Il Salafismo: un discorso di rottura con la società

Sulla scia della polemica sul velo integrale in Francia, Samir Amghar, sociologo specializzato sul salafismo, spiega le origini e l’espansione di questa corrente radicale dell’Islam rispondendo ad alcune domande di Boris Thiolay, giornalista de “L’express.fr”

La polemica sul velo integrale mette in luce il ruolo giocato dai salafiti. Da dove viene questo movimento?

Il salafismo si presenta come “l’autentico Islam”, quello delle origini. Il termine salaf designa i “devoti antenati”, i compagni del profeta Maometto. I suoi seguaci rifiutano qualsiasi interpretazione moderna del Corano e degli hadith – i racconti dei fatti e delle gesta del Profeta – del quale essi imitano il comportamento alla lettera. La dottrina salafita si inscrive nella linea di discendenza dei teologi più rigoristi dell’Islam wahhabita (il wahhabismo è la corrente islamica scaturita dalla “riforma” religiosa realizzata da Muhammad ibn Abd al-Wahhāb (1703–1792) (N.d.T.) ), che è il dogma ufficiale dell’Arabia saudita.

Il salafismo è un movimento strutturato, unitario?
No, è una corrente plurale nella quale coesistono tre correnti antagoniste. Il salafismo “jihadista”, che come Al-Qaeda, raccomanda la violenza contro coloro che essi considerano come dei miscredenti. Il salafismo “politico”, che vuole islamizzare la società. Infine, il salafismo “della predicazione” – quello che si esprime in Francia – il quale si consacra all’insegnamento religioso, raccomandando di tenersi a distanza dalla società occidentale.

Quand’è che il salafismo è comparso in Francia?

Negli anni ’90 attraverso la combinazione di due processi. Certi militanti del Fronte Islamico di Salvezza (FIS, partito islamico algerino che vinse le elezioni amministrative del 1990 e si aggiudicò il primo turno delle politiche del 1991, ma fu immediatamente sciolto e messo al bando (N.d.T.) ), considerati indesiderabili in Algeria, si sono rifugiati in Francia e vi hanno trovato una valida tribuna per le loro idee. Da allora, alcuni musulmani francesi, che erano partiti per studiare nelle università islamiche saudite, sono ritornati per diffondere queste tesi.

Chi sono i loro seguaci?

I salafiti fanno proseliti soprattutto tra i giovani dei quartieri popolari. Immigrati o francesi di nascita poi convertiti, queste persone sono spesso escluse economicamente e declassate socialmente. Ciò che le attrae è il discorso di rottura con una società che riflette di loro un’immagine di perdenti. Portare il qamis (una tunica che arriva al di sopra del polpaccio) o il velo integrale può d’altronde essere una maniera spettacolare di esprimere il proprio rifiuto dell’autorità tradizionale, soprattutto quella della famiglia. Il salafismo si impernia su un’inversione di valori: gli “esclusi” ritrovano una dignità e acquistano una certa forma di visibilità. Pensano di diventare degli esempi. Questo movimento ha un aspetto settario. I salafiti sono dei “rinati” dell’Islam: essi rievocano una “rinascita” in contrasto con la loro vecchia vita dissoluta.

Quali sono i principali focolai del salafismo nel mondo?

Prima di tutto, l’Arabia Saudita, gli Emirati del Golfo e lo Yemen. Il salafismo di predicazione si è sviluppato anche in Algeria. Per ostacolare l’influenza dei gruppi jihadisti, lo Stato ha trasformato degli imam salafiti in funzionari, i quali divulgano un discorso legalista nei confronti del potere. L’Egitto tenta ugualmente di reprimere questa corrente molto attiva. Sui 5.000 francesi espatriati in questo paese, 500 sono salafiti.

Boris Thiolay

Medarabnews

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