La storia supera l’epica del D-Day

Olivier Wieviorka rilegge un episodio chiave della seconda guerra mondiale

di Gaetano Vallini

“Liberato da tutti gli orpelli di un’impresa gloriosa, lo sbarco in Normandia deve essere visto come un evento essenzialmente umano, nella sua grandezza come nelle sue debolezze. Affrettò la sconfitta del Reich, ma il tracollo della Wehrmacht avvenne soprattutto nelle steppe russe, e liberò l’Europa occidentale, ma non poté prevenire la sovietizzazione dell’Europa orientale. La campagna di Normandia contribuì a restituire la libertà al popolo francese, pur infliggendo atroci sofferenze ai civili. Tutto ciò induce a guardarsi bene dal dare dell’operazione “Overlord” una lettura eroicizzata, se è vero che la storia degli uomini riveste sempre l’epopea dei toni della tragedia”.
È questa la chiave di lettura che lo storico francese Olivier Wieviorka dà del “D-Day” nel libro Lo sbarco in Normandia (Bologna, il Mulino, 2009, pagine 394, euro 32). Un’interpretazione tesa a spogliare quell’importante capitolo della seconda guerra mondiale dall’alone epico – costruito nell’immaginario collettivo anche grazie a tutta una serie di produzioni hollywoodiane più o meno intrise di retorica, da Il giorno più lungo al più recente Salvate il soldato Ryan – che in parte ne ha condizionato anche la ricostruzione oggettiva.
Lo studioso vuole recuperare la verità storica dell’evento militare; una verità fatta di differenze di vedute fra i comandi alleati, di errori tattici, di difficoltà psicologiche dei combattenti, di violenze sui civili, ma anche di dissensi politici. La sua è un’operazione di demolizione di ogni sovrastruttura ideologica che ha fatto di quello sbarco “un’epopea che segnò il trionfo atteso di una macchina rodata, servita da combattenti che sognavano di sacrificarsi per la causa della libertà in genere e per la liberazione della Francia in particolare”. La realtà, per Wieviorka, fu ben diversa:  l’esito finale non fu così scontato come si ritiene; e, soprattutto, la maggior parte degli uomini che sbarcarono sulle spiagge della Normandia non erano affatto animati da così alti sentimenti.
“L’immagine dei soldati alleati che affrontano impavidi la morte – scrive, infatti, lo studioso – può indurci a travisare la realtà della guerra, a edulcorare l’orrore che essa ispirò a chi la fece, a minimizzare le sofferenze inflitte, volontariamente o meno ai civili. Una simile immagine tiene del resto in scarso conto gli ostacoli che fu necessario superare per schierare in ordine di battaglia reclute scarsamente motivate. Per la maggioranza delle truppe, i nazisti non incarnavano il male universale; l’ignoranza dei soldati riflette in larga misura l’ignoranza più globale delle società male informate e insufficientemente educate dell’anteguerra”. I fanti, frettolosamente selezionati, “non furono sempre convinti di battersi in nome dei diritti dell’uomo per rovesciare un regime che incarnava la quintessenza della barbarie e, in alcuni casi, si abbandonarono a saccheggi e stupri”.
Si tratta di episodi marginali, ammette Wieviorka, secondo il quale la stragrande maggioranza dei soldati combatterono con coraggio, compiendo il loro dovere fino in fondo in situazioni spesso difficili; e non mancarono imprese effettivamente eroiche. “Tuttavia – aggiunge – quei comportamenti non gettano soltanto un’ombra sui liberatori, ma riflettono le scarne motivazioni e la fragilità delle loro convinzioni:  i potenti mezzi che le autorità alleate dedicarono a formarli, informarli e indottrinarli non riuscirono a raggiungere gli obiettivi sperati”. Così, dietro le festanti istantanee della Parigi liberata, che mostrano un popolo gioioso sventolare bandierine a stelle e strisce e giovani donne che si lanciano prodighe di baci sui soldati alleati, non dicono del serpeggiante malumore di molti, dei rapporti non sempre facili, di sentimenti quantomeno ambivalenti nei liberati.
Allo stesso modo sarebbe da rivedere l’immagine idealizzata di una industria bellica alleata che funzionava a pieno regime per assicurare la riuscita dell’operazione. Anche qui in realtà dietro lo sforzo di mettere in campo i mezzi necessari a sostenere le truppe si nascondevano “le difficoltà che le democrazie affrontarono per mobilitare uomini e capitali”.
Ciò detto, Wieviorka riconosce che per la complessità e la dimensione, l’operazione “Overlord” fu obiettivamente la più colossale delle imprese condotte nella seconda guerra mondiale. Ed ebbe successo. “Nonostante le divergenze, gli Alleati – si legge – erano riusciti a unirsi per definire un piano strategico e geopolitico che, a dispetto delle reticenze di Churchill, aveva finito per imporsi grazie all’ostinazione di Roosevelt e all’appoggio di Stalin”.
Gli angloamericani non lesinarono gli sforzi, “pur dubitando, non senza motivo, del risultato”, annota lo storico, che pone una domanda:  ma avevano scelta? “La liberazione dell’Europa nordoccidentale – risponde – era un imperativo, anzitutto per poter sconfiggere la Germania, e poi per contrastare l’avanzata dei sovietici verso ovest con una sorta di containment. Da questo punto di vista la posta in gioco giustificava sia il grande impiego di mezzi sia i pericoli affrontati”. “Overlord” fu, dunque, una scelta quasi obbligata, e andò meglio di quanto previsto. La sera del 6 giugno 1944 le cinque spiagge erano state prese e, pur con l’eccezione di Omaha Beach, le perdite furono molto inferiori rispetto a quelle preventivate. “Un bilancio – sottolinea Wieviorka – che, senza sminuire l’apporto delle truppe alleate, ne riconosce il coraggio e la professionalità, ed è anche una conferma del fatto che l’attacco era stato ben preparato”.
È sul seguito della campagna che lo storico ha qualche riserva. “Invece di effettuare una progressione, lenta ma costante, le truppe – sottolinea – furono bloccate per due mesi in un’area ristretta. Le forze britanniche, cui toccava il compito di conquistare Caen e di assicurare l’offensiva, rimasero per molte settimane sotto le mura della città normanna senza riuscire a prenderla. Furono gli americani, dopo la conquista del Citentin, a rompere le linee tedesche”. I rallentamenti iniziali furono dovuti anche a debolezze logistiche, alle quali si assommò il “tracollo psichico” di molti soldati. Non di meno pesò il venir meno dell’intesa al vertice, che provocò una crisi negli alti comandi; crisi che gli americani seppero superare a spese dei britannici, considerati da quel momento partner di secondo piano. “Se l’alleanza resse fino alla disfatta tedesca – si annota – essa fu, nella quotidianità, meno idilliaca di quanto volesse far credere Eisenhower”.
In questo quadro Wieviorka riconosce anche i meriti della resistenza francese, che non mancò certo di coraggio ed eroismo:  “Essa dette un valido aiuto agli eserciti alleati e restaurò l’ordine repubblicano, senza spargimenti di sangue, instaurando il potere gollista. Con sangue freddo, senso di responsabilità e capacità di garantire l’unità nazionale, evitò i drammi di una guerra civile come quella che avrebbe funestato altri paesi, come la Grecia”.
E i tedeschi? Questi, per lo storico, “non poterono opporre altro che il loro coraggio. Costretti a subire l’egemonia navale e aerea degli Alleati, sfavoriti dall’inferiorità numerica e materiale, difficilmente avrebbero avuto la meglio e furono costretti a battere in ritirata”. Non li aiutò certo l’esitazione dei comandi sulla strategia difensiva, né la scarsità di informazioni del controspionaggio.
Ciononostante lo studioso insiste nel sostenere che la vittoria degli angloamericani “risultò da un insieme di fattori, nessuno dei quali avrebbe potuto da solo garantire il successo”:  i bombardamenti giocarono un ruolo importante ma le difese costiere “furono appena scalfite”; le operazioni dei servizi segreti tese a fuorviare i nazisti sortirono l’effetto desiderato, ma non impedirono un rafforzamento della linea difensiva in Normandia; le banchine artificiali evitarono di battersi per la conquista dei porti, ma una tempesta ne ridusse l’utilità; le forze aeree assicurarono il controllo dei cieli, ma il maltempo limitò il loro apporto effettivo.
Uscendo da una storia ammantata di leggenda, Wieviorka si immette sulla strada aperta dagli storici anglosassoni che, basandosi sulla documentazione più recente e affidabile, hanno tentato di descrivere lo sbarco in Normandia senza dissimularne né i fallimenti né le difficoltà, comunque riconoscendo tutto il valore di quell’impresa titanica. Secondo lo storico, esiste effettivamente un prima e un dopo il “D-Day”. Tuttavia, è la tesi dello storico, “la partita è ancora tutta da giocare e considerare quella giornata l’epilogo simbolico della guerra sul fronte occidentale, riducendo tutto quel che segue al compimento di missioni secondarie, vuol dire non tenerne conto”. È il peso del mito, che ha offuscato la realtà.

L’Osservatore Romano

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