Le Olimpiadi di Hitler: simulacro perfetto della tragedia incombente

Maria R. Calderoni
I sovietici non mandarono nemmeno una squadra. Il lottatore tedesco, campione nazionale nonché operaio iscritto al partito comunista clandestino, Werner Seelenbinder, salì sul podio ma si rifiutò di rendere il saluto nazista e venne subito arrestato. La nuotatrice ebrea austriaca Judith Deutsch decise di non andare con una lettera che diceva: «Non posso in quanto ebrea partecipare ai Giochi di Berlino perché la mia coscienza me lo proibisce». Agosto 1936: l’XI Olimpiade si apre nella Berlino di un Hitler trionfalmente al potere, la sacra Fiamma riverbera luci sinistre. Le leggi razziali, infatti, barbaramente e alacremente già lavorano nella “nuova” Germania: un intollerabile e inammissibile sfregio ai famosi, solenni – e solennemente proclamati – “principi Olimpici”. Quelli basati sul rispetto dei fondamentali diritti universali, sul mantenimento della dignità umana; e che proclamano «ogni forma di discriminazione nei confronti di una nazione o persona per quanto concerne la razza, la religione, la politica, il sesso incompatibile con l’appartenenza al movimento olimpico».
In effetti, quella XI Olimpiade fu un simulacro perfetto e purtroppo veritiero della tragedia ormai incombente sui cinque continenti, appunto simboleggiati dai cinque cerchi olimpici. La tragedia-ecatombe non solo dei “principi olimpici”, ma della stessa umanità, con un “attivo” di 60 milioni di morti. La storia dell’Olimpiade 1936 come la traccia visibile dei passi compiuti da qui all’abisso; e, se si vuole, anche spia delle cecità, connivenze, incertezze, calcoli e odi che portarono il mondo alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.
Di tutto questo narra il nuovo libro dello studioso americano, esperto di storia tedesca del Novecento, David Clay Large – “Le Olimpiadi dei nazisti. Berlino 1936”, Corbaccio, pp.494, €. 26 -: quei 3075 chilometri, il percorso apparentemente innocuo della fiaccola da Olimpia a Berlino attraverso i paesi dell’Europa sudorientale e centrale, erano «la prefigurazione della cruda aggressione che doveva ancora venire».
I tentativi di boicottare le “Olimpiadi di Hitler” – il quale nel 1932 non aveva mancato di definire i Giochi olimpici una «congiura di massoni ed ebrei» – ci furono e da più parti. Lo stesso Cio (Comitato olimpico internazionale) fu investito dal dilemma; e se alla fine lo sforzo internazionale di boicottaggio dei Giochi fallì, «esso ha molto da rivelarci a proposito degli atteggiamenti del mondo verso la Germania nazista nei primi anni del Terzo Reich».
Contro le Olimpiadi di Berlino, nella Germania delle leggi razziali e della persecuzione degli ebrei, a New York cinquemila dimostranti organizzati dalla American Jewish Labor Committee salirono a bordo di una nave tedesca nel porto, ammainarono la bandiera con la svastica e la gettarono nell’Hudson. E Jeremiah Mahoney, il nuovo presidente della Aau (Amateur Athletics Union) dichiarò pubblicamente la sua personale opposizione alla partecipazione. Anche tutta la sinistra americana attraverso The Nation salì sul treno del boicottaggio, criticando vivacemente la posizione favorevole del Comitato olimpico statunitense; e la Naacp (National Association for the Advancement of Colored People) lanciò un appello ufficiale agli atleti afroamericani perché non partecipassero alle Olimpiadi «data la situazione attuale in Germania».
In Gran Bretagna le associazioni ebraiche e le maggiori organizzazioni sindacali si batterono per il boicottaggio; in Francia un comitato di trecento ex campioni sportivi rivolse un messaggio agli atleti di tutto il mondo invitandoli a rifiutare i Giochi hitleriani; e il deputato socialista Jules Longuet chiedeva alla Camera di votare contro il finanziamento stanziato in conto olimpiade. Tuttavia, nel Comitato olimpico internazionale fu prevalente la maggioranza favorevole alla partecipazione in nome della “filosofia” dei Giochi, collocati “al di fuori e al di sopra” della politica; lo stesso Roosevelt, coinvolto nella questione, preferì non pronunciarsi e lasciare tutto nelle mani del Cio, i cui vertici del resto non ravvisarono nulla di “particolarmente pericoloso” nella «presente situazione germanica».
Così il primo agosto 1936 la Fiaccola olimpica arriva nella Berlino hitleriana. «La giornata ebbe inizio alle otto del mattino, quando, con puntualità prussiana, la banda del Reggimento delle guardie attaccò una Grosses Wecken (Gran Sveglia)»; i membri del Cio accolti da Goering e Goebbels all’Altes Museum; e il capo della Gioventù del Reich che rivolge il saluto alla folla, «noi, gioventù di Germania, noi gioventù di Adolf Hitler, vi salutiamo, gioventù del mondo»… Niente di “particolarmente pericoloso”.
Anzi fu un vero trionfo, per il giovane e assai “energico” regime al potere, «una vittoria per la causa tedesca», scrisse Goebbels nel suo diario. Mentre la Gestapo riceveva l’ordine di «massima allerta», ospiti e visitatori stranieri hanno il previlegio di vedere, all’interno della immensa mostra allestita per i Giochi (la Deutschland , 40mila metri quadrati) il fotomontaggio dal titolo (da brivido), “Il Fuhrer e il suo entourage”; nonché di accompagnare Rudolf Hesse nel giro da lui allestito negli ex «quartieri rossi» di Berlino, a dimostrazione che la minaccia comunista nella capitale era ormai del tutto eliminata. Feste, party, campane, concerti, la città è tutta una grande festa; il gigantesco dirigibile Hindenburg sorvola lo stadio, l’Inno olimpico diretto da Strauss, ventimila piccioni viaggiatori in volo sul cielo di Berlino, cinquemila bambine vestite di bianco che danzano al tintinnio di campane di vetro… La parola d’ordine è di evitare ogni minimo incidente che possa turbare la «tregua olimpica» e i ristoranti ricevono l’ok ad accettare persino «clienti dall’aspetto ebraico».
Per il momento. Intanto, proprio il giorno prima dell’inaugurazione, il generale Franco ha dato inizio all'”alzamiento” contro il governo repubblicano in Spagna e Hitler, informato da Goebbels, «decise immediatamente di sostenere la rivolta franchista fornendo assistenza logistica alla traversata del generale dal Marocco alla Spagna». Niente di “particolarmente pericoloso”.
Ai Giochi di Berlino gli atleti afroamericani finiranno per vincere complessivamente tredici medaglie nell’atletica leggera, totalizzando 83 dei 107 punti degli americani. « Il Los Angeles Times descrisse con divertimento la “depressione” di Hitler alla vista di quella “sfilata in nero”». Il campione Jesse Owens, al pari di tutti gli altri vincitori di una medaglia, «venne incoronato sul podio con una ghirlanda di foglie di quercia»; disgraziatamente anche lui era di pelle scura e però Hitler non ebbe l’occasione di stringergli la mano: il Fuhrer se ne era andato – sbadatamente – prima della premiazione. Che c’è di male? «Hitler – scrive Clay Large – non poteva sopportare i neri più di quanto sopportasse gli ebrei e inorridiva al solo pensiero di un contatto fisico con loro. Secondo il capo della gioventù nazista Baldur von Schirach, Hitler, riferendosi a Owens e ad altri atleti di colore, avrebbe dichiarato in seguito: «Gli americani avrebbero dovuto vergognarsi per aver permesso a dei negri di vincere le medaglie per loro. Non avrei mai stretto la mano di quel negro (Owens)».
I Giochi «devono andare avanti». Due settimane dopo la chiusura dell’Olimpiade 1936, Hitler mette in moto la formidabile macchina che, nel giro di quattro anni, deve rendere la Germania «militarmente ed economicamente pronta per la guerra». Come parte di tali preparativi, è nei sotterranei dello stadio olimpico che la Blaupunkt incomincia a produrre radio da campo. E poco dopo lo stesso stadio subisce una trasformazione sinistramente simbolica: «I cinque anelli olimpici che univano le due colonne dell’ingresso principale vennero abbattuti e sostituiti con una gigantesca svastica».

Liberazione

Tag:

Una Risposta to “Le Olimpiadi di Hitler: simulacro perfetto della tragedia incombente”

  1. Vincenzo Says:

    Sig.ra Maria R. Calderoni la storia la srcivono i vincitori non i vinti .
    Viva la bomba atomica sul Giappone .
    Viva la guerra Americana in Iraq .
    Viva la guerra Americana in Vietnam .
    Viva la pena capitale in USA (Gli spettatori che osservano l’esecuzione)
    Viva il suo articolo Sig.ra Maria R. Calderoni .
    Viva l’America
    Viva LEI .

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: