«Mio padre Peppino? Il re del teatro comico»

Il 26 gennaio di trent’anni fa, era il 1980, si spegneva nella sua abitazione romana all’eta di 76 anni una delle più rappresentative maschere del teatro del Novecento italiano: Peppino De Filippo. Un attore e commediografo ancora vivo nell’immaginario collettivo di molti per essere stato il coprotagonista di una lunga serie di pellicole, sedici in tutto, in bianco e nero a fianco dell’inseparabile Totò, dalla Banda degli onesti a Totò, Peppino e i fuorilegge.

Tra le migliori interpretazioni di Peppino vanno ancora oggi ricordati anche film come Il segno di Venere di Risi, Le luci del varietà di Fellini e Lattuada, Policarpo ufficiale di scrittura di Mario Soldati e l’episodio di Boccaccio ’70, sempre firmato da Fellini, Le tentazioni del dottor Antonio. E poi la tivù, con le memorabili apparizioni in trasmissioni come Canzonissima e Scala Reale nei panni dell’umile servitore Gaetano Pappagone.

Un artista a tutto tondo, «formatosi naturalmente, come accadeva ai tempi, attraverso il teatro». Come sottolinea il figlio Luigi che, proprio in questi mesi, con la sua compagnia teatrale sta portando in scena una delle più fortunate pièce dei fratelli De Filippo, La fortuna con l’effe maiuscola. Tornano alla mente di Luigi, oltre ai grandi ruoli teatrali rivestiti con Titina ed Eduardo per più di 14 anni, i grandi ruoli impersonati dal padre: da L’Avaro di Molière a Il Guardiano di Harold Pinter, diretto da Edmo Fenoglio nel 1977.
 
«Mio padre è stato, non solo a mio parere, il più grande attore comico che abbia avuto il teatro italiano di prosa del Novecento. Si è confrontato con i giganti del teatro europeo. Spesso mi diceva che, alla fine di ogni spettacolo, il pubblico doveva avere la sensazione di andare sottobraccio con i vari personaggi delle commedie messe in scena».

Come è stato il rapporto di suo padre con Luigi Pirandello?
«Un rapporto che rese mio padre un artista più maturo. Fu Pirandello che gli consigliò di recitare la sua commedia Liolà, traducendola in napoletano. Avrebbero dovuto fare un film negli Usa con protagonista mio padre, ma la prematura morte del drammaturgo siciliano impedì la realizzazione di questo set».

Come fu il sodalizio cinematografico con Totò?
«Erano due giganti del teatro, con un’intelligenza al di sopra della media. La loro grandezza maggiore? Quella di improvvisare, riscrivere i copioni, che non sempre erano all’altezza delle loro capacità. E così sono stati salvati molti film, al tempo bistrattati dalla critica e ora ritenuti dei capolavori. Credo che entrambi avrebbero voluto fare dei film migliori di quelli che produssero, ma le condizioni erano quelle che erano».

Ci fu mai un modo di sanare il difficile rapporto tra suo padre e suo zio Eduardo?
«I tentativi furono tanti, a cominciare da quelli di Titina. Io per parte mia ho fatto di tutto per farli incontrare. Ci sono anche riuscito, nel privato. Ma tutto questo durava lo spazio di un mattino. Cominciavano a fare progetti assieme, ma ognuno aveva una sua visione particolare del teatro e quindi divergevano. È stato un bene che si siano separati dopo 14 anni di comunanza artistica. Entrambi, comunque, famosi in tutto il mondo».

A trent’anni dalla sua morte come dovrebbe essere ricordato oggi Peppino De Filippo?
«Credo che mio padre, come Totò, sia un’icona immortale del nostro cinema, grazie a quei film continuamente trasmessi in tv. Peccato che i giovani non lo abbiano potuto vedere sulla scena, in teatro. Ma ancora oggi un modo per mantenere alta la sua memoria, e con essa quella del grande teatro napoletano di Eduardo Scarpetta, è quello che facciamo io e mio cugino Luca, tenendo in piedi con le nostre compagnie teatrali il meglio di quella tradizione impersonata da Titina, Eduardo e Peppino».

Filippo Rizzi
Avvenire

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