Tra “Pigs” e Paesi Baltici, l’Europa teme l’effetto domino

di Federico Rampini

“TOO big to fail”, troppo grande per essere lasciato fallire. È il pericolo che ha piegato i governi di tutto l’Occidente nel 2008 di fronte al collasso dei giganti bancari. Impossibile subìre il crac delle maggiori banche americane, inglesi, svizzere o belghe: gli Stati sono dovuti intervenire, dissanguando le loro finanze.
“Too big to fail”, oggi l’incubo si ripresenta sotto un’altra forma, non meno drammatica. Che fare se è un intero Stato come la Grecia a rischiare la bancarotta, quali le conseguenze per l’Eurozona? Possiamo permetterci di assistere senza intervenire? E se il crollo greco fosse il primo di un effetto-domino, destinato a travolgere altri paesi? Partendo dalla “periferia”: perché lì si trovano paesi che già prima della crisi avevano finanze pubbliche più dissestate, Stati meno efficienti, sistemi industriali meno competitivi.

Questa nuova emergenza si è imposta ai leader europei mentre affluivano al World Economic Forum. All’inizio della settimana il premier greco Georgios Papandreou ha dovuto rivolgersi in affanno ai mercati internazionali per finanziare il suo debito pubblico. In apparenza ha guadagnato tempo, collocando titoli del Tesoro per 5 miliardi di euro. A un costo altissimo: un interesse del 6,25% che andrà a cumularsi ai debiti greci. E la tregua è stata illusoria. Gli stessi investitori internazionali che avevano presentato domande cinque volte superiori all’offerta di Bot greci, 24 ore dopo fuggivano disordinatamente. Vendite in massa di titoli di Atene hanno fatto schizzare i tassi ancora più su, fino a 3,7 punti sopra i Buoni del Tesoro tedeschi: una forbice-record mai raggiunta da quando la Grecia entrò nell’euro. Un segnale tremendo in vista dei prossimi appuntamenti coi mercati. Quest’anno Papandreou deve riuscire a raccogliere altri 54 miliardi, la metà entro aprile. E se non ce la facesse?

Il senso di panico è accresciuto da un giallo, la voce poi smentita secondo cui la Cina avrebbe rifiutato un salvagente finanziario ad Atene. “Voci interessate  –  ha denunciato Papandreou a Davos  –  manovre speculative orchestrate da interessi potenti. Colpiscono noi ma hanno in mente bersagli più grossi”. Dopo la Grecia il Portogallo, poi la Spagna, infine l’Italia? Le accuse di Papandreou, formato alla London School of Economics, hanno colpito la platea dei Vip a Davos. Coincidono con altre coincidenze inquietanti: la volatilità del mercato mondiale dei bond (obbligazioni e titoli di Stato) assomiglia pericolosamente all’estate del 2007, quando si avvertirono i primi segnali premonitori della grande crisi. Sono circolate voci su un’ipotesi “californiana” per tamponare la bancarotta greca: emettere cambiali (come gli I. O. U. con cui Arnold Schwarzenegger paga i suoi fornitori), ma in dracme anziché in euro, un passo che potrebbe segnare il primo percorso di fuoruscita dall’euro per un paese membro.

Fantapolitica alimentata da chi sta prendendo posizioni speculative? La confusione del momento ha ricordato a molti il precedente del 1992, quando George Soros fece crollare la lira italiana e la sterlina, costrette a uscire dallo Sme. Al World Economic Forum è andata in scena una sconcertante cacofonìa delle autorità europee. Di fronte all’emergenza greca si sono levate voci che garantivano un intervento solidale dell’Unione. “Non è solo una questione nazionale, questa è una preoccupazione europea”, ha detto il presidente della Commissione José Manuel Barroso. “Il club dell’euro è forte, ha legami di reciproco sostegno”, gli ha fatto eco il premier spagnolo José Luis Zapatero che ha la presidenza di turno dell’Unione, ma è anche il “secondo o il terzo della lista” nel mirino della speculazione. Il premio Nobel dell’Economia Joseph Stiglitz ha incoraggiato Bruxelles a “sospendere le regole che vietano i salvataggi delle nazioni, perché ora si tratta di stabilizzare l’Europa stessa”. Poi dal più autorevole rappresentante della Germania a Davos è arrivato uno stop brutale: “I greci risolvano i loro problemi  –  ha detto il ministro dell’Economia Rainer Bruederle  –  non sta certo al contribuente tedesco o francese farsene carico”. E’ un atto di egoismo, ma le motivazioni politiche sono comprensibili. I leader tedeschi osservano quel che accade in America: un’ondata populista contro Barack Obama, accusato di avere dissanguato le finanze pubbliche per aiutare Wall Street e l’industria dell’auto. La stessa ondata potrebbe nascere a Berlino e Parigi, se in una congiuntura sociale già difficile i contribuenti tedeschi e francesi fossero costretti a pagare per il crac greco, poi quello portoghese o spagnolo o lituano. Il populismo si rivolterebbe contro l’idea stessa dell’Europa. La linea della Germania ora sembra vincente.

La Commissione europea starebbe per mandare un ultimatum ad Atene con richieste pesanti: tagli secchi agli stipendi pubblici, tetti alle pensioni. Una terapia-choc ancora più severa di quella già varata da Papandreou, che ha annunciato una cura dimagrante nell’amministrazione pubblica e il congelamento delle retribuzioni. La Suddeutsche Zeitung anticipa un memorandum di Bruxelles dove si evocano “rischi a lungo termine di rialzi nei tassi dei Bot in Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia”. E’ d’accordo il direttore del Fondo monetario internazionale, Olivier Blanchard: “Altri rischiano la fine della Grecia se non adottano tagli ai deficit pubblici”.

La corsa per evitare il contagio è scattata. La Spagna prepara 50 miliardi di tagli alle spese. Il Portogallo ha annunciato una manovra per ridurre il deficit pubblico al 9% del Pil. L’Irlanda presenta un piano con riduzioni degli stipendi statali e risparmi di spesa del 6%, il rigore più severo da una generazione. Il fianco orientale dell’Unione si adegua. La Repubblica cèca vara tagli per passare dal 9% di deficit/Pil al 3% entro il 2014, la Bulgaria riduce del 15% le spese statali, la Romania ha un bilancio di austerità che pesa due punti percentuali di Pil. Perfino uno dei paesi più solidi, la Francia, corre ai ripari. Il primo ministro François Fillon ieri si è detto “determinato a prendere misure senza precedenti, per riportare il disavanzo sotto il 3% entro il 2013”. Il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, disegna uno scenario cupo: “Il risanamento delle finanze pubbliche ci affliggerà per i prossimi 5, 6 o 7 anni, a seconda dei paesi”.

Anche negli Stati Uniti, che pure sono una unione federale da oltre due secoli, la solidarietà ha dei limiti. Washington non interviene a salvare la California dal crac. Ma l’America ha altri ammortizzatori: il bilancio federale paga almeno le pensioni e la sanità; gli americani emigrano facilmente dagli Stati in crisi verso quelli più dinamici; e sono disposti a sacrifici per noi inauditi, come il taglio del 10% degli stipendi agli insegnanti californiani. Per il Vecchio continente l’effetto-domino innescato dalla Grecia può segnare l’inizio di una lunga e dolorosa ritirata dello Stato sociale, la rimessa in questione di tutto quello che è stato definito il “modello europeo”.

La Repubblica

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