E’ già “made in Cindia” la locomotiva del mondo

di Federico Rampini

Un decennio è “un tempo infinito” per fare previsioni, dice l’economista Kenneth Rogoff rispondendo al sondaggio organizzato da Repubblica tra gli esperti riuniti al World Economic Forum. Non sembrano dello stesso parere i dirigenti di Pechino e New Delhi. Per i ritmi di aumento degli investimenti nella ricerca scientifica, la Cina e l’India hanno superato di slancio gli Stati Uniti.

Intanto Barack Obama, alle prese con una destra populista che cavalca la rivolta anti-tasse e anti-Stato, è costretto a tagliare i fondi all’istruzione. La California, un tempo la punta avanzata dell’innovazione, riduce le borse di studio e l’offerta di corsi universitari. Se è vero che “il decennio si prepara adesso”, come ci ha detto il commissario europeo Joaquin Almunia, l’Occidente è partito sul piede sbagliato. E’ indicativo il fatto che quest’anno a Davos i “malati” sotto osservazione sono Spagna, Grecia, Lettonia: tutti paesi dell’Unione europea, due dei quali sono membri anche dell’Eurozona. Lontani sembrano i tempi in cui la bancarotta di uno Stato sovrano poteva minacciare solo paesi emergenti, era un virus endemico in America latina o nel sudest asiatico.

Questo decennio si apre all’insegna di una crisi fiscale spaventosa che attanaglia gli Stati Uniti, l’Unione europea, il Giappone. L’Occidente è condannato a impiegare i prossimi anni a smaltire debiti pubblici colossali, accumulati per la verità solo in parte a causa della recessione del 2008-2009. A Oriente invece si trovano oggi i giacimenti di risparmio, disponibili per finanziare gli investimenti produttivi e l’accesso alla conoscenza.

Se siamo arrivati in queste condizioni, così sfavorevoli per noi, la ragione non va cercata solo nella sfera dell’economia. Il declino dei paesi di antica industrializzazione chiama in causa i sistemi politici. Il Welfare State europeo, che poteva diventare un modello d’esportazione per curare le tensioni sociali nei paesi emergenti, ha perso credibilità perché si è rivelato incapace di dedicare risorse alle giovani generazioni. In quanto agli Stati Uniti, un autorevole esponente del partito democratico, Barney Frank (presidente della commissione Finanze alla Camera) ha descritto lucidamente a Davos i risultati della lunga egemonia culturale della destra: “Prima hanno rovinato lo Stato depauperandolo di risorse. Ora dicono che non si possono alzare le tasse perché i soldi dei cittadini andrebbero agli stessi burocrati inefficienti che furono responsabili del disastro-Katrina, o che furono incapaci di regolare i derivati e la finanza tossica”. Decenni di abbandono degli investimenti pubblici hanno portato alla decadenza tutte le infrastrutture vitali dell’America, proprio mentre la Cina spingeva l’acceleratore sulla loro modernizzazione. Nel cuore della liberaldemocrazia americana si sono incrostate oligarchie potenti. I veti della lobby assicurativa contro la riforma sanitaria; la guerra di trincea che Wall Street si ostina a combattere contro le nuove regole sulle banche; la sentenza della Corte suprema che toglie ogni limite alle campagne politiche finanziate dal Big Business. Tutto ciò mette a repentaglio quella vitalità del sistema democratico che avrebbe dovuto dare all’Occidente una flessibilità superiore rispetto al grande rivale che è il modello autoritario cinese. Se un regime illiberale dovesse rivelarsi più adatto dei nostri a investire sul futuro, imprimerebbe un segno terribilmente regressivo agli anni Dieci del terzo millennio.

Una globalizzazione governata dal G2 America-Cina si preannuncia gravida di tensioni: alla vigilia di Davos la sfida sulla “sovranità nel cyber-spazio” messa a nudo dal caso Google è un segnale premonitore. La relazione privilegiata sino-americana oscillerà costantemente fra l’inevitabilità di compromessi sugli interessi e l’incompatibilità sui valori.

Lo scenario del prossimo decennio deve includere altre variabili. La demografia darà una marcia in più all’India: tra natalità e progresso economico, il ceto medio della più grande democrazia mondiale sarà decuplicato entro il 2030. Ma anche gli Stati Uniti su questo fronte sono favoriti: con un tasso di fertilità superiore del 50% a Russia Germania e Giappone, e grazie all’immigrazione, ci saranno ben 100 milioni di americani in più nel 2050. La concentrazione delle popolazioni più vaste in Asia esigerà da quelle potenze soluzioni innovative al problema delle risorse alimentari e della scarsità di acqua: una catastrofe ambientale potrebbe far deragliare le loro traiettorie di successo. Un fattore determinante del progresso sociale nei paesi emergenti sarà l’accesso delle donne all’istruzione. La qualità della governance risulterà decisiva sotto ogni latitudine. Insieme con il miglioramento nel tenore di vita e nelle conoscenze, diventerà più visibile e sempre meno tollerabile la tassa occulta della corruzione.

Se questo Davos 2010 è attendibile nei suoi segnali premonitori, a fine decennio per tenere un summit circondato da altrettanta attenzione bisognerà farlo a Shanghai.

La Repubblica

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