Ferrara: D’Alema e la figuraccia a testa alta

Massimo D’Alema è uno che le batoste se le merita. Nel senso in cui si augura a un avversario di meritarsi, lui e le sue idee, un fracco di metaforiche legnate. Ma anche nel senso moralistico cinque, secentesco: merita talvolta, sempre più spesso, l’onore di una sconfitta, il classico blasone dell’anima bennata. Ho sempre rilevato la natura sicaria di certi suoi comportamenti, ma con l’età e l’esperienza viene fuori un’altra dimensione dell’ex presidente del Consiglio, più da hidalgo, meno convenzionalmente opportunistica e machiavellica. Non lo vedo ancora come un eroe della Mancia, come un sublime evocatore di gesta cavalleresche, come un grande innamorato della bellezza e di Dio, ma il suo modo di perdere mi pare sempre meno banale.

D’Alema poteva tirarsi fuori con un po’ di formalistica prudenza dal casino pugliese, dove il vento populista e personalista gonfiava le vele di Nichi Vendola, tribuno lirico di un comunismo da parrocchia di borgata, e deprimeva qualunque ambizione d’apparato o, come si dice adesso, oligarchica. Invece ha voluto coltivare, a costo di perdere di brutto, la sua immagine grigia e perfino tetra di uomo di partito, riottoso alle sfide retoriche della società civile, rigido nel rivendicare un punto-nave fisso anche contro correnti e maree trascinanti; così si è messo in mezzo alla tempesta, ha perso la barca a Gallipoli, è andato alla deriva, ha rimediato una figuraccia, si è infranto sugli scogli, ed è stato ripescato da un accordo gentiluomo con Silvio Berlusconi (contro il parere di metà della sua corte) per la presidenza del Copasir, il Comitato sui servizi segreti, garanzia di sconfitte future nella società di sinistra, che non ama gli inguacchi con il nemico, detesta i servizi segreti, il ruolo dei partiti e dei loro leader, oligarchi per definizione.

Ora Umberto Eco si scatena con quel suo spirito da goliardo cattolico, spirito di patata in ore scapestrato, e dice che D’Alema sbaglia da quarant’anni, cioè da quando Eco cominciò a offrire alla sinistra comunista il suo consenso di intellettuale avanguardista engagé; d’altra parte, come diceva Carl von Clausewitz, chi sa fare fa (e disfa), chi non sa fare insegna.
La verità è che questo odiosissimo carattere italiano, pieno di fumo e di vanità, capace di grandi imbrogli ideologici e pratici, è anche un ammirevole legno diritto, e ce n’è pochi, nel comportamento politico-militare che si deve tenere sulla scena pubblica. Disciplinato, costante, tranquillo nel lasciarsi coinvolgere dalla battaglia, nel praticare lealtà e altre virtù ormai sconosciute, senza esigere fedeltà canine, e adesso anche affermando sconsideratamente e sinceramente che «non ci ho capito nulla di quel che succedeva in Puglia».

Quando lo stanammo nella sua remota ma affiorante ambizione di fare il presidente della Repubblica (era il 2006 e gli avevano negato la presidenza della Camera pur essendo lui il tessitore dell’alleanza salita al governo), segnalò senza pensarci troppo a Berlusconi il suo programma di una presidenza delle riforme e del riequilibrio dei rapporti tra politica e giustizia, si prese l’inimicizia eterna della sinistra estrema e dei mozzorecchi giustizialisti, si espose a manovre di isolamento e di emarginazione del suo rivale Walter Veltroni. Insomma ci mise la faccia e ci provò in prima persona.
Perse anche allora, e riperse con la sua successiva passata al ministero degli Esteri, effimera e vantona e proamericana ma come sempre ispida verso Israele. Però ci sono quelli che perdono e si perdono, e invece quelli come lui che più perdono e più sono D’Alema.

Giuliano Ferrara

Panorama

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