I liberisti che boicottano la Fiat

Dazi? Protezionismo? Embargo contro la Cina? Macché, i ragazzi della Giovane Italia, l’organizzazione dei Pdl junior, hanno invitato a boicottare la Fiat e i prodotti «riconducibili alla casa torinese». Con manifestazioni e bandiere al vento. In 30 città.
Non stropicciatevi gli occhi, è proprio così: i futuri ministri liberal-liberisti vogliono punire i consumatori limitando la scelta delle automobili e i risparmiatori che hanno in portafoglio titoli del gruppo torinese. Accentuando la causa della loro stessa protesta: i licenziamenti dovuti alla chiusura, tra due anni, dello stabilimento di Termini Imerese. Meno auto Fiat vendute, più licenziamenti.
È l’onda anomala della crisi: i giovani critici del mercato, inforcando occhiali da miope, hanno avuto la prova che le libere imprese creano instabilità. Per questo la politica deve riprendersi il suo spazio. Ma siamo sicuri che a mercati imperfetti si contrappongano governi perfetti? Silvio Berlusconi diceva di avere la foto di Gianni Agnelli sul comodino. Ma questi ragazzi cos’hanno sui loro comodini? La foto del subcomandante Marcos?

In queste settimane stiamo assistendo a un braccio di ferro tra Fiat e la politica sul futuro dello stabilimento di Termini Imerese. Si alternano momenti di tensione ad altri di dialogo ma, in poche parole, mentre il governo vuole tenere aperta lo fabbrica per motivi occupazionali, l’azienda è intenzionata a chiuderla in quanto poco produttiva. In questo contesto si sono fatti avanti i ragazzi della Giovane Italia, organizzazione giovanile del Pdl, i quali hanno organizzato manifestazioni in 30 città incitando all’embargo popolare «allargato anche ai prodotti riconducibili al gruppo Fiat nel campo dell’editoria, banche e finanza» per protestare contro il suo comportamento «anti-nazionale», con l’invito a dismettere «titoli azionari o partecipazioni a fondi che possano identificarsi con la Fiat, ritirare i risparmi e chiudere i rapporti con gli istituti bancari che hanno Fiat fra gli azionisti». Saggi e prudenti, non hanno ingiunto a emittenti televisive e riviste di smettere di fare pubblicità alle automobili, altrimenti avrebbero ricevuto una giustificatissima lavata di capo da Arcore.
L’insulsaggine dell’iniziativa è evidente: boicottando i prodotti della casa torinese si infliggerebbe un danno ai consumatori che preferiscono la 500 alla Yaris, allocando in modo inefficiente le loro risorse; si svantaggerebbero i milioni di risparmiatori che direttamente o tramite fondi hanno in portafoglio azioni Fiat e, ciliegina sulla torta, peggiorando il conto economico si renderebbero inevitabili ulteriori licenziamenti, certo non il loro blocco. Buone notizie per i produttori di auto cinesi contro la cui invasione tanto tuonò l’attuale ministro dell’Economia.
Ora, la vicenda non meriterebbe tanto spazio ma ci rammenta cosa succede a riporre fiducia nella politica come cura dei fallimenti del mercato o della globalizzazione, citando il beneamato Nicolas Bruni-Sarkozy.
I critici dell’economia di mercato aperta e concorrenziale hanno visto infatti nella crisi economico-finanziaria del 2008-2009 la prova che le imprese lasciate libere a se stesse creano instabilità, ineguaglianza e shock e quindi la politica deve riprendersi il suo spazio. Il ragionamento fallace si basa sull’assunto che a dei mercati imperfetti si contrappongano dei governi perfetti. Infatti, se si ammettesse che i ministri e i burocrati sono altrettanto ciechi dei manager, perché farli intromettere nelle decisioni del mercato? Peccato che, senza tornare ai disastri del socialismo reale, l’evidenza anche recente ci dimostri ogni giorno che la pubblica autorità può creare danni sistemici superiori a quelli di qualsiasi operatore economico. I governi greci hanno dimostrato buon senso? La Fed è stata impeccabile? L’amministrazione Obama e i suoi salvataggi e deficit sono nel giusto? Gli aiuti di stato generosamente elargiti a molte grandi imprese (compresa la Fiat, certo) hanno raggiunto risultati efficienti? E domani quando i ragazzi della Giovane Italia diventeranno ministri?
È logico che sia così: i governi guardano al breve termine, favoriscono alcuni interessi elettorali e lobbistici a discapito di altri, non hanno le informazioni necessarie per prendere decisioni sensate (il velo di ignoranza avvolge anche loro). I politici e le burocrazie, poi, pensano in primis, nell’ordine, a sopravvivere, essere rieletti e accrescere il proprio potere, a volte con mezzi illeciti come la corruzione.
Perché dovremmo fiduciosamente consegnarci nelle loro mani? Non è necessario che i mercati siano perfetti per funzionare meglio dello stato.

Alessandro De Nicola

Il Sole 24 Ore

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