Algeria: la riconciliazione, dieci anni dopo

Pietra angolare della politica di Abdelaziz Bouteflika, la legge sulla Concordia Civile è entrata in vigore nel gennaio 2000. Cherif Ouazani traccia un bilancio di un decennio di catarsi collettiva

Dieci anni fa, il 13 gennaio 2000, entrava in vigore la legge sulla Concordia Civile, al centro della quale vi era una « grazia per amnistia » a beneficio dei 6.000 combattenti dell’Esercito Islamico di Salvezza (AIS, braccio armato del Fronte Islamico di Salvezza, il FIS) che avevano imbracciato le armi contro il regime all’inizio degli anni ‘90 sotto il comando di Madani Mezrag. Sulla base di questa inziativa, il presidente Abdelaziz Bouteflika aveva sollecitato tramite un referendum, indetto per il settembre 1999, l’adesione della popolazione a una politica del perdono. È così che i “criminali”, termine generico del lessico ufficiale che designava i membri dei gruppo armati salafiti, sono diventati “pecore smarrite” chiamate a ritrovare la retta via e il cammino verso casa. Cinque anni più tardi, nel settembre 2005, il suffragio universale è stato nuovamente sollecitato per trasformare la legge sulla Concordia civile in una Carta per la Riconciliazione nazionale. Da allora, gli eventi che hanno scosso l’Algeria negli anni ‘90 sono qualificati come Tragedia nazionale, aprendo la via a un risarcimento per le vittime dirette (militari e insorti) o collaterali (civili e scomparsi). Più di 2.200 islamisti giudicati e condannati per atti di terrorismo furono rimessi in libertà, e circa 300 combattenti del Gruppo salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC) deposero le armi e diventarono dei “pentiti”. Dieci anni dopo, quale bilancio possiamo trarre da questa pace onorevole “all’algerina”?

Un’opzione “irreversibile”

Il netto miglioramento della situazione della sicurezza è incontestabilmente frutto della Riconciliazione nazionale. Ma, se da un lato è riuscita a spopolare i covi dei militanti e a limitare il rinnovamento degli effettivi dei gruppi armati, essa è anche una delle cause della radicalizzazione degli islamici irriducibili. Sei mesi dopo la sua messa in atto, nel marzo del 2006, il GSPC di Abdelmalek Droukdel decise di stringere un’alleanza con l’organizzazione di Osama Bin Laden e si ribattezzò, nel febbraio 2007, “Al-Qaeda nel Maghreb islamico” (AQMI). Il cambiamento del nome comportò anche un cambiamento di strategia. Nell’aprile dello stesso anno, i primi attentati kamikaze centrarono il Palazzo del governo e la direzione della polizia giudiziaria. Quindici anni dopo la sua apparizione, la guerriglia islamica algerina aveva così adottato lo stesso modus operandi che Al-Qaeda utilizzava già in Iraq e in Afghanistan. Malgrado i suoi detrattori, i quali si oppongono a qualunque concessione offerta alle ”forze negative” – termine preso in prestito ai Ruandesi che qualificavano allo stesso modo i fautori del genocidio -, la Riconciliazione nazionale non fu affatto rimessa in questione da questi nuovi attacchi. Al contrario, questi ultimi ne consolidarono le basi: qualche ora dopo essere sfuggito a un tentativo di attacco kamikaze avvenuto a Batna, nel settembre 2007, al momento del passaggio del corteo presidenziale, Bouteflika aveva assicurato ai notabili della città che “l’opzione della Riconciliazione nazionale è irreversibile”.

Il regresso degli atti terroristici ebbe anche ripercussioni economiche: durante il decennio nero l’economia algerina aveva registrato perdite superiori ai 20 miliardi di dollari. Più di un progetto di ampio respiro (come l’aeroporto e la metropolitana di Algeri, l’autostrada est-ovest, il passante ferroviario degli Altopiani, ecc.) furono bloccati per ragioni di sicurezza. La diminuzione della violenza non solo permise il riavvio dei cantieri, ma riaprì anche la via a un ambizioso piano di investimenti pubblici (più di 200 miliardi di dollari in dieci anni), ed ha infine permesso il reinserimento sociale di circa 6.500 combattenti oltre alla liberazione di più di 2.500 prigionieri islamici.

Che ne è stato degli islamisti liberati?

Sostenuta da una schiacciante maggioranza della popolazione (più del 90% dei voti all’epoca dei referendum del 1999 e del 2005), la Riconciliazione nazionale rimane un’operazione complessa. “Suggerisce alla società di accettare senza riserve il reinserimento di persone colpevoli di atti particolarmente barbari, difficili da perdonare e dimenticare – sottolinea l’avvocato Mohamed Nadir Bouacha – ma complessivamente non ci furono vendette contro i pentiti”. Per contro, più di 200 di loro furono “giustiziati” dai vecchi compagni. Quanto al numero di beneficiari della “pace onorevole” che hanno approfittato delle misure di clemenza per riguadagnare i vecchi covi, è stimato – secondo i servizi di sicurezza – a circa 300 persone, ovvero meno del 4% di coloro che sono stati liberati o che hanno deposto le armi. Tra loro, si nota la presenza dei due autori di un attacco kamikaze nella capitale nel 2007.

Per riuscire nel loro reinserimento sociale, gli islamisti evitarono di rientrare nelle loro città o villaggi d’origine. Quelli che ne avevano i mezzi preferirono l’anonimato dei grandi agglomerati dove i loro tumultuosi trascorsi non erano conosciuti. Pochi tra loro hanno ritrovato l’impiego di “prima della guerra”. Tra le ragioni, anche i cambiamenti subiti dall’economia: le imprese in cui lavoravano si erano sciolte o erano state privatizzate o avevano persino cambiato attività. “La maggior parte si è riciclata nell’economia sommersa, già assalita dai loro mentori, gli emiri”, afferma un ufficiale superiore dell’esercito. Il settore dell’istruzione costituisce da sempre un grosso serbatoio di militanti: i pubblici poteri si mostrarono vigili e impedirono il ritorno dei pentiti nelle scuole, nei collegi e nei licei. Questa decisione ha provocato lo sdegno degli anziani capi islamici, tra i quali Madani Mezrag, che denuncia “il non rispetto degli impegni dello Stato”.

I dimenticati della Riconciliazione


Obbligati alla discrezione, gli attivisti liberati evitarono di fare scalpore e preferirono ricorrere alle reti islamiche – rimaste attive – di riciclaggio del denaro per lanciarsi negli “affari” che andavano dalla modesta bancarella di frutta e legumi in un mercato pubblico fino ad attività commerciali più importanti, domini comunque legati al proselitismo, come l’organizzazione dei circuiti d’importazione e distribuzione delle opere religiose a partire dal Cairo e Damasco. Se i vecchi militanti non hanno beneficiato di nessun aiuto finanziario da parte del governo, le famiglie dei terroristi caduti hanno diritto a delle compensazioni. Secondo Merouane Azzi, responsabile della sezione “Riconciliazione” all’interno della Corte di Algeri, “più della metà dei 50.000 dossiers di richiesta di risarcimento sono state vagliate, ma 25.000 non offrono diritto a nessun indennizzo da parte dello Stato, almeno secondo la legge”. Il costo totale di queste operazioni si aggira intorno a più di 12 miliardi di dinari (pari a circa 120 milioni di euro). Questi indennizzi riguardano anche le famiglie degli scomparsi, vittime delle forze dell’ordine. Su 7.000 casi censiti, 6.450 hanno ricevuto un’indennità di 700.000 dinari (circa 7.000 euro) per ogni persona scomparsa, e circa 500 famiglie hanno rifiutato questa offerta proseguendo i loro sit-in settimanali per reclamare la verità sulle sorti dei loro congiunti. Paradossalmente, le vittime collaterali della “pace onorevole” si trovano tra gli agenti dello Stato. I poteri pubblici hanno abbandonato alla loro sorte le vittime della Tragedia nazionale che si sono battute per la Repubblica: patrioti (civili che hanno preso le armi contro gli islamisti) senza uno status sociale resi menomati a vita per un attentato a qualche settimana dalla smobilitazione, diplomatici e funzionari presi di mira da un attacco terroristico… Nel maggio 2009, al momento della dichiarazione sulla sua politica generale davanti al Parlamento, il primo ministro, Ahmed Ouyahia, aveva presentato le sue scuse a questa categoria di vittime della Tragedia nazionale e aveva promesso una rapida valutazione delle loro rivendicazioni. Sei mesi più tardi, il 18 dicembre 2009, un centinaio dei “dimenticati della Riconciliazione” si sono radunati, la maggior parte dei quali in sedia a rotelle, a El-Mouradia. Contrariamente agli insegnanti in sciopero,  non sono stati incalzati dalle forze dell’ordine. Un consigliere del presidente ha persino ricevuto le loro lamente e ha fatto nuove promesse.

Cherif Ouazani

Medarabnews

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