Il sorriso luminoso della libertà

Dante, Beatrice e il canto v del Paradiso

di Inos Biffi
Un’altra domanda o, come dicevano i medievali, un’altra “questione” occupa la mente di Dante, che si trova ancora nel cielo della Luna e ci invita a soffermarci in un prolungato momento penetrante d’indagine teologica. Questo canto appare subito concettoso e un po’ affaticato, ma non è raro incontrare nel cammino verso il Paradiso queste aree di riflessione e di dibattito consoni alla “scuola” che, mentre sciolgono i dubbi e gli interrogativi del poeta, gli permettono di proseguire la salita verso l’Empireo, non senza ricevere, a loro volta, i tocchi della bellezza e del linguaggio lirico.
Come avviene subito nell'”apertura ardente di luce e di amore” (Anna Maria Chiavacci Leonardi), che avvia il canto, Beatrice appare a Dante “fiammeggiare nel caldo d’amore/ di là dal modo che ‘n terra si vede” (1-2), così che i suoi occhi ne restano abbagliati. Ma egli non se ne deve meravigliare:  godendo ormai della perfetta visione di Dio, Beatrice è pienamente immersa in quel “bene appreso”, che la rende tutta risplendente. Del resto, già nell’intelletto del poeta, Beatrice vede risplendere, in riflesso, quella “eterna luce” che, “vista, sola e sempre amore accende” (9):  una volta veduto Dio, l’affetto per lui non si ritrae e si spegne più; e se, sulla terra, si cede all’attrazione di altri beni, è perché si fraintendono con la Luce divina le luci che sono unicamente una sua impronta:  “e s’altra cosa vostro amor seduce, / non è se non di quella alcun vestigio, / mal conosciuto, che quivi traluce” (10-12).
 Ed ecco, dopo questo inizio un po’ laborioso, ma luminoso, l’interrogativo che assilla il poeta:  è possibile soddisfare a un voto inadempiuto con un’altra opera buona (“altro servigio”), così che l’anima sia messa al riparo da ogni contestazione? Nella sua risposta Dante ci offre “una delle più alte dichiarazioni teologiche proprie della maggior poesia del Paradiso. Qui confluisce la lunga e appassionata storia dell’amore di Dante per la libertà, massimo segno per lui della dignità dell’uomo, in quanto lo fa simile a Dio” (Chiavacci Leonardi).
Secondo le parole lucide e solenni di Beatrice, che sono poi quelle di Dante:  “Lo maggior don che Dio per sua larghezza / fesse creando, e a la sua bontade / più conformato, e quel ch’e’ più apprezza, / fu de la volontà la libertate; / di che le creature intelligenti, / e tutte e sole, furo e son dotate” (19-24). Ora, col voto si sacrifica a Dio “questo tesoro” della libertà – e la definizione è splendida:  la volontà libera è il tesoro dell’uomo. Ma, se è così, il voto è inderogabile:  non è possibile riprendere quel massimo bene che si è offerto:  nessun’altra opera lo potrebbe assolutamente compensare, a meno di ritenere che si possa compiere un’azione meritoria con denaro rubato.
Dante sa bene che la Chiesa usa dispensare dai voti, ma egli intende, al riguardo, dare al lettore la propria spiegazione, diversa da quella comune dei canonisti e più severa; per cui lo invita a “sedere un poco a mensa”, così che la possa ben assimilare, e quindi ad aprire la mente e a imprimervi le sue parole, “Ché non fa scïenza/ senza lo ritenere, avere inteso” (41-42).
Nel “sacrificio” del voto occorre distinguere – spiega Dante – quello che si promette e la promessa come tale (“la convenenza”):  questa, che è la “forma” del voto, in quanto offerta della libertà e quindi del supremo bene dell’uomo, non potrà mai essere cancellata o sostituita – “già mai non si cancella / se non servata” (46-47):  e qui risalta tutto il rigore del poeta.
Potrà essere invece trasmutata la materia della promessa; tuttavia, la conversione di questo “carco a la (…) spalla” (55) non potrà avvenire in modo leggero e arbitrario, bensì con il consenso dell’autorità della Chiesa e per il potere delle sue chiavi, a condizione, inoltre, che quanto sostituisce il voto venuto meno sia di maggior valore, e fermo restando che ci sono materie inestimabili, che non si possono permutare, come nel caso dei voti religiosi.
Resta in ogni caso deciso e forte, di fronte al diffuso costume di formulare voti alla leggera, l’ammonimento di Dante che da poeta si fa maestro e quasi profeta:  il voto è un impegno serio, che esige di essere osservato puntualmente e senza commettere ingiustizie, al modo di Iefte e di Agamennone, che immolarono le loro figlie:  “Non prendan li mortali il voto a ciancia;/ siate fedeli e a ciò far non bieci” (64-65).
E aggiunge ancora più solennemente:  “Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:  / non siate come penna ad ogne vento, / e non crediate ch’ogne acqua vi lavi” (73-75) – cioè che basti una qualsiasi promessa per purificarvi.
Ed ecco l’alto richiamo a ciò che veramente importa:  la Scrittura e la guida del Papa, riconosciuta valida e autorevole, quand’anche siano indegni quelli che occupano la sede di Pietro:  “Avete il novo e ‘l vecchio Testamento, / e ‘l pastor de la Chiesa che vi guida:  / questo vi basti a vostro salvamento” (76-78).
Che se altri, per avidità e interesse, insegnassero diversamente e inducessero a moltiplicare i voti, “uomini siate, – ammonisce Dante – e non pecore matte” (80) a imitazione di quell’agnello che, abbandonandosi ai suoi capricci sconsiderati, “saltando e corneggiando” (Francesco da Buti), stoltamente “lascia il latte/ de la sua madre” (82-83). Il linguaggio del poeta, di là dai toni arroventati, rivela un amore appassionato e un fervido anelito per una Chiesa che, riformatasi, risplenda senza macchie. È l’ecclesiologia ineccepibile di un poeta, che qui si fa teologo.
Il quale, nel suo “cupido ingegno” (89), avrebbe altre questioni da sollevare, ma vengono sospese dallo sguardo ardente di Beatrice rivolto al Sole, dal suo silenzio e dalla trasfigurazione del suo sembiante, inondato da nuovo splendore. In un baleno – “come una freccia che tocca il bersaglio prima che la corda dell’arco abbia finito di vibrare” (Chiavacci Leonardi) – si trovano trasportati nel cielo di Mercurio, acceso di più intensa luce dalla gioia di Beatrice. Ma non solo il pianeta, immutabile, “si cambiò e rise” (97):  anche Dante, soggetto per natura alle mutabili impressioni, divenne più lucente e sorridente.
Ed ecco avvicinarsi a Beatrice e al poeta “più di mille splendori” – è la luminosa definizione dei beati -, persuasi che, rispondendo alle domande di Dante, accresceranno il fervore del loro stesso amore:  il loro corpo era intravisto come “un’ombra piena di letizia”, dalla quale “un folgor chiaro (…) uscia” (107-108). Serviva davvero tutta la geniale  creatività del poeta, ormai completamente pervasa di luce, per richiamare così mirabilmente la corporeità dei beati.
Quei beati, che compaiono leggeri nella “sostanza diafana dei cieli” (Chiavacci), sono da Dante immaginati come i pesci che guizzano in una peschiera “tranquilla e pura” (100) e si raccolgono rapidi intorno a quello che ritengono una loro esca. Il poeta arde del desiderio di conoscere la condizione di quei beati; e uno di quegli spiriti, accesi della luce diffusa in tutto il Paradiso, lo invita a porre, senza timore, ogni domanda.
Quel beato si trova dentro lo splendore, che promana dai suoi occhi e dal suo riso, come in un nido. “Io veggio ben sì come tu t’annidi / nel proprio lume” (122-123), esclama Dante, rivolto alla “lumera” (130) divenuta ancora “lucente più assai” (132), e riconoscendo di ignorare chi vi si trovi avvolto.
Quella “figura santa”, racchiusasi nella sua “troppa luce”, come avviene del sole allo sciogliersi dei vapori che temperavano i suoi aggi, risponderà, però, al poeta nel canto successivo.
Ora, dopo che il poeta ha espresso, in modo risoluto e non senza tratti di originalità, la sua dottrina sui voti, sul valore della libertà umana, su ciò che essenzialmente conta per essere cristiani – ciò che fa della Commedia un libro anche di “teologia” e di Dante uno strenuo “riformatore” della Chiesa – l’ispirazione lirica riprende, ma nella trama del poema non verrà mai meno quella “profezia”.

L’Osservatore Romano

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