importanti nei suoi libri. Dagli Indifferenti alla Donna leopardo. Ho capito che Moravia, anche se era molto razionale, era sempre anche molto poetico».

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