Ortodossia e modernità

di Roberto Morozzo della Rocca

Il protestantesimo insegue ammaliato la modernità, il cattolicesimo dialoga con la modernità. E l’ortodossia? L’ortodossia invece del dialogo con il mondo moderno, ne afferma la trasfigurazione. Invece di cambiare il mondo moderno, ne cerca la metamorfosi spirituale.
Secondo Giovanni Filoramo, le Chiese ortodosse innanzi alla modernità “hanno teso, insistendo sulla atemporalità della dimensione liturgica che le caratterizza, a vivere ai margini se non al di là della storia e delle sue contingenze”. Il giudizio percepisce acutamente un’attitudine ortodossa. E l’interpreta alla stregua di un rigetto o quantomeno di un disinteresse verso la modernità. Non è propriamente così.
Le Chiese ortodosse non sono, in linea di principio, contro, né a favore della modernità. Piuttosto la rifiutano; oppure l’accettano secondo i suoi differenti aspetti e manifestazioni. In ogni caso l’interpretano alla luce del mistero cristiano, cercando in essa i segni del bene e del male, della croce e della resurrezione di Cristo. Come sosteneva Panayotis Nellas, la modernità va per l’appunto trasfigurata, non subita né combattuta.
In epoca sovietica, i giornalisti occidentali chiedevano agli ecclesiastici ortodossi come si rapportassero all’ateismo sovietico, ossia quale rapporto avessero con la storia e con la modernità dell’Unione Sovietica, e la risposta spesso era:  “Noi celebriamo la liturgia”. Una prima interpretazione di questa risposta concerne le difficoltà della storia. A lungo le Chiese ortodosse hanno vissuto situazioni storiche non facili. Si pensi alle dominazioni tatare, ottomane, oppure al Novecento sovietico. La loro età d’oro è stata l’impero bizantino, e non a caso, per secoli l’una e l’altra nazione ortodossa hanno successivamente vissuto nel mito di “Bisanzio dopo Bisanzio”.

In epoca moderna e contemporanea gli ortodossi hanno subito Stati e potestà aliene. Si trattava di sopravvivere restando fedeli alla propria identità e speranza cristiana. La liturgia si è rivelata più forte della storia, più forte degli dèi cari agli apparenti vincitori, fossero divinità religiose o scientifiche, fosse la forza bruta degli invasori asiatici, fosse il mito comunista del progresso. D’altra parte anche nell’ultramillenaria epoca bizantina i momenti migliori dell’ortodossia, in senso religioso, non corrispondono all’apogeo del potere imperiale, ma alla crisi del xiii e xiv secolo, che in reazione al decadimento politico del sistema bizantino produsse la rinascita spirituale dell’esicasmo, il rinnovamento del monachesimo, la spiritualità palamitica. Quasi l’ortodossia non si fidi della storia, della sua continua evoluzione, delle sempre nuove forme e ideologie di modernità.
Gli ortodossi, in quanto fondamentalmente orientali, non amano definire e classificare, e questo vale anche per la loro relazione con la modernità. Relazione la cui cifra, se proprio la si vuole enunciare, è la stessa con la quale parlano di se stessi; ossia l’antinomia, la compresenza degli opposti, la tensione dialettica irrisolvibile teoreticamente e, nondimeno, parte dell’esistenza reale dove i poli estremi coabitano felicemente. Così Lev Gillet:  “Strana Chiesa ortodossa (…) Chiesa di contrasti, al tempo stesso così tradizionale e così libera, così arcaica e così vivente, così ritualista e così personalmente mistica; Chiesa in cui la perla di gran valore del Vangelo è preziosamente conservata, talvolta sotto una coltre di polvere (…) Chiesa che spesso non ha saputo agire, ma che sa cantare come nessuno sa la gioia di Pasqua”.
La liturgia dunque come un’antistoria, un’antimodernità? Sarebbe troppo. Metropoliti, monaci, parroci dei Paesi sovietici si esprimevano con serenità quando parlavano di centralità liturgica ai giornalisti occidentali, spesso deludendoli perché sorvolavano sulle persecuzioni antireligiose e non si schieravano con il fronte del “dissenso” tanto enfatizzato dai media dell’Ovest. “Noi celebriamo la liturgia” significava sulla loro bocca che l’ortodossia non provava ansie dinanzi alla storia e alla modernità, nel loro caso la modernità di taglio sovietico. Né le ansie dell’adattamento o accomodamento, né le ansie della contrapposizione o del contrasto. Certamente quella risposta alle domande dei giornalisti veniva spontanea dato che la presenza pubblica della Chiesa nell’Unione Sovietica e nei Paesi satelliti era forzatamente ristretta allo spazio liturgico. Ma rivestiva un significato non contingente, che tutti gli ortodossi conoscono, in qualsiasi situazione si trovino. Il cristiano non decide il suo destino lasciandosi affascinare dalla storia e dalla modernità, e neanche rifiutandola. Ciò che conta è oltre. Il cristiano opera un superamento della storia, senza disprezzare e senza idealizzare le situazioni contingenti, mettendole in rapporto ai fini ultimi, all’èschaton, alla volontà divina, attraverso la fede, la preghiera, la liturgia, l’eucaristia.
Il rapporto dell’ortodossia con la storia e la modernità va cercato – giova ripeterlo – sul piano tipico del pensiero ortodosso, quello delle antinomie, delle antitesi, delle incompatibilità compatibili, delle sfumature e delle distinzioni. L’ortodossia non è contro la modernità e neanche a favore. Non la sprezza, ma neanche la considera essenziale. Invero le due ipotesi opposte – l’ortodossia nemica della modernità e l’ortodossia amica della modernità – potrebbero essere entrambe sostenute, ancorché mortificando la profondità e complessità del pensiero ortodosso.
La prima ipotesi:  l’ortodossia antimoderna. Scrive Ignazio iv, patriarca di Antiochia:  “Spesso gli ortodossi hanno paura della modernità. Hanno la sensazione sia qualcosa che viene loro imposto dall’esterno; che rappresenti un’intrusione brutale, se non addirittura crudele, di un Occidente sfigurato dall’eresia. Assistono non senza disperazione al crollo delle culture che la loro fede ha in una certa misura ispirato, tutta un’arte di vivere che viene meno di fronte alle devastazioni operate da una tecnica non orientata ad alcun fine; da un individualismo che distrugge le solidarietà tradizionali; da un edonismo spesso violento e grossolano che sembra voglia far dimenticare all’uomo la sua destinazione eterna. È vero che la modernità è in balia del nichilismo”.
Osserva Dragan Nedeljkovic:  “Il cristianesimo orientale, molto sublime e spiritualista, è nettamente teocentrico, divinista e antiumanista, soprastorico, statico e poco impegnato nella vita sociale”. Per il cristianesimo orientale “che tutto osserva sub specie aeternitatis, i diritti dell’uomo, il parlamentarismo, la democrazia, e così via, sono problemi non essenziali in questo mondo effimero, passeggero, transitorio”. Sostanziale sarebbe piuttosto “l’assoluto, la vita eterna dopo la morte, al di fuori della storia e della società dei mortali”. Solov’ev scriveva un secolo fa che l’Oriente aveva tramandato integra la verità di Cristo, ma non aveva saputo creare, a differenza dell’Occidente, la “cultura cristiana”. Sosteneva il filosofo che nell’ortodossia Dio era rimasto separato dal mondo, nel cristianesimo occidentale invece la verità di Cristo era stata adattata al mondo. Insomma, un’ortodossia teocentrica e verticale, a fronte di un cristianesimo occidentale antropocentrico e orizzontale. Pavel N. Evdokimov ha difeso una Chiesa ortodossa distaccata dalle realtà terrene:  la sua pietà mistica, “apparentemente fuori del mondo”, “la preserva dalla pressione del mondo secolarizzato e le permette di ignorare il modernismo, il progressismo, l’illuminismo disordinato delle sette o l’oscurantismo degli integralisti”.
La seconda ipotesi:  l’ortodossia conciliata con la storia e finanche promotrice della modernità.
Numerosi autori ortodossi sottolineano che la modernità, per quanto fuorviante dalla fede cristiana, avrebbe un’origine essa stessa cristiana. La recente dottrina sociale della Chiesa russa, tanto attenta a porre limiti allo strapotere tecnologico, premette sobriamente che “il cristianesimo, avendo superato i preconcetti pagani, ha demitologizzato la natura, contribuendo in tal modo allo sviluppo delle scienze naturali”. Ignazio iv, sopracitato in senso opposto, insiste particolarmente su questa idea. La rivelazione cristiana avrebbe desacralizzato e disincantato la terra, strappandola alle magie pagane, alle cieche superstizioni, ai falsi miti. “Sembra proprio che solo la rivelazione biblica abbia reso possibile la scienza e la tecnica moderne:  essa postula infatti che il mondo esiste, che è la creazione fondamentalmente buona di cui il Dio personale rende l’uomo personalmente responsabile”.
E parecchi ortodossi ritengono che la modernità non si scelga e non si discuta, ma si viva come la realtà comune a tutti. È l’ambiente, il contesto quotidiano. Sintetizza Kallistos Ware:  “La moderna tecnologia non è qualcosa che, come cristiani del ventesimo secolo, siamo liberi di accettare o rifiutare. È un fatto basilare nel nostro ambiente umano, e noi non possiamo optare al di fuori di esso. Invece di cercare vie di fuga, noi dovremmo cercare Dio dentro e attraverso la visione del mondo della scienza contemporanea”.
L’ortodossia non è a favore e non è neanche contro la modernità. Sa che c’è, come un dato di fatto. Non è indifferente alla modernità. La considera un rischio e una chance al tempo stesso. Non esprime un giudizio definitivo, una condanna o un’assoluzione. Di volta in volta segnala quanto della modernità è bene e quanto è male, ma senza ansia di definire troppo, a meno che non siano in gioco valori ultimi. L’ortodossia non ama definire la Chiesa – “si vive per la Chiesa senza la necessità di definirla”, dice Evdokimov. Anche la teologia suscita diffidenza se anziché porsi al servizio della liturgia e della spiritualità diventa sistematica. “Abbiamo voluto fare – deplorava il patriarca Atenagora – della teologia una scienza, proprio come abbiamo fatto della Chiesa una macchina (…) Questa meccanica dello spirito, lasciamola agli ingegneri!”. Teologo, nell’ortodossia, è colui che prega, non colui che rende il mistero accessibile alla mente umana attraverso il ragionamento. Tanto meno allora l’ortodossia ha voglia di procedere a classificazioni e definizioni di realtà secolari, soggette alle incognite del tempo e della storia, come la modernità. Al più, si segnalerà la duplice valenza della modernità. Come fa Olivier Clément. Per il quale c’è il male della modernità:  “Gli storici hanno rilevato che, nel XVIii secolo, l’affermazione di certe parole chiave, come progresso e felicità, ha coinciso con l’indebolirsi della fede nell’aldilà e nell’escatologia (…) Alla fine si è giunti a una società il cui unico scopo è quello di vivere meglio, quaggiù, la pienezza dell’esistenza presente. L’idea di resurrezione, il passaggio attraverso la croce si presentano in questo contesto come qualcosa di assurdo. E l’esito inevitabile è l’occultamento del messaggio pasquale (…) Tutto porta, così, al nichilismo e al vuoto in cui sprofondano le idolatrie:  le apparenze, il mercato, l’erotismo, la violenza, la droga. La modernità, pur unificando materialmente il pianeta, sembra incapace di suddividerne le risorse con un minimo di giustizia, ed è altrettanto incapace di assumerne le diversità culturali:  è di qui che viene l’attuale scontro tra Nord e Sud”.
E c’è il bene della modernità:  “La modernità si pone essa stessa in questione e non smette di cercare. Reca ancora, evidenti e numerose, le tracce delle sue origini greche e bibliche. La prodigiosa esplorazione dell’universo deve tutto il proprio slancio sia alla razionalità contemplativa dell’ellenismo antico sia all’affermazione biblica di una consistenza propria del creato, inteso come una realtà che è nello stesso tempo permeata dalla Sapienza divina e affidata alla responsabilità dell’uomo. Il rispetto dell’altro, la libertà dello spirito, ciò che v’è di meglio nella democrazia si radica nella rivelazione evangelica della persona e nella distinzione liberatrice fra Regno di Dio e Regno di Cesare. Così la modernità, in ciò che ha di positivo, non è estranea a noi cristiani (…) si pensi, ad esempio, al tema esemplare dei “diritti dell’uomo”, tema in cui i cristiani sanno oggi riportare alla luce il mistero della persona irriducibile, a immagine di Dio”.
Tuttavia per le Chiese ortodosse il sottoporre la modernità a continuo esame sarebbe tempo perduto. Esse sentono che la loro missione è un’altra:  proclamare la rivelazione divina, trasmettere il messaggio evangelico, affermare i princìpi cristiani, difendere i diritti di Dio e quelli dell’uomo nel disegno divino. La fede ortodossa si muove istintivamente su piani diversi da quello in cui si dibattono pregi e difetti della modernità.

L’Osservatore Romano

Tag: ,

Una Risposta to “Ortodossia e modernità”

  1. Luigi Testi Says:

    vorrei avere un dialogo con posta elettronica per sapere come vivete,quando pregate,la vostra libera ora,ecc.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: