Crisi, un’oscena ossessione

GUIDO CERONETTI
Eh, sì; c’è qualcosa di osceno (nel duplice senso di vergognoso-malauguroso) ingenerato per sazietà e disgusto da certe parole. Pensate a patria, tra 1914 e 1945. Nobilissima ai tempi del Foscolo, al termine della parabola non si poteva che vomitarla. Oggi è tornata nuova, ed è ricacciata indietro. Ma fino a quando durerà l’oscenità universale di crisi nel riferimento economico? (Se si trattasse di «crisi del gatto» non ci sarebbe niente di male). Quanto a «emergenza» siamo bene avviati a doverla trattare con fazzoletti igienici. Pronte, mature per il vomito – sia per la ripetizione meccanica che per il loro contenuto ideologico, vero Aids mentale – ci sono adesso ripresa, uscita dalla crisi, crescita, tornare a crescere, riprendere slancio, tornare a produrre, a consumare, a fare impresa, a essere competitivi, allo sviluppo (nazional-globale), a investire capitale – tutto secondo ragionamenti a senso unico, da nevrosi ossessiva, da incapacità cronica a vedere, ad immaginare altro.

E innanzitutto a concepire il meno, dato che il sempre di più semina danni irreparabili e svuota d’ideale la vita. Una speciale oscenità nel predicare crescita è nell’inerzia della ripetizione: perchè la verità che guarisce è impronunciabile e non risiede in una pioggia da slot machine. Famiglie pie chiedono di censurare a scuola il diario di Anna Frank nei punti dove fa l’arcana scoperta del suo corpicino di adolescente reclusa; ma una coppia ben più scandalosa, e calata in tutte le sfrenatezze, Sviluppo e Ripresa (che da sempre lo segue) si esibisce sfacciatamente davanti a tutte le folle del mondo, mandandole in estasi, tra le Autorità (i Poteri) plaudenti, purché non smettano mai. Mestiere duro mettersi di traverso, e negare con forza quel che è imposto a tutti di affermare e di credere come l’unica verità possibile, guadagnandoci le ritorsioni di sprezzo e di oscuramento da parte dell’irrefrenabile uniformità totalizzante. Non siamo in pochi su questo fronte; però possiamo pochissimo. Il margine di libertà è strettissimo: il dogma unico vigila dal panottico perché nessuno evada.

Ricordo quel che disse una volta, in una esemplificazione per dissuadere dal marxismo dilagante in Italia nel postguerra, il cardinal Siri: «Volete che sia per voi il vostro soprabito, o essere voi per il vostro soprabito?». E’ la gran questione evangelica: il Sabato in vista dell’uomo o l’uomo in vista del Sabato? Ma altro che marxisti al servizio del soprabito! Il dogma assoluto, senza smagliature, inesorabile, che fonda e sostiene questo smisurato mostro di Economia, che fin dall’alba dei telai meccanici tacitamente ambiva ad essere globale, ha trionfato di tutti i traguardi, sbaragliato tutte le renitenze. L’uomo è, dappertutto, per il Sabato della vacanza, per il Soprabito del Consumo Illimitato, della Medicina (e il virus è in vista del Vaccino, fatto per la vendita, non per necessità), e il tumore è per la chemio, la sterilità per la provetta, l’organo umano per il Trapianto. L’Università promuove conoscenza in vista della Produzione, che seleziona i suoi laureati per i propri fini. I soldi che hai guadagnato sono per la Banca, che li impiegherà domani per appesantire lo smog di Pechino o di New Delhi, e per trapiantare dopodomani in Moldavia una fabbrica lombarda, che viene chiusa dove dà lavoro per dare cattiva salute a un popolo già malsano. La vera uscita dalla crisi (del lume di ragione) comincia dalla sfiducia nel futuro. Da un esteso far riposare la mente sconvolta. Un segno autentico, invece, di ripresa della ragione, è la sfiducia nel futuro. Si potrebbero distinguere i saggi iniziati della resipiscenza mediante stole bianche templarie.

La Stampa

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4 Risposte to “Crisi, un’oscena ossessione”

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