Archive for gennaio 2010

Dall’archivio storico de l’Unità i racconti di Giorgio Caproni

gennaio 22, 2010

LA LIGURIA NON CEDE

Rina era andata come ogni giorno sul costone, di lì potendo vedere a suo agio le case di Loco. Le identifica una per una, come il pastore identifica le pecore, e nel sole infinito che batteva su di esse fermava a lungo lo sguardo su quelle pietre cariate – sul suo paese tagliato dalla rotabile a fondo valle con tutte le case vecchie ad eccezione della sua e di poche altre, candide pei muri di calce al sole. Dava la mano ai suoi bambini che invece non guardavano nulla e che ogni volta ripetevano la stessa cosa («Perché non torniamo là, a casa nostra»), e ciò che le faceva ora opachi gli occhi non era nè esaltazione nè abbattimento: era un pensiero denso e caldo come un vento sabbioso nella sua testa – un sangue caldo che le saliva buio agli occhi con una solennità di cui lei stessa, ora, si sgomentava. Senonché era tornata subito quieta – aveva accettato con quiete quella nuova forza insorgente in lei, quasi si fosse scoperta un’altra volta incinta. E non rispondendo nulla alla domanda dei bambini, li aveva riportati piena di quell’illimitata quiete sopra la stalla a Casanova dove s’era esiliata.

«Una casa nient’affatto nuova», protestava il figlio più piccolo. Certamente una casa, pensava invece lei, non foss’altro libera – una casa dove non erano entrati «gli altri» e dove lei si sentiva, sulle tavole sopra la stalla, libera nel suo volontario esilio. E guardando le tavole con le fessure larghe un dito da cui passava il tanfo acre delle bestie, ai suoi bambini ch’erano tanto delicati su quelle tavole avrebbe voluto spiegare ciò che nemmeno lei sapeva spiegarsi – avrebbe voluto almeno immettere in loro un poco di quell’immenso flusso caldo che si sentiva in lei e che a lei da sola pareva di non poter contenere più. Senonché s’era limitata a dire questo ai suoi bambini, i quali forse nemmeno pensavano più alla loro domanda: «Torneremo a Loco quando i partigiani avranno scacciato i fascisti. Ora ci sono loro ed è come se la nostra casa non ci appartenesse più». (more…)

Guido Rossa, l’operaio che volle dire no

gennaio 22, 2010

Maria R. Calderoni
Lui non era un «povero operaio», come disse una volta Luciano Lama. Non era un povero operaio. Era un operaio comunista, e questo fa la differenza. Lui era piuttosto un «uomo ricco», come lo definì Bruno Trentin. Guido Rossa, ucciso dalle Br la mattina del 24 gennaio 1979, poco dopo le sei, un orario da operaio. Freddato dentro la sua 850 appena parcheggiata, sei colpi sparati a distanza ravvicinata, 15-20 centimetri circa, con una Beretta 81 calibro 7,65, munita di silenziatore. Cinque colpi lo hanno raggiunto alle gambe, il sesto al cuore, quello tirato da Riccardo Dura, nome di battaglia Roberto. (more…)

Cannabis terapeutica parliamone

gennaio 22, 2010

di Luigi Manconi

Fabrizio Pellegrini, 41 anni, residente a Chieti, pianista, militante dell’associazione Luca Coscioni, è affetto da fibromialgia. Una patologia che comporta una infiammazione delle articolazioni provocando rigidità degli arti, difficoltà di movimento e gravi sofferenze. Ma a Pellegrini è toccato subire numerosi procedimenti giudiziari, alcuni arresti, qualche mese di carcere, tre condanne in primo grado, per «coltivazione a fini di spaccio» di canapa sativa. In un’intervista a Susanna Turco, pubblicata dall’Unità (7 gennaio 2010), racconta come la sua determinazione nel coltivare la “pianta proibita” sia dovuta al fatto che «se non assumo cannabis sto fermo tutto il giorno, sul tappeto o su una poltrona. In carcere facevo ore di yoga: un po’ aiuta, a ossigenare le parti più remote del corpo, in mancanza di meglio. Il processo degenerativo è inarrestabile, lo so, ma con la terapia rallenta, si riesce a tamponarlo: e senza terapia non si può stare perché si va incontro alla morte, spiace dirlo». (more…)

La privatizzazione della guerra

gennaio 22, 2010

Tramontati i vecchi mercenari individualisti e avventurieri, dalla fine della guerra fredda, sono sorte numerose ditte, a volte quotate in Borsa, che offrono i più disparati servizi, tecnologie o conoscenze in campo militare. Ce ne sono centinaia sparse fra Stati Uniti, Europa e Sud Africa.

“Frankly, I’d like to see the government get out of war altogether and leave the whole feud to private industry.”
Major Milo Minderbinder, Catch 22.

Silenziosa , lontana dai riflettori dei media , poco studiata da esperti e analisti militari, una grande trasformazione sta modificando il volto degli eserciti e delle forze armate di diversi paesi occidentali. Con una frase potremmo definirla “ la privatizzazione della guerra”, proprio come desiderava il maggiore Minderbinder, l’irresistibile personaggio del romanzo di Joseph Heller. Tramontati ormai i vecchi mercenari individualisti e avventurieri, la scena è stata conquistata da altri protagonisti. Da 20 anni, dalla fine della guerra fredda, sono sorte numerose ditte, a volte quotate in Borsa, che offrono i più disparati servizi, tecnologie o conoscenze in campo militare. Sono le Imprese Militari Private. Ce ne sono centinaia sparse fra Stati Uniti , Europa, paesi dell’Est e Sud Africa con un giro d’affari di decine di miliardi di dollari. Sul mercato globale , grazie a queste imprese si può comprare di tutto non solo trasporti, logistica, infrastrutture, manutenzione di armamenti complessi, operazioni di sminamento, ma anche intelligence, pianificazioni strategiche, squadre di commando, addestramento di reparti militari, mini-eserciti e forze aeree con tanto di piloti “combat ready”.

Non si tratta solo di possibilità astratte. In Sierra Leone nel 1995 il governo di Free Town ormai quasi sopraffatto dai ribelli del Ruf stipulò con la famigerata ditta Executive Outcome un contratto con il quale “appaltava” la propria difesa alla temibile Impresa Militare Privata Sud africana. In pochi mesi i ribelli vennero sbaragliati dal piccolo ma efficiente esercito privato e il distretto diamantifero di Kono riconquistato. Probabilmente una concessione per lo sfruttamento di quel giacimento faceva parte del contratto fra E.O. e il governo di Free Town. (more…)

Ebreo e cardinale

gennaio 22, 2010

Jean-Marie Lustiger e il «caso serio» della Francia

Pubblichiamo la parte finale del discorso pronunciato il 21 gennaio dal filosofo francese durante la cerimonia d’ingresso all’Académie française, dedicato alla figura di chi lo aveva preceduto all’Accademia ed era stato arcivescovo di Parigi dal 1981 al 2005.

di Jean-Luc Marion

Jean-Marie Lustiger dava l’impressione, non ingannevole, di abitare costantemente l’ordine della carità. Non voglio dire che era naturalmente caritatevole, né di una dolcezza imperturbabilmente evangelica:  al contrario, le sue collere leggendarie e i suoi giudizi a volte duri cadevano così pesantemente sui loro destinatari solo perché cadevano dall’alto. Vedeva il mondo e le menti nella luce della carità, come si vedono le cose la notte nella luce verde del binocolo elettronico. All’opposto del materialismo, spiegava sempre ciò che è inferiore attraverso ciò che è superiore. Davanti a una situazione politica, si domandava quali forze di odio, di male, di bontà e di fedeltà a Dio erano in campo. Durante un dibattito all’apparenza teorico, ma di fatto spesso colorato d’ideologia, si sforzava d’identificare la situazione spirituale dei protagonisti, di comprendere quello che ognuno amava od odiava. Poiché nella luce del terzo ordine, la verità brilla solo se viene amata, altrimenti accusa, quantomeno nel senso in cui la luce accusa i contorni di ciò che inonda. Veritas lucens, dunque anche e spesso una veritas redarguens:  Jean-Marie Lustiger mi è sempre apparso come una di quelle persone, rare ma decisive, che praticano questa dottrina di sant’Agostino sulla verità.  (more…)

Il testamento di Bonhoeffer

gennaio 22, 2010
Giunge a conclusione l’impresa editoriale avviata nel 1991 dalla Queriniana, curata dal compianto Alberto Gallas e da Alberto Conci, per rendere disponibile al pubblico italiano – in edizione critica, corredata di notevoli apparati – il corpus delle Dietrich Bonhoeffer Werke: le opere del celebre pastore e teologo protestante fondatore della Bekennende Kirche, la Chiesa confessante sorta contro il tentativo nazista di allineare la Chiesa evangelica al nazionalsocialismo, il cristiano a tutto tondo dentro la contemporaneità e l’ecumenismo, attratto dalla realtà di Gesù Cristo in questo mondo, ma anche il martire giustiziato nel lager di Flossenbürg. A cura di Alberto Conci arriva infatti in libreria Scritti scelti 1933-1945 (pagine 920, euro 93), l’ultimo dei dieci volumi dedicato anche – per così dire – all’ultimo Bonhoeffer, ai testi dei suoi ultimi 12 anni, che sono anche quelli del regime hitleriano e che sin dall’inizio trovarono posta la scelta «o nazionalsocialisti oppure cristiani». (more…)

Da Tolstoj ad Hašek: la Rete cattura la lista dei libri perduti

gennaio 22, 2010

Un sito letterario stila l’elenco dei titoli “imprescindibili” che mancano da anni dalle librerie. Le sorprese non sono poche. Tra le opere dimenticate il teatro di Elias Canetti e l’autobiografia di Brod

I Diari di Lev Tolstoj? Mancano da più di dieci anni. L’autobiografia di Max Brod, al quale non saremo mai grati abbastanza per aver salvato tutto Kafka? Fu stampata l’ultima volta dal Saggiatore nel ’67. Jaroslav Hašek? Certo, il suo capolavoro Il buon soldato Sc’vèik lo si trova anche in economica, ma alcuni straordinari racconti li stampò la Nuova Accademia negli anni Sessanta e poi c’è stata solo un’antologia di Mondadori nel 2006. Di John Barth, un gigante di cui minimum fax ultimamente ha iniziato a ripubblicare qualcosa, ci sono titoli che non si possono leggere da quarant’anni, come Il coltivatore del Maryland, uscito da Rizzoli nel ’68. E l’ultima uscita da noi della trilogia I sonnambuli di Hermann Broch? Tredici anni fa. Non tantissimo se non fosse un’opera capitale del Novecento. E per citare un italiano, Il ricordo della Basca, del dimenticato Antonio Delfini, manca dalle librerie da un ventennio.

Quello dei «libri perduti» è un annoso problema editoriale. Spesso ci si lamenta della contraddizione per cui, a fronte di un mercato che sforna 60-70mila titoli l’anno tra novità e ristampe, moltissime opere «imprescindibili» sono ignorate da chi di dovere. O per distrazione, o per dimenticanza, o perché non venderebbero – si pensa che non venderebbero – neppure le copie necessarie a coprire i costi. E così il limbo dei «libri perduti» diventa di anno in anno più affollato, così come cresce l’elenco degli intellettuali o delle «centrali del pensiero» più o meno autorevoli che denunciano questo stato di cose: scrittori, riviste, società letterarie, università, a volte gli stessi editori. Il fatto, però, è che di solito si citano singoli titoli, un autore, un vecchio romanzo, un saggio introvabile. Ora, invece, c’è una «lista». Aggiornata di mese in mese e che serve da memento per le grandi opere dimenticate e da suggerimento per gli editori in cerca di buone idee. (more…)

Torna Moravia, scandalo a Parigi

gennaio 22, 2010

Dal traduttore francese una grande biografia “Si serviva del sesso per capire il mondo”

ALAIN ELKANN
Alberto Moravia è il titolo della biografia dello scrittore scomparso 20 anni fa, che esce in questi giorni a Parigi presso l’editore Flammarion e arriverà in Italia in autunno per Bompiani. Ne è autore René De Ceccatty.

Perché lei che è stato traduttore in francese degli ultimi romanzi di Moravia ha sentito l’esigenza di scrivere questa biografia di 700 pagine?
«Ci sono due ragioni. La prima è che Moravia, di tutti gli scrittori che ho tradotto, è l’unico col quale ho avuto una relazione personale, non intima ma intensa, anche se lui scriveva libri molto lontani dai miei. Volevo capire perché lui mi interessava tanto».

E questo l’ha capito dopo 700 pagine?
«Ho capito che lui aveva un rapporto astratto con il mondo. Voleva capire il mondo e spiegarlo con le parole. Questo è un atteggiamento da artista, e lui ricordava sempre che un artista non è un uomo politico, perché è interamente libero, mentre un politico è sempre preso dalla rete del potere.
«La seconda cosa che mi interessa di Moravia è che lui ha attraversato un secolo, essendo nato nel 1907 e morto nel 1990. Io volevo capire l’Italia, con cui ho uno stretto rapporto. Avevo un legame molto forte con Pasolini, che però come testimone era meno attendibile, perché aveva un modo di sentire troppo particolare».

E allora mi dica, cosa ha imparato sull’Italia attraverso Moravia?
«Ho capito che l’Italia è stato un paese continuamente in guerra, il che vale soprattutto per chi come Moravia ha avuto la sua giovinezza durante il fascismo. Da lui ho imparato che si può essere molto sinceri e integri nella scelta politica. Lui ha sempre fatto secondo me scelte giuste rispetto al fascismo, rispetto al terrorismo, rispetto al nucleare, all’Africa, al capitalismo, al comunismo. Era un uomo lucido e non si è mai fatto illudere». (more…)

Sì, mio padre è un esempio

gennaio 21, 2010

Umberto Ambrosoli: guardo a lui su come si può essere cittadini, su come si può dare il proprio contributo

Come si diventa eroi in Italia? Umberto Ambrosoli è figlio di quello che è stato definito dal giornalista Corrado Stajano “un eroe borghese”: Giorgio Ambrosoli.

Avvocato, milanese, classe 1933, monarchico, specializzato in fallimenti bancari: nel 1974 viene nominato dal ministero del Tesoro liquidatore della Banca privata di Michele Sindona, un finanziere con stretti legami con la mafia americana e il Vaticano, dagli appoggi potenti, su tutti Giulio Andreotti.

Il crac della banca si poteva risolvere in due modi: a spese dei contribuenti (cioè delle banche pubbliche) o a spese di chi aveva contribuito a creare il dissesto, anche se erano molto potenti.

Ambrosoli viene ucciso, su mandato di Sindona, da un killer della mafia nel 1979 perché ha scelto la seconda opzione. “E’ indubbio che pagherò a caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento perché mi è stata data un’occasione unica di fare qualcosa per il paese”, scriveva già nel 1975 in una famosa lettera alla moglie. Anche il figlio Umberto, 28 anni, ha scelto di fare l’avvocato.

Avvocato Ambrosoli, in che senso quella di suo padre è la storia di un eroe?

Serve una premessa: non stiamo parlando di una persona che ha fatto qualcosa con l’obiettivo preciso di diventare un eroe. Nel caso di mio padre e degli altri che avete indicato sul Fatto come eroi, da Falcone a Pertini, non si applica quel concetto di eroismo che si identifica con una straordinarietà.
Non sono eroi in senso mitologico. E’ importante capirlo perché altrimenti, di fronte a doti straordinarie, viene da dire: “Io sono una persona normale e non potrò mai essere come loro”. Per questo, più che eroe, mi sento di dire che mio padre è un esempio. (more…)

L’immagine secondo Alain Besançon

gennaio 21, 2010

Nell’opera più significativa dell’intellettuale francese una storia della cultura

di Lucetta Scaraffia
“È da molto tempo che il pensiero ha smesso di assegnare all’arte la funzione di rappresentazione sensibile del divino”:  con queste parole di Hegel si apre il libro L’immagine proibita. Una storia intellettuale dell’iconoclastia di Alain Besançon, uscito in Francia nel 1994, già tradotto in inglese e portoghese e solo ora, finalmente, in italiano (a cura di Marco Rizzi. Traduzione di Silvia Morani, Genova-Milano, Marietti, 2009, pagine 439, euro 40). Si tratta di uno scritto nuovo e importante:  Besançon, autore di bellissimi libri di storia della cultura, con questo libro forse ha prodotto la sua opera più ambiziosa e significativa.
Si tratta di un lungo excursus storico, in cui l’autore si propone di analizzare la storia delle tendenze iconoclaste nell’ambito delle culture mediterranee, partendo dalla filosofia greca e dalla teologia politica latina e passando per la tradizione biblica e islamica, ma concentrandosi soprattutto sull’iconoclastia bizantina, sulla sistemazione della teologia dell’immagine nella tradizione cristiana latina, sulla ripresa iconoclasta della Riforma, per arrivare all’astrattismo del primo Novecento che egli considera iconoclasta.
Un affresco di lungo periodo che, partendo dalla storia dell’immagine, coinvolge il rapporto con la divinità – e quindi con la tradizione spirituale e teologica – ed è pertanto anche una storia del rapporto con Dio degli esseri umani vissuti in questo lungo lasso di tempo. Intrecciando con sapienza e con uno stile narrativo avvincente fonti filosofiche, teologiche e storiche, Besançon arriva così a dare una profondità inedita alla storia dell’arte occidentale, e nello stesso tempo alla storia della secolarizzazione.
Il filo rosso della sua ampia ricostruzione è l’idea che il trionfo delle immagini nella tradizione cristiana, e quindi nella cultura occidentale, sia in realtà ambiguo, cioè “che si risolva in un compromesso instabile, sempre sul punto di cadere in due opposti, l’iconoclastia e l’iconolatria; che la soluzione teologica del problema, che passa attraverso una riaffermazione dell’Incarnazione, non è sufficiente a garantire che l’immagine esprima e realizzi effettivamente questa ambizione di incarnazione”. (more…)

La donna che si è ribellata alla mafia

gennaio 21, 2010

La vita di Carmela Iuculano in un libro

«Cari figli miei, decidere di scrivervi è molto difficile per me. (…). Non lasciatevi mai comprare dal denaro, non permettete a nessuno di calpestare la vostra dignità, regalate la vostra anima solo a Dio, non abbandonate mai i vostri sogni, perseguiteli sempre». Queste le parole che Carmela Iuculano rivolge ai propri figli per spiegare le scelte della sua vita. Un’esistenza incredibile, disperata e coraggiosa, raccontata dalla scrittrice Carla Cerati nel libro «Storia vera di Carmela Iuculano», la giovane donna che si è ribellata a un clan mafioso. Il volume racconta le scelte della moglie del boss della mafia siciliana e il coraggio di una giovane donna che da bambina sognava di cambiare il mondo. Carmela oggi ha 36 anni e da colei che gestiva i proventi delle estorsioni quando era moglie del boss, oggi da pentita di mafia, ritenuta un’infame da Cosa Nostra, arrotonda facendo le pulizie e occupandosi degli anziani. (more…)

Il senso della Kabbalah per la scienza

gennaio 20, 2010

Intervista a Rev Laitman, fondatore e presidente del Bnei Baruch Kabbalah Education & Research Institute

Michael Leitman, più noto come Rav Leitman, è il fondatore e presidente del Bnei Baruch Kabbalah Education & Research Institute, un centro molto attivo di studio della Kabbalah. Ha pubblicato oltre trenta libri, tradotti in più di dodici lingue come anche centinaia di articoli di Kabbalah, e ha tenuto oltre 10mila ore di lezioni audio/video. Dottorato in filosofia e Kabbalah dall’Accademia Russa delle Scienze, e Master in Bio-Cibernetica Medica dall’Università Politecnica di Stato di San Pietroburgo, Leitman è molto noto, letto 8in particolare il suo blog) e seguito in tutto il mondo. In Italia conta molti studenti del suo approccio spirituale allo studio scientifico e a Roma, dal 22 al 24 gennaio prossimi, si terrà il Congresso mondiale della Kabbalah. Che Leitman tiene a differenziare dalla celebrità data alla stessa da adesioni di personaggi famosi, negli ultimi anni, come la cantante Madonna.

Come spiegherebbe, a una persone che ne sente parlare per la prima volta, la Kabbalah?
La Saggezza della Kabbalah insegna questo nella sua forma scientifica: è la legge generale della Natura che dirige tutto il nostro mondo; prima della nostra nascita e dopo la nostra morte, cioè tutta questa zona della realtà che è ancora a noi nascosta. Noi studiamo questa legge generale che chiamiamo Natura e man mano che ne apprendiamo lo studio, essa ci aiuta a sistemare la nostra vita nella maniera corretta, ad essere in armonia con il nostro ambiente, sapere come educare bene i nostri figli ed essere in armonia, ognuno con se stesso. L’uomo inizia a sentire che tutta la propria vita è una vita eterna. Arriva in un unico flusso perché noi siamo interconnessi l’uno all’altro come umanità siamo un’unica famiglia e l’uomo che realizza e vede le cose della Natura, proprio perché si lega alla Forza Generale, viene aiutato ad essere veramente in armonia come la parte utile e buona che è nella società umana. Insieme a questo l’uomo può rimanere un religioso, di qualsiasi religione egli sia. Abbiamo studenti in India, buddisti, cattolici, cristiani, anche in Cina, negli Stati delle regioni cristiane e cattoliche. Noi siamo un organizzazione internazionale, insomma, che include milioni di persone.

Quando è nato il Bnei Baruch Kabbalah Education & Research Institute e come lo presenterebbe al pubblico italiano?
Quando ho cominciato a studiare la Saggezza della Kabbalah prima di tutto ero uno scienziato e ho cercato la risposta alla domanda: “Qual è il senso della mia vita?”. Non l’ho trovata nella scienza, nemmeno nella filosofia, io sono laureato, facevo il dottorato ma non ho trovato risposta. E ho continuato a cercare. Per caso sono arrivato alla Saggezza della Kabbalah, e quando ho cominciato ad approfondirla ho scoperto che è proprio una Saggezza antica che ci arriva dalla Babilonia, dalla culla della nostra civilizzazione ed è proprio da lì che ci arriva questo metodo che ci insegna come essere in armonia con la Natura. Questa è la Saggezza della Kabbalah! Come conoscere la Natura ed essere in armonia con essa. Studio ormai da 35 anni. Quando ho incontrato trenta anni fa il mio maestro Rabash, un grandissimo kabalista, sono stato accanto a lui gli ultimi cinque anni della sua vita. Quando è deceduto io ho così costituito un gruppo con il nome Bnei Baruch i Figli di Baruch perché lui si chiamava Baruch Ashlag. E così abbiamo iniziato e poco alla volta il gruppo si è allargato ed ora abbiamo due milioni di studenti in tutto il mondo. Studiamo tramite internet, televisione, facciamo congressi internazionali, noi siamo presenti in circa ottanta paesi.
Ne abbiamo di meno in Asia, in Indonesia e Singapore, dove ci sono persone singole che studiano con noi, ma non ancora gruppi veri e propri, abbiamo addirittura alunni in Iran. Con questo voglio dire che la Saggezza della Kabbalah è aldilà di religione, fedi e credenze, nazionalità, perciò attira tutti. L’uomo che si pone le domande: “Perché vivo?, Qual è il senso della mia vita?,Come faccio ad essere in armonia con la Natura e con la vita?” è proprio quella persona che arriva alla Saggezza della Kabbalah. (more…)

India: la sfida dei maoisti

gennaio 20, 2010

Perché i maoisti indiani si chiamano Naxaliti. La storia e l’evoluzione del movimento nato con la partenza degli inglesi ma che ha compiuto il salto di qualità nel 2004. Le rivendicazioni dei contadini e dei gruppi tribali. I legami internazionali.

Il movimento naxalita indiano e la relativa guerriglia hanno origini lontane. Nascono difatti quando gli inglesi lasciarono l’India, e gli Stati del nord-est rifiutarono l’invito di Nehru a entrare nell’Unione indiana. Sono stati in origine particolarmente attivi in Assam, Nagaland, Manipur e Mizoram dove, alleati del gruppo indipendentista di Angami Zapu Phizo, agivano come squadra di guastatori per la Naga Army secondo il motto: “Il potere politico scaturisce dalla canna del fucile”. Finanziati e addestrati prima dal Pakistan orientale – l’attuale Bangladesh – e poi dalla Cina, col tempo hanno cambiato di segno per diventare ufficialmente i difensori dei diritti dei poveri e delle caste basse nelle zone rurali. (more…)

«Mio padre Charlie Chaplin? Irraggiungibile anche per noi figli»

gennaio 20, 2010

Scene di vita quotidiana. Anzi. Scene di drammi quotidiani. Con un padre genio e una mamma un po’ più che birbante. Con un padre irraggiungibile. Per colpa di un «muro» eretto da una mamma generale. E un servizio d’ordine fatto di balie e bambinaie con il cuore tenero e il polso inflessibile. Lui, il genio, è Charlie Chaplin all’anagrafe. Charlot, in arte. Il padre di otto figli avuti da Oona O’ Neill (a sua volta figlio di un altro genio, Eugene, Nobel per la letteratura) e di tanti capolavori in celluloide che non smettono di affascinare grandi e piccini anche oggi che quell’uomo, quel genio è morto da più di 32 anni.
Lei, la «piccola», è Jane, sesta nata di quella nidiata, terzultima in ordine di comparizione per le visite della cicogna, autrice oggi di un volume, «17 minuti con mio padre» (Giulio Perrone editore, pp. 480, euro 18,50) in cui racconta il suo rapporto con quel famoso e inarrivabile papà. L’eccellente traduzione dal francese, firmata da Maria Camilla Brunetti, mette alla luce le difficoltà di un legame ricco dei diaframmi imposti da un sistema di vita e da una protezione esasperata che Oona innalzò per mettere il genio creativo del marito al riparo da ogni «disturbo». Al punto che Jane, oggi sposata e madre di due figli, sostiene di aver il ricordo di soli diciassette minuti insieme al suo papà sui vent’anni trascorsi in famiglia. (more…)

Genocidio premeditato

gennaio 19, 2010

Ruanda, un nuovo rapporto d’indagine ridisegna la storia del conflitto scoppiato nel 1994 nello Stato africano. Ad uccidere il presidente Juvenal Habyarimana furono i soldati dell’esercito nazionale.

Non fu un attacco nemico dei Tutsi ma un vero e proprio colpo di Stato organizzato e eseguito dai colonnelli delle Forze Armate del Ruanda (Far). Queste le conclusioni dei sette membri della Commissione indipendente che da due anni indaga sui fatti del 6 aprile 1994 che portarono all’abbattimento dell’aereo del presidente Juvenal Habyarimana. Il rapporto Mutsinzi potrebbe, se accettato dalla giustizia internazionale, riscrivere la storia della guerra civile fra tutsi e hutu nello stato africano, nel corso della quale morirono oltre un milione di persone.

Responsabilità mai accertate.
Fino ad ora sono state solo ipotesi quelle volte a identificare i possibili esecutori dell’attentato che portò alla morte di Habyarimana e di Cyprien Ntaryamira, allora presidente del Burundi, che viaggiava con lui sul Falcon 50 di proprietà francese. La politica interna attuata da Habyarimana nel 1993 avrebbe reso il presidente di etnia hutu un bersaglio per entrambe le fazioni in lotta. Il 4 agosto di quell’anno il politico firmò i cosiddetti Accordi di Arusha volti a sancire una tregua col Fronte Patriottico del Ruanda (RPF) guidato da Paul Kagame – attuale presidente dello Stato – al quale venne subito attribuita la regia dell’omicidio. Secondo il “Potere Hutu” , la frangia estremista della formazione di governo, Kagame e i suoi avrebbero colpito l’esponente di spicco dei tutsi per paura di non vedere compiute le promesse di Arusha le quali concedevano al RPF un ruolo politico e militare importante all’interno della società ruandese. Con questo pretesto gli hutu, numericamente superiori ai tutsi, aprirono gli scontri che portarono al genocidio del 1994. (more…)

Django Reinhardt, il dio zingaro della chitarra

gennaio 19, 2010

La storia è di quelle che fanno palpitare: avventura e sventura mescolate insieme, di quelle storie che non basta un film per raccontarle. Perché è vita vera, sofferenza, passione, sogni, miseria, fortuna, genio e sregolatezza. Insomma: Django Reinhardt. Era il 23 gennaio di cent’anni fa. A Liberchies, qualche centinaio di anime poco a nord di Charleroi, Belgio, faceva un freddo cane. Appena fuori dal villaggio da qualche giorno c’era una carovana di zingari, cinque o sei roulottes malandate, coi loro cavalli smagriti, i falò per scaldarsi, e, al centro, una piccola tenda da circo. Quel giorno, in una delle roulotte, Laurence Reinhardt partorì un maschietto. Laurence era così scura di pelle da essere soprannominata «Negros». Era l’acrobata del circo ed rimasta incinta di Jean Vées, acrobata anche lui e, quando poteva, musicista: chitarra, violino, un po’ di tutto. Lei però non volle saperne di sposarlo. Il bambino si chiamò Jean-Baptiste, ma presto gli fu affibbiato l’immancabile soprannome: Django.

IL BANJO A DODICI ANNI. La carovana viaggò ancora molto. Girovagarono per l’Italia, poi furono in Algeria e infine si fermarono alla periferia di Parigi. Sua madre gli regalò un banjo, e a dodici anni Django accompagnava già suo padre e suo zio che si esibivano al caffé del mercato delle pulci di Clignancourt, poco fuori Parigi. Django era bravo, molto bravo, suonava la chitarra con una grinta e una velocità da lasciare a bocca aperta. A diciotto anni aveva già registrato qualche traccia, aveva la sua piccola fama, ma era e restava uno zingaro e ogni notte tornava a dormire nella sua vecchia roulotte. La sua seconda nascita avvenne nel 1928 e fu tragica. Era ottobre, il 26. Jack Hylton, leader di un’orchestra alla Paul Whiteman piuttosto famosa, gli offrì di entrare nella sua band per una tournée in Inghilterra. Era fatta! (more…)

MISTERO BERGAMINI

gennaio 19, 2010

Una manifestazione di tifosi e amici per le strade di Cosenza riporta luce su l’improbabile suicidio del calciatore rossoblu, travolto da un camion sulla statale Ionica il 18 novembre 1989. Una brutta storia di minacce, insabbiamenti e sospetti che potrebbe riaprirsi

«Fugge a sinistra intanto il bel paese, et a man destra la palude immensa: viene e fuggesi l’Argenta e il suo girone col lito, ove il Santerno il capo pone». E, come la sua natia Argenta, cantata da Ariosto, anche «Denis» fugge a sinistra. Lo fa, sin da ragazzo, sui campi di calcio della provincia ferrarese. È un talento, Donato Bergamini. Gioca da centrocampista e fa la trafila nelle squadre emiliane di categorie inferiori. Esordisce nell’Imola e poi nel Russi, entrambe squadre di quinta serie. Ma le sue qualità non passano inosservate. È una mezzala sinistra, interdice e costruisce il gioco, ha polmoni e fiato da vendere, qualità che nel calcio di provincia, fuori dai lustrini della Serie A, contano assai. Nel 1985 si accorge di lui il Cosenza, che punta a tornare in Serie B dopo oltre venti anni. E grazie anche al numero 8 di Argenta, ci riesce. Nel 1988 i lupi festeggiano il ritorno nella cadetteria. È il grande Cosenza di Gianni Di Marzio con cui Denis offre le sue migliori prestazioni. Il suo senso tattico, le sue geometrie balistiche, riportano il Cosenza nel calcio che conta. L’asse Bergamini-Padovano fa sognare il San Vito e tutta la città bruzia. Nella stagione successiva la serie A è a un passo. Sfiorata ma non toccata, causa gli alambicchi della classifica avulsa. A fine campionato, Bergamini ha diverse richieste sul mercato. Il Parma fa di tutto per ingaggiarlo ma la società rossoblu lo dichiara incedibile, confermandolo per un’altra stagione. L’ultima della sua carriera.
La manifestazione
A 1600 anni esatti dalla morte di Alarico, Cosenza continua a scavare nel proprio passato. Stavolta però non si cerca il leggendario tesoro del condottiero visigoto, morto nella valle del Crati dopo il saccheggio di Roma del 410 D.C. C’è un altro anniversario cupo da celebrare, un terribile mistero da svelare. La mobilitazione nasce spontanea, grazie soprattutto a Facebook. Alessandro Piersigilli, detto «il pizzopazzo», 39 anni di Terni, è tra gli animatori del gruppo «verità per Donato Bergamini». Molto attivo anche il programma Chi l’ha visto? che ha dedicato diverse puntate al caso. L’ultima va in onda nel novembre scorso. Il cronista Emilio Fuccillo si presenta al citofono dell’ex fidanzata di Bergamini ma viene scacciato dal marito della donna, senza troppi convenevoli. (more…)

Giovanni Spampinato, il valore scomodo della verità

gennaio 18, 2010

Storia di Alberto, ucciso dalla mafia di Ragusa nel ’72 perché indagava troppo

Rossella Pompeo
Alberto Spampinato giornalista quirinalista dell’ Ansa e direttore di Ossigeno per l’informazione , osservatorio sui cronisti minacciati e le notizie oscurate con la violenza, è l’autore di C’erano dei bei cani ma molto seri , (Ponte alle Grazie, pg. 291, euro 12,40). Storia di una Ragusa di ieri e di oggi e di un omicidio, quello di Giovanni Spampinato, fratello di Alberto, avvenuto perché indagava troppo. La famiglia Spampinato è abituata ai racconti di guerra. Il papà Peppino, arruolato nel contingente per i Balcani nel ’42, fu catturato e fatto prigioniero a Dubrovnik perché non disposto a passare con il Reich, in seguito alla caduta di Mussolini nel ’43. I due piccoli figli, Alberto e Giovanni, riuniti intorno alla figura paterna, rivivevano con lui i momenti di panico: «..intorno a noi cadevano piccole bombe, non si riusciva a capire da quale parte arrivassero» dopo due anni di attesa in cui le notizie sulla sua sorte erano pressoché nulle. Il rimpatrio è stato salutato con scalpore e con la fondazione della sezione provinciale del Partito comunista al tramontare della guerra e del fascismo. Erano gli anni del petrolio di cui si scoprì essere fonte Ragusa ma, ahimè, non inesauribile come si era erroneamente ritenuto. (more…)

Turchia: il clero ortodosso rischia il proprio futuro

gennaio 18, 2010

Nei 1.700 anni dalla sua fondazione sulle rive del Bosforo, il patriarcato greco-ortodosso di Istanbul (per gli ortodossi Costantinopoli) è sopravvissuto a molte crisi e a sfide cruciali per la sua stessa esistenza, su tutte la IV Crociata con il successivo esilio di Nicea (1204-1261), il Concilio di Basilea-Firenze-Ferrara (1431-1439) e l’indipendenza del patriarcato di Mosca (1448), e infine la caduta di Costantinopoli (29 maggio 1453). Quando Ghennadios II Scholarios (1454-1464), divenne Capo comunità (Milletbaşı) dei Rûm (i cristiani greco-ortodossi) dell’Impero per ordine di Mehmet II il Conquistatore, il patriarca mantenne la sua sede nella chiesa della Theotókos Pammakaristós (VIII-XI sec.).

Quando questa venne trasformata in moschea da Murad III per celebrare la sua vittoria (fetih) in Georgia e Azerbaigian nel 1586, con il nome di Fethiye Camii (Moschea della Vittoria) il patriarca si trasferì nella piccola chiesa di San Giorgio, nel quartiere di Fener. Dal 1° ottobre 1844 il patriarcato forma i quadri dell’ortodossia di tradizione greca nella Scuola di Teologia di Khálki. Questa venne fondata dal patriarca Germanos IV (1842-1845; 1852-1853), sulle rovine del monastero della Santa Trinità (seconda metà del IX secolo), nell’Isola di Heybeliada, la seconda in grandezza tra le Isole dei Principi. Dal 1453 fino alla creazione della Repubblica di Turchia nel 1923, il patriarcato Ecumenico di Costantinopoli rappresentò il simbolo della sola unità spirituale dei Cristiani ortodossi; mentre infatti le singole chiese autocefale nate tra il 1453 e il 1913 (seconda Guerra Balcanica), da quella di Kiev/Mosca fino a quelle di Serbia e di Romania, eleggevano i propri patriarchi, il patriarca ecumenico, da sempre primus inter pares, con la nascita della Repubblica kemalista divenne insieme il capo della chiesa di Turchia e il simbolo della Chiesa spirituale. (more…)

LEZIONE DI GIORNALISMO

gennaio 18, 2010

50 ANNI FA FELLINI INVITAVA MONTANELLI A VEDERE IN ANTEPRIMA “LA DOLCE VITA” – “Fellini secondo me non vi tocca vette meno alte di quelle che Goya toccò in pittura, come potenza di requisitoria contro la sua e la nostra società – il nostro cinema non ha mai prodotto niente di comparabile a questo film – qui ci si trova di fronte a qualcosa di eccezionale CHE VA al di là DELLO SCHERMO…”

Indro Montanelli per il Corriere della Sera – ripreso dal Foglio del lunedì

Sere fa, Federico Fellini mi ha invitato a vedere in privato il suo ultimo film La dolce vita.
Confesso che ci sono andato con qualche apprensione: e non tanto per i pareri molto discordi che avevo udito da coloro che avevano visto alcune scene isolate, quanto perché, parlando ogni tanto con lui, avevo avuto l’impressione che Fellini avesse perso il senso della misura.

L’uomo, di solito pacato e abbastanza staccato dal proprio lavoro, stavolta m’era parso che non sapesse uscirne nemmeno quando veniva a cena con me. Se gli parlavo di altre cose, mi fissava con l’occhio vitreo di chi non ascolta. E gira gira, il discorso tornava sempre lì.

Questa storia andava avanti da un anno, perché è da un anno che Fellini sgobba quattordici o quindici ore al giorno dietro a questa pellicola su cui evidentemente, rischiando grosso, ha puntato tutto. Non la finiva mai. Non la rifiniva mai. Non so quante decine di migliaia di metri ha ammatassato nei rulli. Non so quante volte ha fatto, disfatto e rifatto interi episodi per eliminare o aggiungere una virgola. Non avrei voluto essere, fino all’altra sera, il suo produttore, a cui credo che questa dolce vita ne abbia procurata una da cane. Ma ora, a cose fatte, non credo che lo rimpiangerà. (more…)

Ecco la mappa che stana i giudici fannulloni

gennaio 18, 2010

Il dossier riservato del Ministero: nel civile in affanno i distretti di Campobasso e Caltanissetta. Nel penale Genova è in fondo alla graduatoria, mentre la Procura più virtuosa è Bari. Fotografia di un’Italia a macchia di leopardo

Una cascata di pallini verdi, rossi e gialli. Gli indici percentuali a misurare vizi e virtù di un sistema farraginoso, ma con punte di eccellenza. È il «cruscotto», il sistema di valutazione della macchina giudiziaria messo a punto dall’allora ministro Roberto Castelli. «Un quadro sinottico – precisa lui – capace di dare il polso della situazione in tempo reale». Macchie di colore rosso a raccontare l’Italia che non va, che arranca, che è ingolfata da migliaia e migliaia di procedimenti; il giallo a descrivere situazioni in equilibro, fra i processi in arrivo e quelli in partenza perché conclusi o definiti, infine il verde a mostrare l’Italia migliore, quella che, pur a corto di mezzi e risorse, si è rimboccata le maniche, ha ottimizzato le risorse, in una parola coniuga la giustizia con l’efficienza. Non assolve gli imputati dopo dieci o quindici anni, non chiude una controversia civile a distanza di un quarto di secolo, come pure capita in vaste zone del Paese.

Ecco una tabella con gli indicatori dei ventisei distretti di Corte d’appello, da Ancona a Venezia. L’anno è il 2008. Ma quel conta è il colore. Semaforo rosso, nel civile, per Reggio Calabria, Catanzaro, Napoli, e poi sempre più giù, fino a Lecce, Caltanissetta, Campobasso. I parametri sono disastrosi. Dall’altra parte della classifica, sopra l’indice di ricambio 100, ovvero la parità fra processi sopravvenuti ed esauriti, svettano Perugia e L’Aquila. L’Aquila è a quota 119,36 per cento, Campobasso, la maglia nera, è invece al 56,76 per cento. Come mai? (more…)

Anarchico, l’altra faccia del borghese

gennaio 18, 2010

Così Giovanni Ansaldo, negli anni ’60, rilesse la figura del ribelle che nei decenni post-unitari lottò contro lo Stato «È una forza vitale che fa da pendant allo sviluppo capitalistico. Essenziale alla costruzione dell’Italia moderna»

Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un brano tratto da Giovanni Ansaldo, Gli anarchici della Belle Époque (Le Lettere, pagg. 110, euro 9,50), in libreria da domani. Il volume, curato da Francesco Perfetti, raccoglie una serie di articoli, scritti tra il 1953 e il 1967 su «Il Borghese» e «Il Mattino», del grande giornalista genovese Giovanni Ansaldo (1895-1969), tutti sul tema dell’anarchia. Negli anarchici e nelle loro idee Ansaldo, considerato un conservatore e uomo d’ordine, vedeva alcuni elementi in qualche misura essenziali alla costruzione e alla storia d’Italia: «un’espressione delle forze vitali del Paese».

di Giovanni Ansaldo

Il movimento anarchico italiano ebbe, naturalmente, una certa affinità generica con tutti gli altri. Anch’esso fu, in parte, riflesso, proiezione, lusso della prosperità borghese. Ma in parte molto ridotta, perché la prosperità borghese era, da noi, molto modesta. Il solo anarchico italiano che arieggi Ravachol è il milanese Vittorio Pini.
In realtà, i nostri anarchici erano di un altro legno; un legno più nobile. Essi non ce l’avevano con i proprietari di case, ce l’avevano con i grandi della terra. Non tiravano di sorpresa il collo ai reddituari o ai contadini danarosi; miravano ad abbattere il re in mezzo agli applausi della folla, in mezzo ai suoi soldati, in mezzo alla testimonianza della sua potenza. Nati tutti in quel giro di anni, in cui la dinastia Savoia, messasi alla testa della rivoluzione risorgimentale, abbatteva troni legittimi ed entrava in Roma dalla breccia di Porta Pia, essi avevano tratto da questa terribile lezione l’insegnamento ultimo; e, contro il re dello Stato liberale e laico, erano vindici della vecchia Italia. Cresciuti tra le miserie dello Stato nuovo, determinate dalle nuove ambizioni di grandezza, esprimevano, da poveri ignoranti, l’inquietudine delle plebi, cui erano venuti meno il tradizionale assetto sociale e la fede antica, senza che niente fosse dato loro in cambio, all’infuori dei tre squilli regolamentari di tromba, ordinati dal commissario di Ps, prima che i picchetti armati facessero fuoco. Passati attraverso la trafila dell’emigrazione, avevano sentito, in terra straniera, più vivo il rovello che l’Italia fosse così misera, così spregiata; avevano aderito ai gruppi anarchici di America e di Francia, anche per farsi valere come italiani. Erano legittimisti credendo di essere nemici di tutti i re, reazionari credendo di accelerare la corsa verso l’avvenire, nazionalisti credendo di avere rinnegato la patria; puri strumenti di una logica ideale più forte di loro, come accade ai poveri uomini che hanno l’impulso ad agire più sviluppato della capacità raziocinativa. Ma, tutto sommato, a vederli oggi, con la prospettiva consentitaci da mezzo secolo e da tanti eventi, reggono. (more…)

Pio XII Papa progressista

gennaio 18, 2010

La leggenda nera su Pio XII è un format di grande successo, dura da decenni e si nutre di rivelazioni e polemiche a getto continuo. L’ultima all’annuncio, qualche settimana fa, della firma di Benedetto XVI sul decreto che riconosce le virtù eroiche di Eugenio Pacelli, passo decisivo in vista della beatificazione. Un eroismo di cui settori importanti del mondo ebraico non trovano traccia nel suo atteggiamento di fronte alla shoah, caratterizzato da un silenzio – o meglio da accenni impliciti ma trepidanti – che tuttora fa discutere. Ebraismo a parte, Pio XII è considerato, specie dalla scuola storica progressista, e non da oggi, un Papa oscurantista. Eppure Pacelli non fu uomo timido né reticente. E all’accusa di oscurantismo si può replicare facilmente. Basta guardarlo nelle immagini d’archivio: ieratico e dotato di grande senso scenico, abile oratore prima alla radio e poi in Tv (fu protagonista pure di un documentario, “Pastor Angelicus”), voce accorata e ferma. La sue braccia spalancate al cielo, in mezzo alla folla del quartiere romano di San Lorenzo bombardato dagli Alleati, sono un fermo immagine del Novecento. Papa regnante per vent’anni nel mezzo del secolo (2 marzo 1939-9 ottobre 1958), ha parlato e scritto moltissimo: solo le encicliche (la forma più alta e impegnativa del magistero pontificio) sono quarantuno; decine le esortazioni apostoliche, i messaggi, le lettere; centinaia i discorsi, le omelie, le udienze. Costringere questa mole di parole e gesti in un cliché (Pio XII Papa antimoderno, e magari un po’ antisemita) è ridicolo. (more…)

Mio padre l’Orco Welles

gennaio 18, 2010

Crudele, distratto, egoista: il geniale Orson nell’autobiografia della figlia primogenita

FRANCESCA PACI
CORRISPONDENTE DA LONDRA
Aveva voluto chiamarla Christopher, nonostante le proteste della mamma, perché fosse unica: una bimba con un nome da maschietto. Eppure Christopher Welles Feder detta Chris non s’è mai davvero sentita al centro di niente, tantomeno della vita dell’illustre genitore, Orson Welles. «In classe i compagni mi chiedevano l’autografo di mio padre e quando rifiutavo mi accusavano di essere presuntuosa, ma io non potevo confessare la verità e cioè che non avevo idea della prossima volta in cui l’avrei visto» scrive nelle pagine iniziali di In my father’s shadow (All’ombra di mio padre), l’autobiografia in uscita per Mainstream anticipata dal Daily Mail. È dai giorni della scuola che la primogenita del sommo sacerdote del cinema cerca il coraggio di vuotare il sacco. Ora che lui non c’è più da un quarto di secolo e lei è prossima alla veneranda età di 72 anni ha deciso di scavalcare il regista seduto dietro la macchina da presa di Quarto potere e raccontare l’uomo, crudele, distratto, egoista e al tempo stesso assolutamente magnetico. (more…)

Dall’accusa di deicidio al dialogo, i secoli oscuri della persecuzione

gennaio 17, 2010

Un altro Papa in Sinagoga, ventiquattro anni dopo “la prima” di Giovanni Paolo II. Una ripetizione utile a confermare una discontinuità, rispetto a una storia in cui l´Ebreo Errante aveva subito modelli di discriminazione di origine papale. Il ghetto, il distintivo giallo, i battesimi forzati, ecco alcuni brevetti “papali” che avrebbero dato lezione all´inferno. Tutto comincia con Costantino che proibisce i matrimoni tra ebrei e cristiani. L´Ebraismo, primo soggetto religioso a importare il monoteismo all´ombra del Pantheon pagano, viene degradato a paganesimo. Gli ebrei non possono avere servi cristiani. Un Padre della Chiesa, San Giovanni Crisostomo, equipara la Sinagoga a un bordello. La più antica comunità ebraica d´Occidente viene molestata durante la preghiera del Sabato. Molte sinagoghe vengono trasformate in chiese cristiane. L´antisemitismo doveva essere allarmante se Gregorio Magno nel 590 proibisce con una bolla «di vituperare gli ebrei». (more…)

L’OCCHIO DI ZHANG AILING

gennaio 17, 2010

Oggi, come ieri, Shanghai ha sempre coltivato l’ambizione di somigliare a Hong Kong, suo doppio culturale e architettonico. In queste due città, simbolo della modernità cinese, si intrecciano e si rincorrono la vita e l’opera di Zhang Ailing (nota in America come Eileen Chang), la più grande scrittrice cinese del ‘900; entrambe le città sono proiettate verso le mode e le seduzioni dell’occidente, e la stessa Zhang Ailing (nata a Shanghai nel 1920 e morta a Los Angeles nel 1995) quando lasciò la Cina nel 1955 per non tornarvi mai più, dopo un breve soggiorno a Hong Kong scelse gli Stati Uniti come sua seconda patria. Tra Shanghai e Hong Kong, dunque, è ambientato anche il romanzo autobiografico Piccola riunione, completato nel 1976, ma pubblicato solo quest’anno in Cina e non ancora tradotto.
Ancora il tema del doppio
La scrittrice vi rievoca il tempo degli studi trascorso nella colonia britannica durante la guerra sino-giapponese, e l’amore per un collaborazionista, consumato a Shanghai con alcune prolessi dedicate alla sua vita in America. Come in altre opere, Hong Kong viene colta nella sua eterna funzione di non luogo, città-traghetto tra la vecchia Cina e quella del futuro, tra la civiltà del benessere e la barbarie della guerra, fra tradizione cinese e modernità occidentale, di cui è suprema sintesi; ma l’anima della città allude anche alla scissa o multipla identità che si annida in ogni essere umano. Sul tema del doppio è centrata la raccolta intitolata L’amore arreso (Rizzoli, pp. 214, euro 10), con le due novelle Un amore devastante (traduzione di Alessandra Lavagnino) e Rosa bianca, rosa rossa (tradotta da Maria Gottardo e Monica Morzenti), scritte rispettivamente nel 1943 e l’anno successivo da una Zhang Ailing giovanissima, ma già assai popolare. (more…)

Il mistero irrisolto di Simenon? Se stesso

gennaio 17, 2010
Tutto Simenon, dalla A alla Z, è il senso di questo Autodictionnaire Simenon (Omnibus, 800 pagine, 26 euro) che Pierre Assouline, già suo biografo, saggista e romanziere, ha messo insieme con tenacia e intelligenza. In esso non c’è una parola che Simenon stesso non abbia pronunciato, un giudizio che non sia suo. Pochi scrittori hanno scritto così tanto, si sono lasciati così tanto intervistare, si sono così tanto raccontati: memorie stampate, memorie dettate al registratore, lettere. Eppure, anche se ci sembra di sapere tutto, il bambino male amato, l’adolescente voglioso di arrivare, il romanziere frenetico, l’amante bulimico, l’autore-imprenditore di se stesso, il buon padre di famiglia segnato dal suicidio della figlia e dalla pazzia di una moglie, in realtà Simenon resta un mistero, circondato da «pudori» che potrebbero nascondere tanto o, semplicemente, niente: «Un uomo delle caverne con alcune nevrosi» a detta di un suo critico… (more…)

La suora e il mangiapreti

gennaio 17, 2010

Memorie parallele della missionaria Emmanuelle e dell’ex seminarista Aldo Busi

Come il livore e il candore. Come il piccione e la colomba. Come la differenza che c’è tra le memorie di un prete mancato e quelle di una suora realizzata. Come a rileggere “Il Casto, sua moglie e l’Innominabile”, racconto appena uscito in una delle sue busiane variazioni sul tema (ma poche, le variazioni, visto che aveva deciso di non scrivere più, ma poi si è accorto che “Non basta smettere di scrivere per smettere di essere Scrittore” e “Nessuno mi sarà mai sincronico come un foglio di carta bianco davanti”) che diventano la prima A di “Aaa!” di Aldo Busi (Bompiani, pp. 162, euro 11). E ad accostarvi in anteprima (sarà nelle librerie il 3 febbraio) “Le confessioni di una religiosa” (Jaca Book, pp. 318, euro 24), autobiografia di Suor Emmanuelle, la religiosa più famosa di Francia, morta nel 2008 a 99 anni. Memorie che la suora volle espressamente pubblicate dopo la sua scomparsa e che in un anno hanno venduto 400 mila copie soltanto Oltralpe.

“Prima di andare a cantare con gioia durante la messa di mezzanotte ‘Gloria a Dio e pace agli uomini!’, comincio a scrivere le prime righe di queste Confessioni. Ho forse la pretesa di unirmi al canto degli angeli con qualche sublime armonia? No, sicuramente! Voglio, al contrario, cercare di ripercorrere gli anni trascorsi, con le loro gioie e i loro dolori, i loro asti e i loro amori, le loro grandezze e le loro miserie. Dovrò scendere fino a quella melma inconsistente nascosta nel cuore di ogni uomo… con il rischio di offuscare l’immagine ideale che costruiscono di me i mass media, e forse anche di scioccare qualche lettore. Me ne scuso in anticipo: la verità non è forse sempre un po’ cruda? Queste pagine, dunque, non vogliono essere edificanti, ma vere, autentiche”.

L’incipit e la promessa ai lettori di Suor Emmanuelle accadono nella notte di Natale del 1989, al Cairo, tra gli straccivendoli. Fu, Madeleine Cinquin poi Emmanuelle, bimba destinata ad assistere all’annegamento del padre (fino alla morte le rimasero in testa le parole di una signora che diceva a lei, seienne: “Chiamate il vostro papà, bambini, va troppo lontano, il mare è cattivo e il bagnino è stato richiamato sotto le armi”. Ma non servì ad evitarle di dover dare lei a sua madre la notizia della morte del babbo e guardarla pronunciare a mezze labbra l’Ave Maria, mentre correva fuori dalla villa delle vacanze di Mariakerke, nel 1914). E dunque, sempre all’inizio del libro, suor Emmanuelle ci avverte, visto che nelle pagine successive si metterà a nudo – perché l’uomo, conferma lei, nasce nudo. E’ il peccato a mettergli le foglie davanti – quell’immagine di “missionaria scandalosa” che la rese la suora più nota del Novecento dopo Madre Teresa: “A meno di sei anni si è piccoli e fragili per un incontro con la morte: quando nell’infanzia si infrange qualcosa, rischia nello stesso tempo di sparire un certo ottimismo nella concezione del mondo”. Non è una scusa. E’ un inizio, oltre che narrativo, di un’anima alla vita. E si sa, pur non essendo Scrittori, quanto conti l’inizio. (more…)

“Wojtyla accusò l’Urss di aver armato Agca”

gennaio 17, 2010

Silvestrini: il Pontefice minacciava il blocco sovietico

GIACOMO GALEAZZI
CITTA’ DEL VATICANO
Cardinale Achille Silvestrini (ministro degli Esteri vaticano all’epoca dell’attentato), in quale clima Ali Agca sparò a Wojtyla?
«Gli occhi del mondo erano puntati su Giovanni Paolo II per la novità di Solidarnosc, un’esperienza completamente nuova ad Est, nata dopo il viaggio papale in Polonia nel 1979. Karol Wojtyla era considerato il padre, il promotore di questa manifestazione sociale, sindacale, quindi il blocco sovietico lo percepiva come un nemico, una grave minaccia. Il 13 maggio 1981 il mondo rimase con il fiato sospeso per quegli spari a San Pietro, la corsa in ambulanza al Gemelli, l’intervento d’urgenza di Crucitti. Nella notte ci diedero la certezza che l’operazione era riuscita e che il Papa si sarebbe salvato. Ero lì quando arrivò in ospedale il presidente Pertini. Volle rimanere fino alla fine.

Se Ali Agca fosse riuscito a uccidere Wojtyla, tutto il vantaggio sarebbe andato all’Urss e ai regimi comunisti dell’Est. Se Wojtyla moriva, la situazione che si era messa in moto in Polonia sarebbe terminata in breve tempo, tanto più che due settimane dopo l’attentato scomparve il primate polacco Wyszynski. Si sarebbe fermato il movimento avviato con la visita del ‘79 e la nascita di Solidarnosc favorita da Wojtyla. Mentre la preparavamo, capivamo che la visita costituiva un confronto diretto con i sovietici che avevano in mano la Polonia. Andò tutto come Wojtyla sperava, intanto si diffuse la consapevolezza del suo ruolo fondamentale nel quadro della Guerra fredda». (more…)

Rivoluzionario Emir Kusturica: “Amo i perdenti e i banditi”

gennaio 17, 2010

«Mi sento come un paracadute che scende mentre tutti gli altri restano immobili». Il regista che in Underground fa volare la sposa con una pennellata alla Chagall, ricorre a un’immagine leggera, di pittura o di sogno, per descrivere la sua solitudine d’autore in un assedio di celluloide conformista: quella maggioranza rumorosa d’invasori riveriti – «nothing movies», film zero, li definisce -, scodellati dal calderone Usa sul pianeta cinema.
«All’inizio del secolo scorso», riflette Emir Kusturica, «eravamo tutti convinti che l’arte dei grandi, da Joyce a Proust, a Picasso, ci stesse preparando a una rivoluzione dello spirito. Ma davanti all’attuale produzione cinematografica, si ha l’impressione d’essere riprecipitati a fine Ottocento». Qualcosa avrà pure apparenze contemporanee: «Sì, i clip, gli spot: e Luis Buñuel. Sembrerà strano, ma se si guarda con attenzione Mtv e la pubblicità, si scopre un filo diretto con la libertà formale di Buñuel, che sbriciola la routine iperspettacolare degli Studios: i quali, a differenza di clip e spot – e di Buñuel – perseverano nel fare tv, non cinema».

Lei ha aperto il suo paracadute al crepuscolo del secolo del cinema, già sotto attacco dei videogame. «Ho risposto alla nuova era, alla morte annunciata del grande schermo, con film che miscelano i generi, aperti a ogni influsso e gioco combinatorio, come il Maradona di tre anni fa. Provengo dai Balcani, influenzati dal cinema francese e del basso Mediterraneo. Son finito dietro la cinepresa perché adoravo Bergman, ma anche Bruce Lee. Underground è puro Shakespeare filtrato dai fratelli Marx: più che dal cinema discende dai Clash». (more…)

«Contro Bettino un network dell’odio, ora vuole colpire Berlusconi e Bersani»

gennaio 17, 2010

«Il network che ha ucciso Bettino Craxi — Procure, comunisti giustizialisti, editoria di sinistra — è tuttora in azione contro Silvio Berlusconi, e anche contro un esito riformista e ragionevole del Pd. Il primo obiettivo del circo mediatico-giudiziario è il presidente del Consiglio; il secondo sono D’Alema e Bersani».

Presidente Cicchitto, perché parla di «uccisione» di Craxi? «Beh, l’attuale reazione di Borrelli e Di Pietro è quella di inquirenti vendicativi cui la preda è scappata, e per questo si sono messi in mezzo per evitare soluzioni umanitarie e lasciar morire Craxi in Tunisia».

Lei parlò di «network dell’odio» alla Camera, dopo piazza Duomo, ed è stato molto criticato per questo. «Ho denunciato in Parlamento il network non per “incendiare” ma anzi per spegnere l’incendio. Sono contro la spirale di imbarbarimento della politica. In situazioni come questa c’è chi si deve assumere l’onore e l’onere di affrontare gli “incendiari” per delimitare il rogo che hanno acceso, inondarli d’acqua e creare le condizioni di un confronto civile».

Berlusconi in questi giorni ha avuto gesti distensivi. «Conosciamo l’analisi differenziata di Togliatti, sappiamo distinguere tra nemici acerrimi e normali avversari. Il Pd guidato da Bersani è un normale avversario, con cui è possibile fare le riforme. Proprio per questo il network dell’odio attacca lui e D’Alema. Dal canto suo, Bersani ha commesso l’errore di affidare il gruppo alla Camera a Franceschini, uno dei suoi rivali interni più accesi e più sensibili alla sirena dipietrista». (more…)

Francesco Lo Savio: forza e fragilità di un’utopia

gennaio 16, 2010

Una mostra a Madrid dedicata all’anticipatore della Minimal Art. Un artista quasi dimenticato in patria

Roberto Gramiccia
Se è vero – come si dice – che i giovani strappati alla vita sono cari agli dei, è altrettanto vero che morire giovani è una fregatura. In arte, tuttavia, questa triste circostanza a volte non basta ad impedire ai grandi talenti di contribuire a “fare la storia” nonostante la brevità della propria esistenza. Capitò a Raffaello e a Modigliani. Capitò a Gino Bonichi, detto Scipione. E, più vicini a noi, capitò a Yves Klein, Piero Manzoni, Pino Pascali e a Francesco Lo Savio.
Fu Lo Savio il più gradito agli dei. Perché morì (purtroppo) più giovane di tutti gli altri. Appena ventotto anni, infatti, aveva quando si tolse la vita a Marsiglia, lontano dalla città dove era nato (Roma). Lo Savio fu attivo dal ’59 al ’63. Ma il poco tempo che ebbe a disposizione gli fu sufficiente per esprimere un tasso di originalità e di spirito d’avanguardia che non ha confronti con quello dimostrato dalla gran parte dei suoi contemporanei, ove si escluda, in Italia – crediamo ragionevolmente – soltanto Piero Manzoni e Pino Pascali. (more…)

L’IDEOLOGIA ISRAELIANA

gennaio 16, 2010

di Rossana Rossanda

Anche da Israele viene la critica ai miti che accompagnano dovunque l’idea di nazione e in più con il crisma di una religione rivelata. Ma non ha sfiorato i governi di Sharon, di Barak e Tzipi Livni, né sfiora oggi quello di Netaniahu e di Lieberman. È come se vi coesistessero, ignorandosi, una storia in genere, libera nelle edizioni e per gli studiosi, e una «storia degli ebrei» inquadrata, ufficiale, base dell’istruzione obbligatoria.
Qualche mese fa è uscito in Francia il volume dello storico israeliano Shlomo Sand: Comment le peuple juif fut inventé (letteralmente «Come è stato inventato il popolo ebreo», Fayard, Parigi, pp. 446, euro 23, già segnalato da Maria Teresa Carbone nella edizione inglese, Verso). Shlomo Sand insegna all’Università di Tel Aviv e fa parte della giovane scuola di storici degli anni Novanta, che sulle tracce di Baruch Zimmerling (Berkeley, 1993) e Boaz Evron (Bloomington, 1995) – a loro volta seguendo i lavori di Etienne Balibar, Immanuel Wallerstein ed Eric Hobsbawm – discutono alla radice i concetti di popolo, nazione e razza prosperati in Europa nella seconda metà del XIX secolo. E rifioriti adesso con la caduta dell’«universalismo» dei lumi e del movimento operaio socialista e comunista. Ma quel che i nostri nonni si sono raccontati, e cioè che in ogni terra sarebbe insediato ab origine un popolo o razza o etnia rimasto immutato nei secoli che quindi su di essa vanterebbe un diritto naturale, è un «romanzo» ottocentesco. Destinato a rafforzare gli stati, la loro chiusura e le loro eventuali velleità espansionistiche. Così anche per Israele. (more…)

BOLERO-RAVEL

gennaio 16, 2010

Un continente di fosse comuni

gennaio 16, 2010

Nel libro “Fucilateli tutti” padre Patrick Desbois ricostruisce la storia delle stragi di ebrei sul fronte orientale

di Stas’ Gawronski
Il 22 giugno 1941 il Terzo Reich invade l’Unione Sovietica e nelle retrovie delle armate lanciate da Hitler alla conquista di Mosca e Stalingrado le Einsatzgruppen di Reinhard Heydrich avviano l’assassinio sistematico degli ebrei. La “soluzione finale” diventa operativa prima ancora che ad Auschwitz inizi lo sterminio su scala industriale attraverso il gas zyklon b. La Shoah nei territori occupati dalla Wermacht durante l’operazione “Barbarossa” avviene attraverso fucilazioni di massa. I tedeschi rastrellano città, villaggi e campagne trascinando gli ebrei dentro boschi e avvallamenti dove vengono costretti a scavare delle fosse, a spogliarsi e ad allinearsi sull’orlo della buca o a sdraiarsi sui cadaveri di coloro che li hanno preceduti:  uomini, donne, vecchi e bambini vengono uccisi con un colpo alla testa o con una sventagliata di mitragliatrice. L’omicidio non è causato dall’automatismo della camera a gas, c’è un rapporto diretto tra l’uomo che preme il grilletto e l’uomo che viene assassinato. Le fucilazioni avvengono in pubblico per giorni interi, c’è chi si limita a guardare e chi collabora indirettamente all’assassinio. Spesso per scavare o ricoprire di terra le fosse, raccogliere i vestiti degli ebrei, strappare i denti d’oro, bruciare i corpi o addirittura pigiare i cadaveri per consentire alla fossa di contenerne un maggior numero, le SS precettano adolescenti del luogo o si servono di prigionieri di guerra. Tra questi c’è il soldato francese Claudius Desbois che molti anni dopo la fine della guerra non trova parole per raccontare a suo nipote Patrick ciò che ha visto nel villaggio ucraino di Rava-Rus’ka. Questo nome che racchiude un doloroso e inaccessibile segreto familiare diventerà per Patrick Desbois, ordinato sacerdote a Lione nel 1986 all’età di 31 anni, il punto di partenza per sbrogliare la terrificante matassa della “soluzione finale” nei territori della ex Unione Sovietica. (more…)

Quando Dio trattenne il fiato

gennaio 16, 2010

La creazione secondo la mistica ebraica

di Luca Miele

“Come produsse Dio il mondo, come lo creò? Come un uomo trattiene il respiro, e si contrae in se stesso, in modo che il poco possa contenere il molto, così anche Dio contrasse la sua luce di una spanna, e il mondo rimase come tenebre”. Questo brano del xiii secolo contiene un idea che sarà fondamentale nell’intera storia della mistica ebraica:  quella della contrazione o ritiro (tzimtzum) di Dio, un movimento all’interno della divinità – simile a un respiro cadenzato – che sarebbe più originario della stessa creazione.
Prima di procedere all’esame dello tzimtzum – e della dottrina di cui è un’articolazione – dobbiamo interrogarci sul ruolo assolto dalla mistica. Si tratta di un fenomeno in qualche modo solo residuale e astorico, tale da rimanere sostanzialmente estraneo al corpo della tradizione ebraica? O, al contrario, vi è saldamente intrecciato? È nota la posizione di Gershom Scholem, a cui va il merito di aver spiegato la Kabbalah:  la mistica è “una forma legittima a cui gli ebrei hanno fatto ricorso per comprendere se stessi e il mondo esterno, una forma che esprime le loro esperienze religiose e le sue metamorfosi storiche, ma pure le sue crisi mortali o portatrici di vita”. Queste risposte in qualche modo “illuminano il senso dell’Esilio e della Redenzione, collocando la condizione storica unica di Israele in un quadro più ampio, addirittura cosmico:  quello della creazione”. (more…)

Usa, 007 e Seychelles: il lato oscuro di Di Pietro

gennaio 16, 2010

Se si vuole capire davvero la furibonda arrabbiatura di Antonio Di Pietro per il dossier che (secondo quanto da lui stesso rivelato) lo vorrebbe collegare all’universo dei servizi segreti, bisogna andare indietro di dieci anni e più. All’ultimo periodo italiano di Bettino Craxi, e poi al lungo crepuscolo ad Hammamet. È in quel periodo che il leader socialista rende sempre più esplicita la sua convinzione, maturata fin dagli esordi di Mani Pulite e poi rafforzatasi strada facendo: quella che l’origine dei suoi guai giudiziari stia da qualche parte nella nebulosa dei servizi segreti, e più direttamente nella frangia della nostra intelligence di obbedienza americana. La convinzione che Mani Pulite fosse stata – se non progettata – comunque oliata ed agevolata da Oltreoceano, da quella parte di establishment Usa deciso a chiudere i conti con l’anomalia italiana, con l’Andreotti del dialogo con gli arabi, con il Craxi dell’affronto di Sigonella.

Questa convinzione – ribadita implicitamente pochi giorni fa da Rino Formica, ex ministro socialista – passava necessariamente per una rivisitazione del personaggio Di Pietro. Non c’erano solo le Mercedes, i prestiti, le piccole magagne per cui Di Pietro verrà processato e assolto. C’erano dubbi ben più corposi, e che comportavano una rilettura integrale della biografia del magistrato milanese: una carriera solo in apparenza naif, e in realtà compiuta sotto l’egida degli apparati occulti dello Stato, di qua e di là dall’Atlantico. È una ipotesi che, oggi come allora, Di Pietro considera una calunnia senza capo né coda. E fornisce risposte – a volte precise, a volte meno – sui misteri, veri o presunti, della sua storia personale. Eccone una sintesi. (more…)

Le maledizioni dell’isola scomparsa

gennaio 16, 2010

Quando ripartì da Saint-Domingue, la parte francese di Santo Domingo che oggi si chiama Haiti, Paolina Bonaparte era vedova. Suo marito, il generale della Repubblica francese Charles Victor Leclerc, era morto sull’isola, “più giallo di una mela gialla”. L’epidemia di febbre gialla (detta anche vomito nero o febbre delle Antille) aveva ucciso forse metà dei soldati francesi, generale Leclerc in testa, mandati dal primo console Napoleone Bonaparte a riconquistare alla Francia la neonata Repubblica di Haiti. Nel 1802 della malattia si sapeva poco e si sapeva nulla dei virus.

Non si sospettava ancora che il vettore fosse la zanzara che quasi un secolo dopo sarebbe stata classificata come Aedes aegypti. Si sapeva che l’epidemia aveva infierito quaranta anni prima a Philadelfia e ricompariva, con diversa virulenza ma con una costanza preoccupante, qua e là sul continente americano, da San Salvador di Bahia alla Nouvelle Orléans. Alcuni medici ne attribuirono l’origine agli schiavi che avevano portato la malattia dall’Africa, altri erano convinti che derivasse da una scimmia platirrina, originaria del Nuovo Mondo. Che l’epidemia si presentasse un po’ dappertutto non bastò a impedire che si formasse la convinzione che il luogo di diffusione fossero le Antille e in particolare Haiti. Non c’era stata una recrudescenza proprio a New Orléans, dove si erano raggruppati in maggior numero i creoli venuti via da Haiti per sfuggire agli eccessi della rivoluzione? Curiosamente, ma forse non troppo, il calco di pensiero si è ripetuto quasi identico nei primi tempi dell’insorgenza della sindrome di immunodeficienza acquisita. Anche  per l’origine dell’Hiv si parlò di Africa e di scimmie, ma soprattutto si raccontò di due haitiani che sarebbero stati all’origine della diffusione del male. (more…)

Stragi d’Italia. La memoria di un cittadino di serie B

gennaio 16, 2010
CHIARA BERIA DI ARGENTINE
Certi giorni mi sento un cittadino di serie B. Non ho neanche il diritto -ammesso che lo avessi voluto- di perdonare i colpevoli». Brescia, via Crispi 2. Nel suo studio al secondo piano della palazzina, sede della «Casa della Memoria», fondata nel 2000 dall’Associazione dei familiari uccisi nella strage di piazza della Loggia (28 maggio 1974, 8 morti, 105 feriti) il presidente Manlio Milani che, quel tragico giorno, vide il corpo straziato della giovane moglie, Livia Bottardi, un’insegnante di 32 anni e di alcuni suoi carissimi amici, cede solo per un attimo alla commozione. «Avevamo grandi progetti. Livia voleva andare a insegnare per un periodo in Sud America; io, operaio all’azienda elettrica, volevo prendere un’aspettativa e seguirla». Un’altra vita, altre speranze, un’altra Italia.

Trentasei anni dopo mentre a Roma si discute di «processo breve», di maggiori diritti della difesa e -ultimo must- della sentenza 333 della Consulta (riapertura dei termini in caso di nuove contestazioni del pm) scritta a dicembre dal giudice Giuseppe Frigo, l’avvocato bresciano che- curioso contrappasso- è stato per anni nel collegio di parte civile nei vari gradi di giudizio (tutti conclusi senza condanne) sulla strage, a Brescia la ricerca della giustizia sembra non avere mai fine. Quale diritti hanno le vittime? Sono 5 gli imputati nel dibattimento di 1° grado in Corte d’Assise della quinta istruttoria su piazza della Loggia. Iniziato nel novembre 2008 al processo, giovedì, è andata in scena l’udienza numero 87: l’interrogatorio del teste Giusva Fioravanti, ex terrorista dei Nar. (more…)

La Cassazione conferma 16 ergastoli: a Gomorra la rivincita della giustizia

gennaio 16, 2010

di Roberto Saviano

Sull’ultimo foglio riposto in cima ai faldoni degli inquisiti che subiscono una condanna appare la seguente dicitura: Fine pena. E dopo due punti, l’anno in cui verranno scarcerati. Per i boss storici dei Casalesi, Francesco “Sandokan” Schiavone, Francesco Bidognetti ci sarà scritto: fine pena mai. La camorra non è imbattibile. La Corte di Cassazione ha confermato le condanne. Dopo 11 anni si è chiuso il più grande processo di mafia, paragonabile solo al maxiprocesso di Palermo istruito da Falcone e Borsellino negli anni ’80. Per lo Stato italiano ora è definitivo: esiste il clan dei Casalesi, esistono i loro affari i boss. È una vittoria. Tre gradi di giudizio, la parola dei pentiti è confermata dalle indagini. Fino alla fine i boss e i loro collegi difensivi hanno sperato che la Cassazione annullasse il secondo grado, ma non è andata così.

Quando è arrivata la notizia, è come se vent’anni mi fossero d’immediato passati negli occhi. Nel corpo un’emozione strana, come di rabbia e di amaro sollievo al contempo. Il pensiero va a coloro che quando parlavi di camorra dicevano che esageravi. Agli imprenditori che hanno fatto affari con il clan. Ai politici che hanno acquisito caratura nazionale grazie al potere e ai favori del clan, ai giornalisti che flirtavano con le organizzazioni divenendone portavoce. Il pensiero va a quando pronunciare la parola camorra era impossibile, a quando nessuno voleva saperne della realtà mafiosa del casertano. Ma il pensiero va anche a tutti coloro che hanno resistito. Il pensiero va ai giudici che hanno lavorato contro i casalesi, dai pm Federico Cafiero De Raho a Franco Roberti, da Lucio Di Pietro, Francesco Greco, Carlo Visconti, Francesco Curcio e poi Raffaele Cantone, Raffaello Falcone, Antonello Ardituro e Lello Magi. (more…)

«Vi racconto quando i nazisti facevano festa nella mia Parigi»

gennaio 15, 2010

Guido Caldiron
Un pugno di giorni che scorrono nella ricerca continua di un equilibrio tra la vita e la morte, tra l’orrore della guerra e della repressione nazista e i fasti decadenti di un’armata di occupanti che condivide i riti della buona società locale. E’ tra il giugno e l’agosto del 1944, tra lo sbarco degli alleati in Normandia e la liberazione di Parigi, che si svolge la vicenda descritta ne Il corpo nero , l’ultimo romanzo di Dominique Manotti che esce in questi giorni per Tropea (pp. 288, euro 16,50). Sullo sfondo della capitale occupata, una ex prostituta ora diva del cinema e amante di un gerarca nazista, Dora Belle e Domecq, spia gaullista infiltrata nella Buoncostume, sono i protagonisti di un noir implacabile che racconta però, come sempre nei romanzi di Manotti, un intero mondo di violenza e la sua possibile redenzione.

Il titolo del suo libro fa riferimento al “nero” delle divise delle Ss e al ruolo che questo “corpo” politico-militare del Terzo Reich ebbe nell’occupazione della Francia e in particolare di Parigi. Si ha però l’impressione che a interessarla davvero sia però soprattutto la “zona grigia” di chi non si schierò apertamente contro l’occupante o scelse addirittura di collaborare con i nazisti. Come stanno le cose?
Effettivamente all’origine del libro c’è proprio il mio interesse per i rapporti che intercorsero tra molti francesi e il “corpo nero” delle Ss. Si deve infatti considerare che nel 1944 c’erano quasi duemila agenti francesi della Gestapo e circa trentamila ausiliari inquadrati militarmente dai nazisti. Perciò quando mi sono messa a scrivere avevo in mente due cose. Da un lato l’idea che in Francia si era sviluppato fin dal 1936, nel periodo del Fronte popolare, un forte conflitto sociale che sarebbe durato più o meno fino alla liberazione e che, all’interno di questo clima di scontro sociale, una parte della società francese aveva scelto nettamente il proprio campo: quello dell’ordine e della reazione che si sarebbe poi incarnato nel progetto totalitario dei nazisti. Dall’altro la considerazione che, anche per questo, il nazismo deve essere considerato come un fenomeno europeo e non soltanto tedesco. (more…)

DIO BONINO! – NON DITE AI CATTO-PD CHE NEL GIUGNO ’95, EMMA EQUIPARAVA IL VATICANO AI TALEBANI!

gennaio 15, 2010

ASSEMBLEA DEI 1000: INTERVENTO DI EMMA BONINO
Intervento di Emma Bonino all’Assemblea dei mille – http://www.emmabonino.it/speeches/2760

Roma, Hotel Ergife – 19 giugno 2005

Care amiche, cari amici,
………
E’ uscito un librettino, credo di Eugenia Roccella e di un’altra di cui non ricordo il nome, che si chiama credo: “Contro il Cristianesimo” la cui tesi, alquanto bizzarra ma preoccupante, è che il vero dramma delle Nazioni Unite è che stanno promuovendo l’aborto, la contraccezione, nonché la salute riproduttiva e i diritti sessuali. Ohibò, insomma, l’Africa muore perché le Nazioni Unite promuovono la legalizzazione dell’aborto.

Ma qualcuno ha mai messo piede in Africa? Forse Eugenia ce la devo portare. In Africa, oltre che non sacralizzare gli embrioni per ragioni che sono evidenti, in realtà si muore di parto, si muore di Aids, il problema dell’Africa non è francamente l’aborto, il problema dell’Africa è che manca esattamente tutto il resto, manca persino la consapevolezza e la pratica di questi diritti, del rispetto delle persone eccetera.

E vi assicuro che quando si arriva a teorizzare, a scrivere, a documentare una tesi di questo tipo, io non la prenderei sotto gamba, perché questo è in fondo, anche la spia di come in generale e molti, abbiano perso la trebisonda, per cui il problema dell’Africa è che si fanno troppi aborti. (more…)

PIÙ AVVOCATI, PIÙ CAUSE

gennaio 15, 2010

In Italia abbiamo il più alto numero assoluto di cause e i tempi della giustizia più lunghi d’Europa. Anche il numero degli avvocati è letteralmente esploso negli ultimi venti anni. E se non c’è competizione sulle tariffe, alcuni di loro possono pensare di sfruttare il vantaggio informativo nei confronti del cliente, inducendolo a ricorrere al tribunale anche nei casi in cui non sarebbe necessario né efficace. Per questo preoccupa che nel progetto di riordino della professione forense compaia la reintroduzione delle tariffe minime.

Il disegno di legge sul riordinamento della professione forense all’esame delle Camere e i progetti di riforma della giustizia hanno riportato d’attualità il dibattito sullo stato e i problemi dell’organizzazione della giustizia e delle professioni legali in Italia. Le statistiche europee del Cepej (European Commission for the Efficiency of Justice, Councile of Europe, ) confermano che l’Italia ha il più alto numero assoluto di cause, sia pendenti che aperte, e i tempi della giustizia più lunghi in Europa.

LA MOLTIPLICAZIONE DEGLI AVVOCATI
 
Nel 2006, ad esempio, ci sono state 4.809 nuove cause ogni 100mila abitanti, contro le 2.672 in Francia e le 1.342 in Germania. Nello stesso anno, la durata media di una causa civile in primo grado era di circa 507 giorni, contro i 262 della Francia. Negli ultimi mesi, i quotidiani hanno dato molto risalto anche al numero degli avvocati in Italia: secondo lo stesso Consiglio nazionale forense, alla fine del 2008, ben 198.041 avvocati erano iscritti agli ordini italiani, e la cifra sarebbe oggi intorno ai 230mila. Un vero e proprio esercito di professionisti che fronteggia ogni giorno nelle aule di tribunale un numero di magistrati che, in confronto, appare sparuto: alla fine del 2008 i magistrati giudicanti italiani erano 4.503, con il più alto rapporto avvocato/giudice (circa 44) in Europa. In Italia esercitano 290 avvocati ogni 100mila abitanti, mentre in Germania ne esercitano 168, in Francia 76 e in Gran Bretagna solamente 22. Altrettanto noto è il confronto internazionale secondo il quale nei soli ordini professionali di città come Roma o Napoli esercita un numero di avvocati comparabile a quelli che operano in tutta la Francia o il Regno Unito. Forse meno noto è il fatto che, mentre il numero dei magistrati giudicanti è rimasto praticamente lo stesso negli ultimi venti anni, ed è addirittura più basso di quello del 1999, il numero degli avvocati è letteralmente esploso: i soli avvocati iscritti alla cassa forense (e dunque presumibilmente quelli attivi) sono più che triplicati in vent’anni, passando dai circa 42mila nel 1990 agli 83mila nel 2000 e diventando alla fine del 2008 circa 144mila.
Non è probabilmente sorprendente che, almeno a partire dal 2000, esista una significativa correlazione tra il numero delle cause civili e il numero degli avvocati attivi nei diversi tribunali italiani, come emerge dalla figura 1. Del resto è naturale che un più alto numero di professionisti operi laddove il tasso di litigiosità, e dunque la domanda di servizi legali, è più alto. (more…)

Mehdi Khalaji ci racconta l’arresto del padre ayatollah

gennaio 15, 2010

In Iran non esistono più intoccabili. Il 12 gennaio quattro agenti del ministero dell’Intelligence hanno fatto irruzione nella casa dell’ayatollah Mohammed Taqi Khalaji a Qom e lo hanno arrestato. Vicino alle posizioni dei grandi ayatollah Montazeri e Sanaei e all’ex presidente Mohammed Khatami, Khalaji ha vissuto da protagonista la rivoluzione del 1979. “Agitatore di folle”, ospite frequente delle prigioni dello scià, Khalaji è stato un fedele interprete del verbo khomeinista. Il giorno del gran ritorno dell’imam a Qom fu lui ad accoglierlo in trionfo a nome della cittadinanza. Oratore carismatico, Khalaji non ha mai ricoperto incarichi pubblici. In questi mesi ha spesso invocato clemenza nei confronti dei manifestanti e considerazione per le loro istanze. (more…)

Libano: per la pace e per Unifil il cammino è ancora lungo

gennaio 15, 2010

CONVERSAZIONE CON il generale Claudio Graziano, alla fine del suo mandato a capo di Unifil. L’eredità lasciata al collega spagnolo. L’impegno nel mantenere il cessate il fuoco

Un consuntivo di comando positivo. Al quartier generale di Naqoura, nel sud del Libano, vicino alla Blue Line, la linea armistiziale che divide questo paese da Israele, fervono i preparativi per il passaggio di consegne dal comandante italiano a quello spagnolo. Il generale Claudio Graziano, a guida della missione di forza di pace Unifil sarà, infatti, sostituito a fine gennaio dal collega Alberto Asarta Cuevas. “Due anni di comando durante i quali si sono fatti sensibili progressi per la pace, ma il cammino è ancora lungo” dichiara Graziano.

DOMANDA: Generale come è cambiato il Libano con la presenza di Unifil 2, che lei guida dal 2007?

GRAZIANO: “Unifil è presente in Libano dal 1978 e dal 2006 c’è Unifil 2 perché è cambiato il mandato, è cambiata la missione. Il Libano, non solo il Sud, è oggi molto diverso e i cambiamenti sono stati enormi non solo per la ricostruzione delle case o la rimozione delle cluster bombs, ma soprattutto per il fatto che, fino al 2006, l’esercito libanese era rimasto ai margini del sud del Libano, e che quest’area non era sotto la sovranità nazionale. Adesso dove prima c’erano le milizie, c’è la legalità. Un altro cambiamento importante è stato la mantenuta cessazione delle ostilità tra il Libano e Israele. Adesso si sta profilando la possibilità di muovere dalla cessazione delle ostilità al cessate il fuoco”. (more…)