«Emma, che ipocrita a non volermi con te nel Lazio»

Tinto Brass. «La Bonino ha ceduto alle regole del sistema. Comunque, fortuna che c’è lei: ero tentato dal votare la Polverini. Io con i Radicali in Veneto e forse Lombardia».

«Emma Bonino mi ha deluso: depennando la mia candidatura nel Lazio, ha ceduto all’ipocrisia del sistema. Mi ha politicamente evirato. Comunque fortuna che c’è lei per il centrosinistra: ero quasi tentato dalla Polevrini. Che dire? Sono vittima dei moderati… Da anni li corteggiano e non ne hanno mai beccato uno. Altro che realpolitik. La vera realpolitik è quella di Vendola, che afferma una realtà precisa, “io vinco”, e la coglie nei fatti. Per quanto mi riguarda, certamente correrò in Veneto e forse anche in Lombardia. La mia candidatura è un’operazione di deragliamento ideologica rivolta contro i farisei del potere, della morale, della dignità, sbandierata con parole a cui non corrispondono i fatti.

E di questa battaglia sono pienamente convinto. D’altra parte la conduco da anni, con i miei film. Sono sicuro che avrò tanti voti benché, anche se eletto, non credo di voler starmene in un consiglio regionale… Spero solo che si eviti l’errore commesso anni fa quando mi candidai sempre con i Radicali: sulla scheda scrissero Giovanni Brass e nessuno mi riconobbe. Stavolta scrivano Giovanni detto Tinto Brass, così come scrivono Giacinto detto Marco Pannella…».

Giovanni detto Tinto Brass ha già pronto lo slogan elettorale: Eros è Liberazione. Quasi decisa anche l’immagine fotografica per i manifesti: «Meglio un culo, che una faccia da culo…». Il messaggio è chiaro: «Nella sessualità possiamo trovare la nostra liberazione. Perché l’importante è sfuggire alla prigionia del potere, che ci vorrebbe sempre frustrati, colpevolizzati. Il potere cerca di controllare il sesso, ma attenzione perché il sesso a un certo punto si vendica sul potere. Lo stiamo vedendo da almeno un anno a questa parte. Le escort di Berlusconi. I trans di Marrazzo. La Gomorra di Bari. Le amanti di Bologna. Il potente non ha il coraggio di mostrare la sua vera faccia, ma prima o poi la maschera cade. Berlusconi può corteggiare la Chiesa quanto vuole ma resterà sempre un “tiranno”, nel senso che gli tira sempre e non c’è modo di contenerlo. Nessuno ha il coraggio di dire la verità, qualsiasi verità: ci provò Craxi alla Camera nel suo ultimo discorso, quello sul finanziamento illecito, e pagò per tutti…».

Giovanni detto Tinto Brass ricorda la sua prima (e unica) infatuazione per la politica. Un nome e un luogo: Nenni, Campo Santo Stefano a Venezia. «Intendiamoci, dell’ideologia non mi è mai importato nulla. Ma a sentire Nenni provai un godimento fisico. Perché a me interessa il linguaggio. Dicono che io non abbia nulla da dire. Vero: ma lo so dire bene. Non mi appartengono i furori delle idee, ma la serenità della mia espressione. Non a caso vengo dalla Serenissima, “il sesso femminile d’Europa”, secondo Apollinaire. È vero: quando son lì, vivo in stato di erezione permanente… L’oratore Nenni mi fece lo stesso effetto, anche se mi costò la cacciata da casa da parte di mio padre, fascista sin dalla marcia su Roma. Era un grande penalista, strepitoso rètore: io, avvocato mancato, seguivo le sue arringhe di nascosto, per non dargli la soddisfazione di vedermi incantato…».

Tra la campagna elettorale e i viaggio all’estero in agenda (domani parte per la Colombia, ospite d’onore in un festival: «Ho reso miliardari troppi distributori ed esercenti perché non si ricordino qualche volta di rendermi omaggio»), Giovanni detto Tinto Brass è al lavoro sui prossimi progetti. «Il primo sarà un seguito di Io, Caligola, con l’antica Roma ricostruita in 3D. Più che l’orgia del potere, racconterò stavolta il potere dell’orgia… L’altro sarà un film sul caso Casati Stampa: il marchese che uccide la moglie e il di lei amante. Mi piacerebbe poter girare qualche scena nella villa di Berlusconi ad Arcore, che appartenne proprio ai torbidi marchesi… Mi ha sempre colpito il fatto che il guardiano di quella tenuta fosse lo zio del brigatista Mario Moretti…».

Per Giovanni detto Tinto Brass è venuto il tempo di mettere ordine nei ricordi. Sta prendendo forma la sua autobiografia in forma di intervista a Caterina Varzi, sua nuova «musa ermeneutica»: «Speriamo solo che non mi interpreti troppo…». Si chiamerà Ciak si giri! But I see more. La prima parte del titolo non c’è bisogno di spiegarla, vista l’indole retrospettiva del regista (un suo libricino di qualche anno fa, Elogio del culo, si apriva con l’eloquente trio di tesi-antitesi-sintesi: «Il culo è lo specchio dell’anima. Ognuno è il culo che ha. Mostrami il culo e ti dirò chi sei»). Più celato il senso della frase in inglese: un verso di Ezra Pound dedicata a nonno Italico Brass. «Fu un pittore di successo, capace di mettere assieme una collezione che comprendeva Tintoretto, Magnasco, Veronese. Pound aveva compreso il suo sguardo lungo, che vorrei appartenesse anche a me». Parlando della sua lunga carriera, c’è un film che ricorre più degli altri.

Il primo: Chi lavora è perduto. «Mi ricordo della violenta censura che cercarono di impormi. Figurarsi: un film contro il potere, la Costituzione, che negli anni ’60 all’alba del centrosinistra parlava d’aborto, e a risentire le polemiche contro la Bonino di questi giorni sull’interruzione di gravidanza mi vien da pensare che nulla da noi è cambiato… Al ministero mi dissero di rifarlo daccapo. Io decisi di cambiare solo il titolo iniziale, In capo al mondo. Era un periodo che mi giravano parecchio le balle, talmente tanto che di continuo ripetevo nel mio veneziano “ghe sboro, ghe sboro”. Gian Carlo Fusco, che mi aveva aiutato per i dialoghi, mi sentì e osservò: “Ghe sboro… Sembra il titolo di un film giapponese. Bello, chiamalo così…”».

Alberto Alfredo Tristano

Il Riformista

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