Sofia confidential

La Bulgaria, ormai in Europa, sembra non riuscire a vincere la criminalità

Pare che dal 2007, anno fatidico che ha visto l’ingresso della Bulgaria nell’Unione Europea, a Sofia sia caduto in disuso il costume poco lusinghiero di infilare una banconota da dieci leva (la moneta bulgara) tra le pagine dei documenti, quando si viene fermati dalla polizia per un controllo.

Non altrettanto si può dire del malcostume più grande e insidioso per il quale lo stato balcanico giunge spesso alle cronache del pubblico internazionale: la corruzione. La piaga della Bulgaria post-comunista, la parola evidenziata in tutti i dossier che passano da Bruxelles, e che sembra che proprio in questi giorni la Ue abbia voluto far pagare a Sofia, con la bocciatura di Rumiana Jeleva per il ruolo di commissario alla Cooperazione e Aiuti umanitari. Una bocciatura motivata, nei rapporti ufficiali, dalla scarsa preparazione della candidata bulgara alla posizione che avrebbe dovuto ricoprire, ma che porta di nuovo sotto ai riflettori le difficoltà – più volte sottolineate dai burocrati di Bruxelles – di Sofia a stare al passo con gli impegni presi in sede europea.
I problemi del Paese connessi a corruzione e criminalità organizzata, in effetti, sembrano tutt’altro che risolti. Lo testimonia la sparatoria di inizio anno in cui è stato ucciso il giornalista Bobi Tsankov, il “cronista della mafia”, noto per i suoi reportage sulla vita avventurosa dei vertici di quei clan con i quali, forse, era entrato troppo in confidenza.

E’ solo l’ultimo dei 150 omicidi avvenuti (e rimasti irrisolti) a partire dagli anni Novanta, spia di un disordine profondo nato dal dissesto post-1989, che ha visto Sofia a lungo in balia di gangster di alto livello, un misto di bodyguard, fuoriusciti dei servizi segreti e nomenklatura. Gente senza scrupoli, che negli anni Novanta è stata protagonista di una vera e propria guerriglia urbana, che ha lasciato sul campo numerose giovani vite, in una lunga e dolorosa lotta per il territorio. Oggi i Suv dalle targhe cifrate si aggirano ancora per alcuni quartieri a presidiare e controllare, segno di un mondo che esce allo scoperto solo in occasione delle sparatorie in pieno centro città, dove i personaggi scomodi vengono eliminati senza complimenti.
Uno dei paradossi della Bulgaria di oggi è che il popolare primo ministro, Boyko Borissov, ex sindaco della capitale, è espressione – innanzitutto fisica – di quel mondo underground che ancora mina la serenità e la stabilità del paese. Ex vigile del fuoco, ex guardia del corpo dell’ultimo gerarca comunista, Todor Zhivkov, Borissov, che non manca certo del physique du role: ha saputo parlare alla pancia dei bulgari e ora gode di una popolarità invidiata perfino dal premier italiano Silvio Berlusconi, che glielo ha fatto notare con una battuta durante l’ultima missione italiana in Bulgaria.

Borissov è amato per il linguaggio diretto da ragazzo di strada, ed è circondato da un’aura da salvatore della patria, una figura essenziale nell’immaginario collettivo bulgaro, come furono a loro tempo il re, o l’esercito russo. “Superman”, è il soprannome che si è già guadagnato, si è imposto con il mandato preciso di risollevare da solo il paese dalla piaga della corruzione. L’acronimo del suo partito, Gerb, significa Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria, ma come sostantivo in bulgaro significa “blasone”. Borissov ha già licenziato un deputato truffaldino e ha sostenuto le autorità nella denuncia delle irregolarità di utilizzo di fondi pubblici da parte di alcune società municipali. E, dove ci sono guai, è sempre presente.
Insomma, il mandato di Borissov è quello di far emergere ancora di più l’altra faccia della Bulgaria quella di un Paese che si sviluppava, prima della crisi, a tassi del 6 percento annui, ma che ora è slittato al 75esimo posto per la libertà economica nell’indice World Economic Freedom. Un Paese in fermento, dove ogni giorno c’è spazio per la nascita di una nuova attività, nascono complessi di uffici ultramoderni accanto ai casermoni in puro stile sovietico, ospiti di oscuri segreti e nascondigli dei quaderni di chi era incaricato di spiare i condomini per riempire i famigerati file della polizia segreta.

Ossessioni, paure e memorie di quegli anni sono duri a morire nel costume e nell’immaginario popolare, e si traducono in un rapporto di amore-odio con il “grande fratello” russo. Dai frigoriferi domestici alle pericolanti centrali nucleari di Belene e Kozloduy, passando per l’apertura dei temuti archivi marchiati “Strogo Sekretno” la Russia è ancora una presenza ingombrante. Un recente articolo su le Figaro mette in luce il pensiero dei diplomatici occidentali di passaggio a Sofia: il “modello russo” è ancora imperante nel commercio, nelle pratiche, usi e costumi dei bulgari, spesso con un effetto frenante nel cammino verso Bruxelles. Passeggiando per Vitosha boulevard, la via dello shopping, sembrano preistoria i tempi in cui i jeans erano merce proibita e i marchi occidentali solo un desiderio distante. Come qualsiasi via dello shopping del mondo, Vitosha, che prende il nome dal monte che sovrasta la città, è punteggiata dei negozi che si trovano in qualsiasi altro grande centro europeo. Peccato che la metà dei bulgari viva ben al di sotto della soglia della povertà, mentre l’élite se la spassa scimmiottando il lusso degli oligarchi russi. Lo stipendio medio bulgaro, che si aggira attorno ai 250-300 euro al mese, crea una pericolosa distonia con i sogni esposti nelle vetrine, accanto ai banchetti di strada che vendono ancora le sigarette sfuse. D’altronde, racconta chi c’era, al crollo dell’impero ci si trovava davanti ad un bivio: tentare la fortuna in maniera rischiosa e ai margini della legalità, oppure percorrere la retta via della faticosa onestà, condannati ad una povertà senza scampo.
Qualcosa però sta cambiando: il futuro della Bulgaria non potrà che giocarsi nella Ue, non solo entità punitiva, minaccia di rialzo dei prezzi e imposizione di regole comuni. L’Unione Europea è anche una speranza, soprattutto per le giovani generazioni, che hanno davanti un modello di vita diverso, a cui possono ispirarsi per contribuire allo sviluppo di quella società civile senza la quale qualsiasi progresso è negato.

Francesca Micheletti

Peacereporter

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Una Risposta to “Sofia confidential”

  1. Marco B Says:

    Articolo ben fatto nella prima parte, ma nella seconda proprio non ci siamo. Il bulgaro, proprio dopo la caduta del muro di Berlino, si è distaccato dall’essere apparentemente satellite culturale dell’Unione Sovietica, Paese che era odiato, ma si è finalmente immerso in quei comportamenti occidentaliggianti, così tipici dal mediterraneo al nord Europa, guardando con occhio particolare all’Italia, specie per quanto riguarda la Mafia, che in Bulgaria, la Mafia italiana è vista ancora come l’apice e la vetta di un comportamento sociale, ben radicato nel territorio italiano, dove la Bulgaria, nel suo piccolo, fa quello che può per essere all’altezza della sorella maggiore.
    Comunque i Bulgari disillusi dall’Europa, maledicono l’ingresso del Paese nell’Unione, maledizioni che partono anche dai grandi capi d’industria, che si stano rendendo conto che Bruxelles sta facendo il possibile per chiudere tutte quelle industrie, le poche rimaste, che potrebbero, visto i costi più bassi, essere una spina nel fianco dei colossi occidentali. Uno fra tutti quello della raffinazione dello zucchero.
    Insomma, se oggi la Bulgaria è anche quella che è, è perché il biglietto d’ingresso nell’Unione Europea, come è stato pagato dalle fasce più deboli della popolazione italiana, che complice la crisi economica, sta mettendo in crisi migliaia di famiglie, e centinaia di attività imprenditoriali, che ogni settimana chiudono i battenti…

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