Havel: l’uomo è crocifisso

«Cara Olga – scrive il prigioniero alla moglie –, probabilmente il Signore mi sta punendo per il mio orgoglio e può darsi che mi stia mettendo alla prova». Qualcosa non torna nelle biografie di Vaclav Havel. «Agnostico», «non credente», «anticomunista». Nella storia intima del drammaturgo, carismatico leader della Rivoluzione di Velluto, c’è dell’altro. Ora che l’editore Santi Quaranta ne ha pubblicato, per la prima volta in Italia, l’intera corrispondenza vergata durante i ripetuti periodi di detenzione, le Lettere a Olga (pagg. 480, euro15, santiquaranta.com) ci raccontano chi è davvero il dissidente che diventerà primo presidente della Cecolovacchia democratica. Un giorno Havel chiederà al direttore del penitenziario il libro di un teologo tedesco: l’Introduzione al cristianesimo del professor Joseph Ratzinger. Václav Malý, ora vescovo ausiliare di Praga, era stato tra i primi a sottoscrivere l’appello dei dissidenti di «Charta 77», divenendo poi portavoce del Forum Civico. Fino alla Rivoluzione non violenta del 1989 le riunioni del Forum guidato da Havel si aprivano con un Padre Nostro, anche se all’inizio quasi nessuno ne ricordava più le parole. Nelle Lettere c’è soprattutto lei, Olga. Moglie orgogliosa, volitiva, mai arrendevole. Quando «Vasék», così si faceva chiamare dalla consorte (sposata nel 1964 e deceduta nel 1991), le confiderà di aver forse sbagliato a rifiutare la proposta d’esilio con lei negli Usa, Olga lo rimetterà in riga. Accettare sarebbe stata una resa. «Per tutto il libro – osserva Ferruccio Mazzariol, editore e revisore delle Lettere –, Olga resta inafferrabile, come nascosta dal sipario di un palcoscenico. Olga è creatura della vita quotidiana con le sue piccole pigrizie, ma è anche un “personaggio” che viene dal teatro di Havel: indefinibile e sorprendente». Come il suo Vasék, «dissidente agnostico» che vede nel Cristo l’uomo «vittorioso grazie alle sue sconfitte».

LA LETTERA
«Cara Olga, siamo inchiodati al paradosso fra il mondo disperato e l’Essere pieno di senso»
Vaclav Havel

Cara Olga,
fra le migliaia di avvenimenti stupefacenti che formano il miracolo dell’Essere e della sua storia, l’evento che qui ho definito la costituzione o la genesi dell’«io» umano, ha indubbiamente un significato rivoluzionario. È un evento cioè che, a differenza di tutti gli altri, tocca in modo speciale l’essenza medesima dell’Essere, l’«essere dell’Essere». L’uomo non è semplicemente un’entità fra le altre entità, un qualcosa di distinto rispetto alle altre, ma è un’entità apertamente «differente». Non si differenzia dalle altre unicamente per ciò che è (per il fatto di essere essenzialmente più strutturata, ad esempio), ma soprattutto per come è, per il fatto che il suo stesso essere è sostanzialmente diverso da tutto quello che esiste al di fuori di lui. (…)

Essere gettati nel mondo ci rivela il nostro stato di separazione; essere gettati nell’origine dell’Essere, al contrario, risveglia in noi la trascendenza di sé così essenzialmente umana: il desiderio di oltrepassare tutti i propri orizzonti per attingere di nuovo la perduta pienezza dell’Essere, «possederla» di nuovo (e in questo modo superare il proprio stato di separazione), sfociando nell’esperienza della «quasi-identificazione» quale contatto vigile, cioè totalmente consapevole di sé, con «l’Essere tout court», principio misterioso ed essenza di tutto ciò che è. (…)

Dietro a tale concezione vi è una percezione di sostanziale ambiguità, di annientamento, della natura contraddittoria e paradossale della condizione dell’umana. La nostra «alterità» ontologica esprime soprattutto questo: solo l’uomo, ad esempio, si domanda quale sia il significato, ma unitamente a ciò non può mai giungere a una risposta soddisfacente (altrimenti significherebbe per lui non essere ciò che in realtà è, ossia, «essere separato dall’Essere»); soltanto l’uomo sperimenta, o meglio, attraverso la propria esperienza costituisce il mondo come qualcosa nel quale è stato gettato e nel quale è condannato a vivere, eppure, contemporaneamente, lui solo sa che soccombendo a tale esistenza nel mondo perde irrimediabilmente se stesso; lui solo è in grado di sperimentare in modo consapevole l’Essere quale reale sfondo a tutto ciò che esiste; tuttavia lui soltanto è, nello stesso momento, fatalmente al di fuori di questo Essere e condannato a non esservi mai pienamente all’interno.

Ciò nonostante, il paradosso della natura contraddittoria dell’essere umano è che in essa si trova, contemporaneamente, la fonte di tutta la sua bellezza e della sua miseria, la sua tragedia e la sua grandezza, lo slancio drammatico e il continuo fallimento. Ritengo che le rappresentazioni degli archetipi religiosi rispecchino in maniera precisa le dimensioni dell’essenza ambigua dell’umanità: dall’idea di paradiso, attraverso «reminiscenze» di una perduta partecipazione all’integrità dell’Essere, all’idea della caduta del mondo quale atto peculiare dello «stato di separazione» (non è infatti l’albero della conoscenza la «cognizione di sé» che ci separa?), all’idea del giudizio finale quale confronto con l’orizzonte assoluto del nostro relazionarsi, fino all’idea della salvezza come trascendenza suprema, la «quasi-identificazione» con la pienezza dell’Essere al quale l’umanità tende costantemente.

Il fatto, poi, che tutti gli effimeri tentativi dei fanatismi ideologici di organizzare il «paradiso in terra» alla fine sfocino inevitabilmente in un inferno in terra, è reso più che chiaramente dall’evocazione che il regno di Dio non è «in questa terra». In realtà: una vita su questo mondo che sia relativamente sopportabile può essere garantita unicamente da un’umanità orientata «al di là» di questo mondo, un’umanità che – in ogni suo hic e con ogni suo nunc – si relazioni con l’infinito, l’assoluto e l’eternità. Un orientamento incondizionato al hic e al nunc, per quanto sopportabile possa essere, trasforma senza speranza il «qui» e «adesso» in abbandono e disperazione e infine lì tinge del colore del sangue.

Sì: l’uomo è inchiodato – come Cristo sulla croce – a un’intersezione di paradossi: teso fra l’ascissa del mondo e l’ordinata dell’Essere; da una parte, trascinato in basso dalla disperazione di un’esistenza nel mondo e dall’irraggiungibilità dell’assoluto, dall’altra, egli sta in equilibrio tra il tormento di non conoscere la propria missione e la gioia di portarla a compimento, tra il nulla e la pienezza di senso. E come Cristo è di fatto vittorioso grazie alle sue sconfitte: l’uomo, attraverso la percezione dell’assurdo, una volta ancora trova il significato; attraverso il proprio fallimento riscopre nuovamente la responsabilità personale; attraverso la sconfitta di alcune condanne, vince perlomeno su se stesso (come oggetto delle tentazioni terrene); attraverso la morte – la sua ultima e maggiore sconfitta – trionfa definitivamente sulla propria disgregazione: imprimendo per sempre il proprio profilo nella «memoria dell’Essere», ritorna infine – senza rinunciare a niente della propria «alterità» – nel grembo dell’Essere integrale.

La medesima cosa vale – ciò va aggiunto per una questione di ordine – per queste mie riflessioni: esse sono una sconfitta perché non ho né scoperto, né espresso niente che non sia stato da tempo scoperto ed espresso cento volte meglio, eppure sono allo stesso tempo una vittoria, per essere almeno riuscito attraverso di esse, se non altro, (superando ostacoli più banalmente esteriori e profondamente interiori che non augurerei a nessuno che voglia scrivere), a sentirmi meglio ora di quando ho iniziato. È strano, ma forse adesso sono persino più felice di quanto lo sia stato negli ultimi tempi. In breve, mi sento bene e ti voglio bene.
Un bacio da Vasek (4 settembre 1982)

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