Archive for gennaio 2010

IL TESTO INTEGRALE DEL BOMBASTICO INTERVENTO DI LUCA JOSI ALLA SERATA CRAXIANA DI IERI SERA

gennaio 15, 2010

Vi racconterò la storia di questo filmato.
Sono stato l’ultimo segretario dei giovani del PSI di Craxi.

Ci mettemmo a difendere una storia non nostra perché sapevamo ci sarebbe ricaduta in testa e soprattutto pensavamo che se sei così pessimista da non voler difendere il tuo futuro non puoi essere, contemporaneamente, così ottimista da sperare che qualcuno lo faccia al posto tuo.

Così alla fine appare sempre che siano i buoni a vincere. Non perché lo siano per davvero ma perché vincendo, e scrivendosi, la storia, lo diventano.

Come si trasforma l’uomo con la x nel mezzo nel bersaglio di tanto odio?
Come diventa la discarica dei sensi di colpa, la presa a terra per ogni male di un’intera repubblica?

Partiamo innanzitutto da com’era? Una sera, abbastanza buia e tempestosa, mi regalò un quadernetto.
Erano i suoi pensieri di studente universitario, diciannovenne. (more…)

LA VERSIONE DI DELL’UTRI

gennaio 15, 2010

TUTTE LE MINCHIATE DI CIANCIMINO JR.: QUANDO NON CONFONDE LE DATE, O I MINISTRI, O I DEPUTATI COI SENATORI, CI PENSANO I PENTITI CORLEONESI E QUELLI DELLA VECCHIA MAFIA (E PERSINO GELLI) A SMENTIRLO: DA GLADIO A USTICA, DAL SEQUESTRO MORO AL PATTO DELL’UTRI-PROVENZANO, FINO AGLI EX NAR PER L’OMICIDIO MATTARELLA, ECCO TUTTE LE MEGABALLE DEL FIGLIO DI DON VITO…

Gian Marco Chiocci per il Giornale 

Per non rischiare di perdersi nei labirinti dietrologici del Ciancimino-pensiero occorre una premessa: il figlio di don Vito, sindaco mafioso di Palermo, dopo aver cominciato a parlare con i pm delle stragi di mezza Italia, recentemente s’è visto dimezzare in appello la pena incassata in primo grado al processo che lo vede imputato per aver riciclato il presunto tesoro di Cosa nostra.

Sull’attendibilità delle sue dichiarazioni c’è ampio dibattito, specie ora che col deposito dei suoi 22 verbali ha allargato il tiro partendo della conoscenza decennale fra Dell’Utri e Provenzano (sic!) e finendo al caso Moro dopo esser passato per Ustica e Licio Gelli. Molti dei riferimenti del giovane Ciancimino sono smentiti dai riscontri. Ecco una sintesi.

«Sicuramente il Dell’Utri ha gestito i soldi che appartenevano sia a Stefano Bontade che a persone loro legate».

Accuse già smentite, con riferimento anche alle parole dell’imprenditore Rapisarda sui soldi scambiati a Milano con Bontade nella primavera del ’74. Al processo è stato però documentato come Bontade, in quel periodo, non si era mai mosso da Cannara, vicino Perugia, dov’era al soggiorno obbligato (l’unico sgarro lo pagò con l’arresto in autostrada) così come mai poteva esser presente allo stesso scambio il boss Teresi di cui ha parlato il pentito Di Carlo e per altri versi il pentito Cucuzza.

L’obiettivo segreto dei pm è quello di riaprire il filone sul riciclaggio a carico di Dell’Utri (compreso nel procedimento 6031/94) puntando sulle novità «finanziarie» raccontate da Spatuzza e Ciancimino. (more…)

Clément: il ’68 pro e contro

gennaio 15, 2010
Il 1968 è un anno delicato nella vita di Olivier Clèment. Ma il 1968 o il ’68, come si dice più rapidamente, è divenuto una categoria politologica, se non dello spirito. Jean-Pierre Le Goff ricordava, trent’anni dopo quegli avvenimenti, che di fronte a un conflitto sociale ancora si dice: andiamo verso un nuovo ’68? Gli avvenimenti del 1968 rappresentano in Francia, in Europa, nel mondo cristiano, qualcosa che scuote in profondità quegli equilibri di visioni e di pensieri come si erano assestati con il 1945, la fine della seconda guerra mondiale.

Non si tratta qui di richiamare lo sviluppo del ’68 in Francia e in Europa. Su questo tema esiste una vastissima bibliografia e memorialistica, anche perché se ne discute ogni anniversario come di una storia che non passa. Olivier Clément non solo ha scritto sul ’68, ma ha vissuto quelle vicende con un travaglio esistenziale profondo in rapporto con i giovani. (more…)

Guccini ci ripensa, Dio non è morto anzi si sente bene

gennaio 15, 2010

Dio è morto, scritta da Francesco Guccini nel 1965, incisa dai Nomadi nel ’67, è una delle canzoni simbolo degli anni Sessanta. La Rai, di fronte a un brano che citava Nietzsche nel titolo, passò direttamente alla censura pensando di essere incappata in un esempio di blasfemia. Proprio per evitare problemi, la prima stampa aveva nel titolo un prudente punto interrogativo, e un sottotitolo fra parentesi Se Dio muore è per tre giorni e poi risorge. Al contrario la Radio Vaticana, meno bacchettona dell’emittente di Stato, lo trasmise, e un aneddoto vuole che Papa Paolo VI in persona mostrò di apprezzarlo. Nel frattempo Dio è morto si avviava a diventare un inno della contestazione e del movimento studentesco. Chi aveva ragione? La radio pontificia o i ragazzi con l’eskimo? Entrambi. Guccini invitava al cambiamento ma tutto sommato lo faceva esaltando «valori umani e naturaliter cristiani» come ha scritto l’Osservatore romano. Un mondo, quello del cantautore, lontano dagli eccessi dell’epoca, come egli stesso oggi testimonia. (more…)

Pio XII e quei rapporti segreti delle Ss: “Il Vaticano aiuta gli ebrei a scappare”

gennaio 15, 2010

“Pio XII appoggia gli ebrei. Deve essere stato un ottimo segretario di Stato, eppure da Papa tende a fuggire le sue responsabilità”. È il 1941, un anno cruciale per la Seconda guerra mondiale. E i rapporti segreti che da Roma, copiosi e preoccupati, giungono via via sul tavolo del ministro degli Esteri del Terzo Reich, Joachim von Ribbentrop, danno un quadro molto netto della figura di Pacelli pontefice. Il Papa sostiene gli ebrei – ammettono i telegrammi e le relazioni che gli agenti nazisti infiltrati nelle mura della Santa Sede inviano a Berlino – ma la sua azione pontificale è in generale timorosa.

Per comprendere pienamente l’operato di Pio XII forse non è necessario aspettare – quando mai avverrà – l’apertura dell’Archivio vaticano. I tedeschi, già allora, avevano inquadrato Pacelli in modo perfetto. In attesa che le stanze contenenti la parte documentale del suo pontificato diventino accessibili, Repubblica ha intanto fatto l’operazione inversa ed è andata a cercare le carte su Pio XII da poco disponibili in alcune biblioteche in Germania, presso il ministero degli Esteri federale, all’Archivio dell’ex servizio segreto comunista a Berlino, in fondazioni private e archivi personali. Decine di pagine, per ora, che possono aiutare a definire in modo più ragionato e sereno la complessa figura di un Papa che, a settant’anni dal suo pontificato, continua a far discutere. (more…)

“Tourbook. Fabrizio De André 1975/98”

gennaio 15, 2010

Tourbook” è il libro che ha riportato sulla scena italiana Fabrizio De Andrè. Pagine che narrano le tournee del famoso cantante italiano attraverso schizzi originali per l’allestimento dei palchi, giornali dell’epoca e tourbook (manoscritti e documenti originali di ogni tour).

 L’autrice, Elena Valdini (che per la giovane età non ha mai potuto partecipare ad un concerto di De Andrè), ha girato per l’Italia per intervistare tutti coloro che avevano avvicinato il musicista, negli anni dal 1975 al 1998, da quel primo debutto ‘mito’ alla Bussola di Bernardini il 15 marzo 1975 cui seguì il bagno di folla a Piazza Navona a Roma il 3 giugno dello stesso anno, fino all’ultima del 1998.

Un racconto illustrato in cui spiccano le voci di coloro che palco dopo palco hanno collaborato con De Andrè in oltre vent’anni di concerti: dai produttori (come Adele Di Palma, Bruno Sconocchia e Maurizio Salvadori) ai musicisti (da Mark Harris a Michele Ascolese, da Pier Michelatti a Giorgio D’Adamo); e ancora i tecnici del suono e delle luci, i supporter (come Eugenio Finardi nella prima tournée del 1975/‘76) e gli artisti circensi che sempre più De André ha voluto con sé sul palco durante le esibizioni degli anni Novanta. (more…)

” Amato: Teheran non s’addice ai filosofi “

gennaio 15, 2010

Una difesa della filosofia, poiché per dirla con Gorgia la parola è un signore potentissimo, e una difesa della democrazia. Anche in Iran. Giuliano Amato ha preso carta e penna e ha scritto una lettera all’Unesco perché non si tenga a Teheran, proprio a Teheran, la Giornata mondiale della Filosofia. In calce all’appello, perché di questo si tratta, anche la firma di Ramin Jahanbegloo, filosofo iraniano e intervistatore prediletto di Isaiah Berlin, di cui in Italia si può leggere il pamphlet Leggendo Gandhi a Teheran (Marsilio), che già nel titolo rivela il profilo di musulmano «fante di pace», come di lui dice proprio Amato. Da ex presidente del Consiglio, da padre nobile della sinistra riformista non solo italiana, da docente di casa nelle università d’oltreoceano, l’attuale presidente della Treccani avrebbe potuto rivolgersi direttamente alla Farnesina, e creare un caso politico. Il che avrebbe probabilmente aperto il fianco alle inesauste polemiche sulle inanità politiche che accompagnano gli organismi multiculturali e multilaterali sin dalla Società delle Nazioni, senza raggiungere lo scopo. (more…)

Kosovo tra reale e virtuale

gennaio 15, 2010

E’ stato recentemente nominato facilitatore per l’Unione Europea nel nord del Kosovo. E’ l’ambasciatore italiano a Pristina Michael L. Giffoni. Lo abbiamo incontrato perché ci spiegasse il senso di questo nuovo incarico

Lei è stato recentemente nominato facilitatore dell’Unione Europea per il Kosovo settentrionale. Che cosa comporta esattamente questo ruolo?

Occorre precisare che non si tratta di una vera e propria nomina, bensì di un incarico ad personam voluto dal Consiglio UE data la mia personale conoscenza dei Balcani occidentali e dei meccanismi comunitari. Il tutto è stato reso possibile da uno scambio di lettere avvenuto tra l’Alto Rappresentante per la PESC Solana e il governo italiano, decisione ratificata dal Comitato Politico e di Sicurezza dell’UE a fine ottobre dello scorso anno.

L’obiettivo è quello di accrescere la visibilità e la credibilità dell’UE nel nord del paese, dove attualmente è difficile operare a livello politico senza tenere conto della complessità del contesto. Tale complessità della situazione politico-istituzionale a nord dell’Ibar è dovuta principalmente al fatto che la comunità serba non si riconosce nelle istituzioni della Repubblica del Kosovo, di cui tuttavia geograficamente ed istituzionalmente fa parte. Ma è anche uno degli elementi principali della complessità generale, ed in un certo senso paradossale, del Kosovo attuale, caratterizzato dalla compresenza di più livelli di realtà e virtualità.

Da un lato ci sono le istituzioni della Repubblica del Kosovo, riconosciute da parte della comunità internazionale con un processo di consolidamento decisamente avviato che consente loro di esercitare una sovranità sul territorio sostanzialmente piena, anche se incompleta per alcuni aspetti. Tali aspetti di incompletezza sono legati alla Risoluzione 1244, formalmente ancora vigente in Kosovo, ma presente si potrebbe dire in maniera virtuale, perché non più in linea con la situazione reale sul terreno. Allo stesso tempo, parte della comunità serba, in proporzione decisamente schiacciante nel Nord ma non più preponderante nelle enclaves nel resto del paese, non si sente parte di tale contesto istituzionale statale.

Sono almeno tre livelli di realtà (e virtualità) che bisogna cercare di rendere sempre più vicini e contigui per poterci avvicinare ad una soluzione senza conflittualità: questo penso sia il compito della comunità internazionale, ed in particolare dell’Unione Europea. (more…)

Nigeria, questione d’onore e di religione

gennaio 15, 2010

Il fallito attentato di Natale sul volo Delta Amsterdam-Detroit, ha spostato l’attenzione dei media e dell’intelligence sullo Yemen, ma anche sulla Nigeria. Se nella penisola arabica, il governo di Sana’a ha dei buoni motivi di sentirsi addosso lo sguardo d’occidente per sconfiggere i nemici comuni, lo stesso non avviene nel paese africano dove non è stata accettata di buon grado la decisione della Us Transportation Security di inserire anche la Nigeria nella lista dei 14 Stati i cui cittadini saranno sottoposti a controlli particolari in caso di visita negli Usa.

La ‘Mutallabizzazione’. In Nigeria, come in nessun’altra parte del mondo, lo scontro religioso tra musulmani e cristiani è sempre pronto a esplodere. Con una popolazione di 150 milioni di abitanti, 400 etnie e lingue differenti, la nazione sub sahariana è spaccata a metà: a nord, i dodici stati federali in cui vige la Sharia, a sud la maggioranza cristiana che nulla vuole avere a che fare con i “fratelli” musulmani. Subito dopo il fallito attentato, i cristiani hanno preso immediatamente le distanze e si oppongono fermamente alla “Mutallabizazione” della Nigeria da parte dell’Occidente. “Noi non c’entriamo nulla con gli Hausa Fulani (ndr l’etnia di cui farebbe parte l’attentatore Farouk Abdul Mutallab): sono una razza bastarda mischiata con quella araba. Terrorizzano il mondo, ritengono l’educazione peccaminosa e odiano la civilizzazione. Mi meraviglio che facciano ancora parte della razza umana”, scrive un blogger sul suo diario in internet. (more…)

CARTOLINE DA MOSCA

gennaio 15, 2010

Come una fiera del già visto, la Russia del 2010. A cominciare dallo spirito dei tempi, che di giorno in giorno si configura sempre più secondo la formula apparsa sulla stampa intorno al 2006 «ortodossia, autarchia, redditività», parafrasi parodistica della triade «ortodossia, autarchia, nazionalità» che a suo tempo, nel 1833, il ministro dell’istruzione Uvarov sciorinò come i valori guida della Russia zarista. Cocktail quindi di pruriti reazionari di stampo ortodosso, neonazionalismo emerso dalla psiche collettiva affetta da sindrome post-imperialista con tutti i traumi, i complessi e le patologie del caso, e da un concentrato di consumismo avanzato, nevrotica compensazione delle privazioni sofferte in epoca sovietica.
Con la differenza che è cambiata, poco prima delle ultime elezioni (quelle presidenziali prima, quelle della Duma poi), la rappresentazione che danno i media e la cultura ufficiale, e quindi il potere che li controlla, della terza componente, cioè di quel fenomeno che va sotto il doppio nome di gljanec, il mondo del patinato legato all’immaginario prodotto dalle riviste di moda, e di glamùr, pronunciato alla russa.
Vincenti e perdenti
A elevare il lusso russo a materia letteraria ci aveva pensato nel 2005 Oksana Robski che con il suo primo romanzo Casual (uscito l’anno scorso in italiano da Mondadori sotto il titolo Nessun rimorso) aveva sancito il mito della Rublëvka, l’oasi della ricca borghesia a pochi chilometri da Mosca. Più tardi Viktor Pelevin, nella sua raccolta di novelle P5 (2008), ha rilevato i primi segnali del cambiamento: immagina che sotto la Rublëvka venga allestito un bordello d’élite con tanto di cariatidi viventi e canterine. Uno degli organizzatori del progetto spiega alle ragazze reclutate il motivo della segretezza dell’operazione: «Ci stiamo lavorando per bene l’opinione pubblica. Si sta affermando il punto di vista che nel sistema di valori dell’oligarca contemporaneo al primo posto ci sia la famiglia, al secondo l’istruzione dei figli all’estero, al terzo gli ideali della chiesa ortodossa, e che la trasgressione non sia più di moda». (more…)

Tra Auschwitz e Gerusalemme

gennaio 14, 2010

Il sionismo, la Shoah e lo Stato d’Israele

di Anna Foa

“Senza la Shoah, lo Stato d’Israele non sarebbe mai nato”. Questo stretto nesso causale fra lo sterminio degli ebrei d’Europa e la fondazione dello Stato d’Israele è divenuto un assioma accettato da studiosi e gente comune, ebrei e non ebrei, religiosi e laici, politici di diverse parti. I palestinesi lo hanno adottato per dimostrare di essere stati sacrificati al senso di colpa dell’Europa, la leadership israeliana per fare della fondazione dello Stato il momento del riscatto politico del popolo ebraico, gli storici post-sionisti per mettere sotto accusa l’utilizzazione della Shoah e della sua memoria fatta da Ben Gurion e dall’élite laburista.
Questo libro di Georges Bensoussan (Israele, un nome eterno. Lo Stato d’Israele, il sionismo e lo sterminio degli Ebrei d’Europa, Torino, Utet 2009, pagine 203, euro 22) – uno dei più noti studiosi di sionismo dei nostri giorni, autore fra l’altro di una voluminosa storia politica e intellettuale del sionismo, recentemente tradotta da Einaudi – si propone di mettere in discussione e di demolire criticamente questo assunto, proponendo un’interpretazione nuova e originale, secondo cui il processo che ha reso la Shoah il maggior pilastro dell’identità israeliana non si è realizzato senza comportare una modifica radicale dei presupposti stessi su cui si basava lo Stato alla sua nascita. (more…)

Chopin si racconta in un affresco dell’Ottocento

gennaio 14, 2010
È vissuto poco, ma intensamente. Frederic Chopin è morto a 39 anni nel 1849. Ma ha fatto in tempo a segnare un’epoca e quell’epoca esce in tutta la sua brillantezza da un’insolita biografia del compositore polacco di origini francesi. A scriverla è Piero Rattalino, pianista, saggista e critico musicale, che ha tratteggiato un volume in cui Chopin si racconta come se fosse un’autobiografia. Non per niente s’intitola «Chopin racconta Chopin» (Laterza, pp.284, euro 16) ed è costruita sulla base delle lettere che il musicista, scomparso e sepolto a Parigi, inviò alle molte persone con le quali intrattenne rapporti di amicizia, affetto e lavoro. (more…)

Emendamento sul reato di corruzione, ecco l’asso segreto per salvare Silvio

gennaio 14, 2010

di Giuseppe D’Avanzo

PER  comprendere le mosse di Berlusconi bisogna chiedersi qual è la via più diretta che può salvarlo subito dai processi in attesa che, dopo le elezioni, ritorni la quiete politica indispensabile per la riforma delle immunità parlamentari, il salvacondotto per il futuro. Berlusconi, si sa, “ha riflessi costanti, non tollera le vie mediate, sceglie d’istinto la più corta, come il caimano quando punta la preda”.
 
La diagnosi di Franco Cordero torna utile per raccapezzarci in queste ore che vedono accumularsi e sovrapporsi iniziative legislative, disegni di legge, decreti con forza di legge, progetti di riforma costituzionale con “la sospensione per la durata del mandato del procedimento” per tutti i parlamentari. Il presidente del Consiglio ha in mano molte carte da giocare: il processo breve al Senato (cancella i suoi processi); il legittimo impedimento alla Camera (introduce una norma temporanea che consente il rinvio del processo del Cavaliere, in vista dell’approvazione della riforma costituzionale); tre decreti passepartout (milleproroghe, trasferimenti d’ufficio dei magistrati, piano carceri) che possono ospitare, last minute, l’asso (o gli assi) che nasconde nella manica. La strategia del Cavaliere è sempre camaleontica. Vive di nebbia, svolte, diversivi, doppie intenzioni, falsi bersagli. Era forse una mossa deviante il decreto legge che avrebbe bloccato i processi per novanta giorni. È certo una frottola che quel decreto fosse utile per affrontare in serenità la campagna elettorale delle Regionali (figurarsi, il Cavaliere dà il meglio di sé nel ruolo della vittima di complotti inesistenti). Bisogna dunque guardare altrove e porsi sempre la stessa domanda: qual è la trovata che “disarma il nemico” e chiude ora e in modo definitivo la partita più vicina, rognosa e segnata, cioè il processo Mills? (Il capo del governo è accusato di aver pagato il testimone David Mills, già condannato in primo e secondo grado; è un processo segnato perché, come dice l’avvocato inglese, è “assurdo e illogico che uno sia condannato e l’altro assolto”. È vero, perché la corruzione si consuma in due: se c’è un corrotto, Mills, ci deve essere anche un corruttore, Berlusconi). (more…)

L’isola degli ultimi

gennaio 14, 2010

di Sergio Romano

Vi sono sventurati Paesi che soffrono di una pericolosa contraddizione. Per la loro posizione geografica suscitano l’interesse delle grandi potenze e diventano rapidamente una posta nel gioco delle loro rivalità e delle loro ambizioni. Ma sono troppo piccoli e fragili per valorizzare questo patrimonio naturale a proprio vantaggio. Haiti, colpita ieri da un terremoto disastroso con migliaia di vittime (la foto che pubblichiamo è l’emblema di un dolore che ci commuove), appartiene a questa infelice categoria. Collocata a metà strada fra Cuba a Puerto Rico, l’isola divenne sin dal Seicento un crocevia di pirati e un buon approdo per le flotte delle due potenze, la Spagna e la Francia, che si disputavano in quel momento il controllo dei Caraibi. Qualche avventuroso colono europeo creò le prime fattorie agricole e importò schiavi per la lavorazione del tabacco, del caffè e dello zucchero. Amministrata per una parte dalla corona francese e per l’altra dalla corona spagnola, l’isola divenne molto ricca, ma presentò subito una caratteristica sociale e demografica che avrebbe pesato lungamente sul suo sviluppo: una piccola élite di proprietari bianchi, spesso spregiudicati e rapaci, una grande massa di schiavi neri importati dall’Africa e, con il passare del tempo, una fascia intermedia di mulatti che potevano essere in qualche caso peggiori dei padroni bianchi. (more…)

CODICI AFRICANI

gennaio 13, 2010

L’Africa, da sempre al centro del mercato globale, ne mostra in modo inequivocabile e di lungo periodo la strutturale violenza. Storicamente il continente nero pendola fra l’essere preda di una caccia pure e semplice e l’essere in vendita; a volte più smaccatamente oggetto di saccheggio violento, a volte vittima di scambi di «libero» mercato condotti in un contesto di forze impari.
Per questo suo passato, che è anche il presente, l’Africa è osservatorio privilegiato per chi voglia cogliere dinamiche e tendenze globali. Nel continente africano, infatti, possiamo osservarle dalla prospettiva dei veri perdenti dei processi sociali, evitando così il peccato mortale dell’analisi accademica dominante che, schierandosi con i vincitori, altro non produce che retorica giustificazionista. Inoltre, l’«Africa nera», proprio a causa del perenne saccheggio, è stata ridotta ad una tale situazione di minorità da esser divenuta ingenua come un fanciullo e poter essere interrogata quindi con successo da chi voglia conoscere scheletri nell’armadio del diritto che resterebbero tali in contesti più adulti e cinici. Che sappiamo del diritto in Africa? Che cosa possiamo imparare dalla sua osservazione?
Asimmetrie di potere
Qui si richiede qualche cautela. Il diritto è un’entità strutturalmente legata ai contesti in cui opera e viene elaborato e quindi, parlando di un continente, saranno probabili (ed infatti si verificano) significative variazioni storiche e geografiche. Tuttavia proprio come la storia dell’Africa è in fondo una storia globale (l’Africa è da sempre un mercato aperto) anche fra i vari sistemi statuali nazionali si verificano significative tendenze comuni, figlie di questa storia globale. Perciò risulta scientificamente legittimo parlare di diritto africano proprio nella stessa misura in cui lo è parlare di diritto europeo. (more…)

Il declino Usa, i superbonus e la Tobin tax

gennaio 13, 2010

di Mario Pianta, da “il manifesto”, 13 gennaio

Trentotto milioni di americani, uno su otto, sono in condizioni di povertà tali da ottenere i food stamps, un tesserino che permette di fare acquisti di cibi preconfezionati nei supermercati, per un valore medio di 133 dollari al mese a testa. Se consideriamo i bambini, la percentuale sale a un bambino su quattro: siamo a livelli da paese del terzo mondo. Sei di questi trentotto milioni (il 2%) vivono in famiglie senza alcuna entrata monetaria – né redditi da lavoro, né trasferimenti pubblici, pensioni, indennità di disoccupazione o altro – a parte i food stamps. Ogni giorno 20 mila nuovi americani ne fanno richiesta; negli ultimi due anni, per effetto della crisi, gli utilizzatori sono aumentati del 50%; il numero di chi non ha altri redditi è raddoppiato in Florida e, nella contea di Detroit, è arrivato al 4% della popolazione, secondo il New York Times del 3 gennaio scorso. Nel 2010 il governo federale spenderà 60 miliardi di dollari – meno del 10% degli stanziamenti straordinari per crisi finanziaria – per questo programma, che è l’unico strumento per affrontare le situazioni di povertà in un sistema di welfare ridotto all’osso.

Ora reggetevi forte: una torta di uguali dimensioni sta per essere divisa non tra i 38 milioni di americani più poveri, ma tra 100mila banchieri che saranno pagati per il 2009 mezzo milione di dollari a testa in media. Goldman Sachs pagherà ai suoi 28 mila dipendenti in media 595 mila dollari, in tutto 16,7 miliardi di dollari: un premio per uno degli anni con i più alti profitti della sua storia. JPMorgan darà ai suoi 25 mila addetti alla banca d’investimento 463 mila dollari in media, 11,6 miliardi di dollari complessivi, secondo il New York Times del 10 gennaio. Nell’insieme, le prime cinque banche americane nei primi nove mesi del 2009 hanno accantonato 90 miliardi di dollari per pagare stipendi e «premi aziendali» (bonus) a qualche centinaio di migliaia di dipendenti. Tutte e cinque hanno ricevuto dal governo enormi crediti di emergenza nella crisi del 2008; di fronte alle proteste di opinione pubblica e Congresso, ci sono stati tentativi di porre vincoli ai pagamenti stratosferici, e le banche hanno reagito rimborsando subito i prestiti ottenuti per essere di nuovo libere di distribuirsi compensi milionari. Alcuni top manager riceveranno decine di milioni di dollari, mentre i «poveri» impiegati mille volte di meno. (more…)

Somalia e Corno d’Africa tra crisi interne e conflitti internazionali

gennaio 13, 2010

Continuano a coesistere, nel Corno d’Africa, tre livelli di conflitto politico e militare, che si intrecciano e si aggravano reciprocamente. Ci sono conflitti interni ai singoli Stati, irrisolti conflitti regionali e, non da ultimo, il Corno d’Africa è una delle aree dove più grave appare in questo periodo lo scontro tra occidente ed estremismo di matrice fondamentalista.

Lo spazio somalo (2) è quello dove i tre livelli del conflitto in atto si manifestano con più gravità. La situazione della Somalia è obiettivamente disperata. Il comunicato del Programma Alimentare Mondiale (PAM) del 5 gennaio 2010 (3) nel quale si annuncia la sospensione delle operazioni umanitarie a causa delle minacce ricevute dai gruppi estremisti, rappresenta uno degli ultimi steps di una crisi all’apparenza senza vie di uscita, la cui gravità va valutata sia per le cause che hanno determinato la decisione del PAM e sia per le sue possibili conseguenze, per prevedere le quali è sufficiente ricordare che l’assistenza dell’agenzia per gli aiuti alimentari delle Nazioni Unite in questa regione era indirizzata a circa un milione di persone.

La “cronaca” somala della prima metà di gennaio del 2010 registra continui scontri tra truppe governative appoggiate dai peacekeepers panafricani e i gruppi di Al Shabaab che combattono contro  il governo federale di transizione guidato da Shek Sharif Shek Ahmed, ex capo dell’Esecutivo dell’Unione delle Corti Islamiche. (more…)

GIUDEOFOBIA MADE IN USA

gennaio 13, 2010

MENTRE L’ESERCITO AMERICANO COMBATTEVA IL NAZISMO UNA RICERCA SCOPRIVA I PREGIUDIZI DEGLI OPERAI DURANTE GLI ANNI DI GUERRa: IL 49,8% DEGLI INTERVISTATI ERA TOTALMENTE OSTILE agli ebrei – L’ANTISEMITISMO FUNGEVA DA VALVOLA DI SFOGO, TOGLIEVA “UN PESO DALLE SPALLE DEI LAVORATORI”…

Dino Messina per “il Corriere della Sera

«Quel che è successo in Germania è terribile, ma a Hollywood ce n’è una dozzina che mi piacerebbe veder liquidati». «Al giorno d’oggi l’ebreo è assai più di un individuo repellente, è un mercante di guerra». «Milioni di ragazzi americani devono combattere in questa guerra degli ebrei e, mentre loro combattono e muoiono, l’ebreo evita la leva, si imbosca, gestisce il mercato nero».

Quando Max Horkheimer, il fondatore della scuola di Francoforte trasferitosi a New York nel 1934 per fuggire dal nazismo, lesse queste frasi nella ricerca sull’«antisemitismo tra i lavoratori americani» rimase sconcertato. L’indagine, commissionata nel 1944 dal Jewish Labor Movement alla Columbia University, fu condotta nell’Istituto di sociologia dell’università da alcuni dei più stretti collaboratori di Horkheimer: Frederick Pollock, che la diresse, Leo Lowenthal, Paul Massing e A.R.L. Gurland.

 Lo scopo era di misurare, a scopo preventivo, visto quanto stava avvenendo in Europa, i sentimenti antiebraici nella società americana. Concluso nel dicembre ’44, lo studio di 1400 pagine raccolte in quattro volumi era pronto per le stampe l’anno successivo, ma non fu mai pubblicato: gli specialisti potevano consultarlo negli archivi del Jewish Labor Committee. Perché? (more…)

BUSI/1

gennaio 13, 2010

Antonio Gnoli per “Repubblica

Dopo circa due ore di conversazione, dentro un fiume di parole che scorre nella cucina di casa di Montichiari, un paese del bresciano, Aldo Busi si alza dal tavolo e si volge verso i fornelli. «Se le va, a questo punto, preparerei qualcosa da mangiare: salama con gli spinaci. Che dice?». Il tono della voce non prevede dinieghi. E mentre traffica tra una pentola e l´altra, continua a parlare.

Dice che sono quasi dieci anni che non va più in televisione e che non rilascia interviste. Ha orrore della mediocrità e del conformismo. Il silenzio non lo ha arrugginito. Cavalca gli argomenti più diversi con la solita maestria oratoria. È perentorio e poco incline al dubbio. Ma è anche il miglior talento narrativo degli ultimi trent´anni.

È chiaro che un´affermazione del genere Busi la considererebbe un insulto. Ma è un fatto che romanzi come Seminario sulla gioventù, Vendita galline Km 2, Vita standard di un venditore provvisorio di collant, sono un pezzo importante di storia letteraria.

Ora escono tre racconti molto belli – dal titolo sospiroso Aaa! (edito da Bompiani, pagg. 160, euro 11) – scritti lui dice con tre sistemi nervosi e in una sarabanda di stili. Quello conclusivo è una spiritosa lettera a Carla Bruni nella quale si propone come il solo scrittore che possa adempiere a un magistero per la first lady francese. Quello di mezzo è una sorta di elogio-riscatto della figura del marchettaro. Infine, il primo, il più sofferto in cui si giustappongono vita e letteratura in un paese – l´Italia – torvo e declinante. Busi si definisce “un cittadino terminale”. (more…)

Tra le rovine fumanti la visione di una nuova città

gennaio 13, 2010

Il sacco di Roma del 410 e l’origine del “De civitate Dei” di Agostino

Il 13 gennaio si è svolta a Napoli, presso la Facoltà teologica dell’Italia Meridionale, la xiv edizione della “Lectio Augustini” quest’anno dedicata al tema “Goti, Romani, cristiani e la caduta di Roma nel 410. In dialogo con Agostino di Ippona”. Pubblichiamo alcuni stralci di una delle relazioni.

di Giancarlo Rinaldi
Università Orientale di Napoli

Verso la fine dell’agosto del 410 i porti dell’Africa proconsolare si affollavano di imbarcazioni provenienti da Roma. Il carico era ben diverso da quello che aveva un tempo reso festosi quei lidi opulenti, adagiati sulla riva meridionale del Mediterraneo. Non più, infatti, vi sbarcavano quei possessores di ville e terreni, ornati dei simboli del clarissimato romano, i quali avevano lasciato, per poi serenamente farvi ritorno, le loro ampie residenze urbane o le tranquille dimore gentilizie adagiate sulle dolci colline del Tuscolo. I nuovi viaggiatori non accarezzavano più nella memoria lo spettacolo dell’Urbe reso unico dal rosseggiare dei suoi marmi al tramonto. Meste e silenziose, o atterrite e agitate, si precipitavano in Africa folle di uomini e di donne, di anziani e di bambini che fuggivano dalla città, un tempo ritenuta eterna, ma che ora era stata colorata sinistramente con il rosso del sangue di tante, troppe vittime e del fuoco che le orde barbariche al seguito di Alarico avevano appiccato a quanto s’era trovato di venerabile e di vetusto, offrendo così lo spettacolo della capitale saccheggiata e diruta, tanto nei suoi popolosi vici quanto nei suoi più alti e marmorei fastigi.
Le donne fuggivano da un destino di schiavitù o, ancor peggio, di violenza sui loro stessi corpi; i bimbi d’un colpo avevano dato l’addio all’innocenza degli anni verdi; gli anziani si disponevano a procedere verso un non sgradito passaggio a una vita migliore di quella che sarebbe stata loro riservata in quei tempi di catastrofe. Ma più di tutto era significativo il pensoso silenzio o l’accorato lamento di senatori, di uomini più maturi e avvezzi a valutare situazioni ed eventi. Costoro, oltre alle immagini del sacco di Roma e a quella della rovina dei propri beni, agitavano nelle loro menti e nei precordi delle loro anime alcune quaestiones di gran rilievo:  perché la soccombenza della città creduta eterna quanto il mondo stesso? Perché la schiavitù, la tortura, la morte di tanti giusti? Le divinità capitoline erano state abbandonate da quel popolo che per secoli, di fronte al mondo intero ammirato, aveva goduto della pax deorum, e ora erano state messe al bando da una serie di leggi le quali erano giunte a scardinare i loro stessi sacelli. E ciò affinché ci si mettesse sotto l’egida del mite Nazareno, nel nome e nel nume di quel Dio che era stato dei giudei e che le legioni di Tito, prima, poi di Traiano e di Adriano avevano creduto di seppellire tra le rovine del suo tempio gerosolimitano. (more…)

Da Torino all’avventura americana, così il Lingotto sta cambiando pelle

gennaio 13, 2010

di Federico Rampini

Secondo il Financial Times la terapia-shock di Sergio Marchionne alla Chrysler “oggi è la riconversione più osservata di tutta l’industria automobilistica”. Vista con gli occhi della storia è anche un’altra cosa: un cambio di natura della Fiat, dal radicamento torinese e italiano verso una dimensione sovranazionale, con nuovi legami in America che potrebbero diventare sempre più profondi. Dal salone dell’auto in corso a Detroit colpisce un’immagine. E’ Marchionne che abbraccia affettuosamente Nancy Pelosi, la House Speaker, mentre lei è concentrata ad ascoltare le sue spiegazioni sul piano industriale. E’ l’istantanea di un nuovo rapporto privilegiato, con il governo di Washington che ha puntato tutto sul nuovo management per salvare da morte sicura il terzo gruppo automobilistico americano. (more…)

Banlieue, quattro anni dopo e nulla è cambiato

gennaio 12, 2010

di Gianni Marsilli

Quattro anni fa la grande fiammata, le banlieue in rivolta, i roghi di scuole, palestre, arredi urbani, autobus, macchine, le battaglie campali e notturne con squadroni di gendarmi anti-sommossa, intorno a Parigi, Tolosa, Lione, Strasburgo.

Durò tutto l’autunno del 2005, se non ci scappò il morto fu un vero, grande miracolo. “Parigi brucia”, titolava la stampa mondiale, mentre scopriva attonita un esercito di francesissimi adolescenti incappucciati, neri e maghrebini, che teneva in scacco il generale Sarkozy, all’epoca ministro degli Interni, quello che li aveva insultati promettendo di “ripulire” quei quartieri come si pulisce una stalla o un bagno, con spazzoloni e secchiate di varechina. Da allora le banlieue non aprono più i titoli dei tg stranieri, a malapena fanno capolino in quelli nazionali.

Ci vuole uno studente che ne ammazzi un altro perché irrompano sulla scena, o una sparatoria tra bande rivali, o un insegnante accoltellato durante l’ora di matematica, cose così. Drammi domestici puntuali come una tortura cinese, giusto per tenere viva la memoria e l’attenzione: dall’autunno 2005, infatti, nulla è cambiato. Sociologi, insegnanti, operatori avvertono: l’incendio non è spento, il fuoco cova sotto la cenere. (more…)

Krugman contro Krugman

gennaio 12, 2010

Winston Churchill sosteneva che solo i fanatici non cambiano idea. Deve essersi ispirato alla sua memoria il premio Nobel Paul Krugman, visto che, a nove mesi dalla definizione di Europa «continente alla deriva», ci ripensa e sulle colonne del New York Times trasforma il vecchio continente in un modello di giustizia sociale e progresso. Si dirà che la natura strumentale della lode è chiara fin dall’inizio: il fantasma di un’Europa schiacciata da benefit e tasse è l’argomentazione preferita dai nemici di Obama per bloccare la riforma sanitaria negli Stati Uniti: «Anche i conservatori- scrive Krugman – hanno manifestato grandi preoccupazioni sulla possibilità che la Obamacare (la riforma in gergo ndr.) possa trasformare l’America in democrazia sociale all’europea». Quale soluzione migliore per salvare la riforma di bonificare l’Europa agli occhi degli americani? Et voilà: «L’Europa – scrive – è un successo economico e il suo successo dimostra una cosa: la democrazia sociale funziona». (more…)

Se John Turturro si innamora delle favole di Italo Calvino

gennaio 12, 2010

Valerio Venturi
John Turturro comes to Italy. Il favoloso attore e regista americano presenta Fiabe italiane/Italian Folktales , spettacolo ispirato alla raccolta omonima scritta da Italo Calvino nel1956 e a Lo trattenemiento de peccerille di Giambattista Basile. Lo show – produzione dello Stabile di Torino e dello Stabile di Napoli, progetto speciale del Ministero dei Beni culturali per le celebrazioni dei 300 anni del Carignano – nasce dalla passione di Turturro per le storie e per l’Italia, paese d’origine della sua famiglia. In attesa della doppia cittadinanza – è questione di poco – Turturro spiega la genesi di una idea.
Tutto ebbe inizio quando Katherine Borowitz, sua fidanzata (ora moglie e attrice), gli regalò una copia della raccolta di Calvino. Era il 1981. John già si chiedeva: si può drammatizzare l’innocenza del folklore, riportato alla sua purezza dallo stile “leggero” dello scrittore italiano? La sfida pareva stimolante – e non solo per lui: «Ho saputo che anche Fellini voleva lavorare con Italo Calvino, e che i due ne avevano parlato per un po’ senza arrivare a nulla. Mi piacerebbe enormemente sapere quale fosse la storia cui Fellini era interessato…». (more…)

LEZIONI GRAMSCIANE

gennaio 12, 2010

L’officina gramsciana, per fortuna, non subisce i contraccolpi della crisi. C’è un esercito di studiosi, in Italia e nel mondo, che continuano a lavorare sul grande lascito teorico di Antonio Gramsci – grande in quantità e qualità – traendone materiali preziosi per la battaglia culturale, quindi per la lotta politica. Con buona pace di chi si è già vestito a lutto o sta per traslocare in cerca di nuove sicurezze o di meno precarie gratificazioni. L’ultimo frutto di questo lavoro collettivo – e del buon uso della informatizzazione dei testi – è un vero e proprio monumento al Gramsci carcerario, per il quale siamo grati ai due curatori e ai sessanta collaboratori che hanno preso parte all’impresa (Dizionario gramsciano 1926-1937, a cura di Guido Liguori e Pasquale Voza, Carocci, pp. 918, euro 85).
Un lessico dei Quaderni e delle Lettere: perché? e che cos’è? «Questo Dizionario gramsciano 1926-1937 – rispondono Liguori e Voza – si pone l’obiettivo di ricostruire e presentare al lettore, in termini il più possibile accessibili, il significato dei lemmi, delle espressioni, dei concetti gramsciani» e «nasce dalla convinzione che lo stato dei testi carcerari e la loro storia, il metodo “analogico” seguito da Gramsci, lo spirito di ricerca e di dialogicità che li caratterizza, la peculiare “multiversità” del linguaggio dell’autore e persino l’ingente ed eterogenea mole interpretativa prodotta fino a oggi rendano tutt’altro che agevole al lettore comune, e in buona parte anche allo studioso, la comprensione del significato o della possibile gamma di significati delle “parole di Gramsci”». C’è quindi in primo luogo un problema di chiarificazione. Poi c’è la vexata quaestio della cronologia interna dei Quaderni, che non è sempre di lana caprina, perché in molti casi impatta direttamente sulla struttura logica dei concetti. Insomma Gramsci non è affatto facile, capire il suo pensiero è sovente un’impresa, ma poiché il suo contributo è indispensabile, uno strumento come questo è di primaria importanza. (more…)

Yemen, l’affare del gas nella terra di Al Qaeda

gennaio 12, 2010

Un Paese prevalentemente agricolo, povero, tra i più poveri del Pianeta, con una diffusa corruzione e un presidente che governa ininterrottamente da trent’anni, Ali Abdallah Saleh, al potere da quando è caduto nel ‘90 il muro di demarcazione tra Yemen del Nord, filoccidentale, e Yemen del Sud, filocomunista, deciso a rimanerci almeno per i prossimi tre anni, poi chissà. Un Paese bellissimo tra Mar Rosso e Mar Arabico, dove però l’industria dei resort e degli hotel di lusso non ha mai attecchito: prima la guerra civile del ’94 poi le guerriglie endemiche, i predoni, i continui rapimenti di occidentali. Ora è chiamato «il paradiso della nuova Al Qaida», che lo sta trascinando sull’orlo di una guerra a base di droni e incursori Usa.

Eppure lo Yemen non è tutto qui. E non esporta solo cipolle. Anzi, le casse statali a Sanaa sarebbero vuote senza i proventi dell’industria estrattiva degli idrocarburi, da cui provengono il 70 percento delle entrate. Insomma, lo Yemen sarà pure solo al 32° nella classifica mondiale ma è pur sempre un Paese petrolifero, non aderente all’Opec. Nel sottosuolo ha riserve accertate di greggio pari a 4 miliardi di barili. Mica poco. (more…)

RITROVATE LE TESTIMONIANZE DELLE GUARDIE DEL CORPO DEL FÜHRER

gennaio 12, 2010

“HITLER SEDEVA COL CAPO RECLINATO, SULLA TEMPIA DESTRA ERA VISIBILE IL FORO D´INGRESSO DELLA PALLOTTOLA. Eva Braun giaceva sul divano…”

Andrea Tarquini per “la Repubblica

«Hitler sedeva col capo reclinato, sulla tempia destra era visibile il foro d´ingresso della pallottola, largo più o meno come una moneta da dieci centesimi. Eva Braun giaceva sul divano…». Così le voci dei due supertestimoni di allora narrarono quel pomeriggio fatidico del 30 maggio 1945 nel Bunker della Cancelleria del Reich, a Berlino dove divampavano gli ultimi combattimenti tra la Wehrmacht e l´Armata rossa.

Voci segrete fino a ieri. Otto Günsche, aiutante personale del tiranno, e Heinz Linge, cameriere personale, entrambi guardie del corpo e persone di fiducia scelti dallo RSHA, l´Ufficio Centrale per la sicurezza del Reich, raccontarono tutto. Oggi per la prima volta la loro viva voce, restituitaci dai nastri BASF dei magnetofoni degli anni Cinquanta, ci riporta a quei momenti. Spiegel online e Spiegel tv li hanno trovati e resi pubblici. (more…)

Agostino batte le eresie di oggi

gennaio 12, 2010
La frequentazione di Agostino da parte di Benedetto XVI è la storia di una lunga amicizia, che risale agli anni giovanili. Coltivandola e approfondendola, egli entra in sintonia con la sua opera, ne coglie la novità, ne assapora il gusto. L’occasione di una dissertazione alla Ludwig Maximilian Universität di Monaco, nell’anno accademico 1950-1951, lo sollecita a indagare e a comprendere in modo nuovo la natura sacramentale della Chiesa, partendo proprio dal pensiero cristologico ed ecclesiologico elaborato da Agostino, nella cui visione e azione nulla è separato, ma tutto tende a interagire e a comporsi in un’armonia feconda. In realtà, si nota ben presto che la dottrina di Agostino lascia nel giovane Ratzinger una traccia profonda.

Nei corsi, nei seminari e nelle conferenze da lui tenute nelle facoltà teologiche delle università tedesche (Bonn, Münster, Tübingen, Regensburg), già a partire dalla fine degli anni Cinquanta e fino all’anno della sua nomina ad arcivescovo di Monaco e Frisinga (1977), Agostino rappresenta un punto di riferimento costante: uno dei fondamenti ispiratori della sua teologia, così come uno dei fari spirituali del suo magistero. Per Benedetto XVI il travagliato iter dell’esistenza di Agostino e il suo approdo alla fede è caratterizzato innanzitutto dalla «passione per la verità», come ebbe a ricordare anche nella solenne concelebrazione eucaristica agli «Orti borromaici», durante la sua visita a Pavia per venerare le spoglie di Agostino (22 aprile 2007). (more…)

Altro che metafora: la Calabria come enigma

gennaio 12, 2010

Ribaltando l’invettiva sciasciana sulla Sicilia come metafora, si potrebbe dire la Calabria come enigma. Terra dura e impenetrabile, che vanta il singolare primato di avere più nativi fuori dalla regione che dentro: tre milioni di emigrati contro due che sono rimasti. Ma anche terra di utopisti come Tommaso Campanella e visionari come Gioacchino da Fiore, quest’ultimo caro addirittura a Obama. Dice la cosentina Jole Santelli, parlamentare del Pdl: «La Calabria è come l’Aspromonte visto dall’alto: non scorgi nulla, tutto è inestricabile e se trovi un sentiero il giorno dopo non c’è più, è scomparso».

Come in ogni enigma che si rispetti la chiave è primordiale e risiede nei simbolismi di un linguaggio oscuro. Continua Santelli: «Il calabrese non dice mai quello che deve o vuole dire. Tutto è simbolico. Quando Fortugno venne ammazzato davanti al seggio delle primarie del Pd qualcuno lo chiamò per nome per farlo girare. Che significa?». Poi ci sono le bombe anti-giudiziarie di questi giorni: «Mi chiedo perché la ‘ndrangheta, che ha un arsenale militare di portata enorme, abbia usato una bombola di gas portata da due ragazzi in motorino». Tutto ha un senso in Calabria. Solo che quel senso sfugge agli osservatori esterni. A differenza di Sicilia e Campania, altre regioni del mezzogiorno italiano, con traumi più universali (dalla lezione di Pirandello a quella di Eduardo), la regione di Corrado Alvaro offre pareti ripide da scalare. Qual è il segreto della Calabria? Una delle scene più suggestive di Preferisco il rumore del mare di Mimmo Calopresti, calabrese di Polistena, è quando uno dei protagonisti ripete una frase che si legge su un famoso striscione della Reggina: «Chisti simu». «Questi siamo». I calabresi sono soprattutto la famiglia. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

gennaio 12, 2010

Caro direttore, ecco due o tre pensieri su Rosarno. Uno sul ministro dell’Interno: se molti cittadini bianchi di Rosarno stanno aggirandosi in squadre variamente armate per fare piazza pulita dei neri di Rosarno, e quel giorno il ministro dice che la causa della notte di ribellione è il lassismo nei confronti degli immigrati, quelle parole sono destinate a suonare come un incitamento o almeno una giustificazione alle orecchie degli squadristi. Uno sul Problema, così come ogni volta viene di nuovo trattato, benché non sia più nuovo da tempo: ammessa qualunque diagnosi delle origini di un groviglio diventato drammatico, quando si apre la caccia all’uomo e più esattamente la caccia all’uomo nero, non si può che stare dalla parte del braccato e cacciato, anche quando non servisse ad altro che a non figurare negli annali futuri dell’infamia nella colonna di chi non mosse un dito né fece sentire una voce. (more…)

Iran: fisico ucciso, le tre piste e i “soliti sospetti”

gennaio 12, 2010

I responsabili dell’uccisione di Massud Alì Mohammed hanno scelto con cura il bersaglio. Perché la figura dello scienziato si presta a molte interpretazioni. E la sua morte violenta può nascondere tanti scenari. Se poi si aggiunge il “clima” iraniano di questi mesi, dove notizie vere si fondano con manipolazioni, l’attentato sembra il “delitto perfetto”. Non c’è una sola pista, ma molte. Con smentite da parte di tutti gli accusati e precisazioni che fanno il gioco di chi ha piazzato la moto-bomba. Ognuno può facilmente attribuire la responsabilità all’avversario.

IL REGIME – Per gli oppositori, Massud Alì Mohammadi è stato ucciso dal regime, in quanto membro del movimento riformista. E a sostegno dell’accusa, sostengono che lo scienziato aveva firmato un appello in favore di Mussawi, il leader della contestazione. La tesi dei dissidenti troverebbe conferma nella campagna di intimidazione scatenata dal potere e affidata agli apparati repressivi. Intelligence interna, pasdaran, basji e nuove unità hanno scatenato la caccia al nemico interno. Uccidono oppure inscenano il “suicidio”. In questo caso, poi, potrebbero indirizzare i sospetti sugli 007 dei paesi occidentali o sugli oppositori. (more…)

NON SI MUOVE FOGLIA CHE BEN AMMAR NON VOGLIA

gennaio 11, 2010

C’È LO ZAMPINO DI TARAK IN OGNI AFFARE A NORD DELL’EQUATORE (E NON SOLO): L’IMPRENDITORE TUNISINO VICINISSIMO AL PUZZONE DI ARCORE NEGA UN SUO INTERVENTO, MA C’È CHI CONTA SULLA SUA INFINITA RETE DI CONTATTI PER TROVARE NUOVI SOCI DI TELCO E INDEBOLIRE TELEFONICA…

Giancarlo Radice per il “CorrierEconomia” del “Corriere della Sera

Si muovono gli azionisti italiani di Telco, con Mediobanca e Intesa Sanpaolo a tirare le fila. Si muovono gli spagnoli di Telefonica. Si muove lo stesso management. E c’è chi dice che potrebbe muoversi in prima persona anche Tarak Ben Ammar. È consigliere di Mediobanca e di Telecom Italia, gran regista di mediazioni come quelle che in passato hanno convinto il principe saudita Al Waleed ad acquistare una quota nella Mediaset di Silvio Berlusconi e poi nella News Corporation di Rupert Murdoch.

FRA IL MAGHREB E MILANO
È chiaro che si pensa alla sua rete di conoscenze nella finanza araba fra il Maghreb e Medioriente di cui dispone Ben Ammar. L’obiettivo è trovare investitori potenzialmente interessati ad acquisire una consistente quota del primo gruppo italiano di telecomunicazioni, in modo da essere presenti negli assetti societari e rendere meno evidente il ruolo dominante che Telefonica potrebbe ormai assumere. Lui però, raggiunto nel suo ufficio di Parigi, smentisce in modo categorico: «Non sto affatto seguendo quella vicenda» assicura. (more…)

Colombia: l’omicidio Cuéllar, le Farc e le basi Usa

gennaio 11, 2010

Dopo averlo al principio negato, a due settimane di distanza dal delitto le Farc hanno infine rivendicato l’uccisione di Luis Francisco Cuéllar, governatore del dipartimento colombiano di Caquetá. Allevatore, 69 anni, sequestrato già quattro volte nel corso della sua vita, Cuéllar era stato ritrovato cadavere martedì 22 dicembre: sgozzato, crivellato di colpi, attorniato di esplosivi, e il giorno dopo essere stato rapito per la quinta volta, da un gruppo che aveva lasciato sulla sua abitazione la firma “Comando James”. Modus operandi a parte, James Patamala era un comandante delle Farc ucciso a ottobre. E le stesse Farc avevano appena annunciato una storica riconciliazione con l’Elnn: l’altro gruppo armato colombiano di estrema sinistra, con cui da vari anni le relazioni erano ormai a livello di scambi di pallottole.

Obiettivo dichiarato: reagire con un’offensiva comune all’accordo che il governo di Álvaro Uribe Vélez ha concluso per la concessione di basi statunitensi alla Colombia. Un “fronte” cui hanno chiamato ad unirsi anche i “militari con un senso dell’onore”. E l’intesa era stata accompagnata anche da una ripresa dell’offensiva non solo militare, ma anche diplomatica. Le Farc avevano ripreso a parlare della liberazione di alcuni loro prigionieri, e si era anche ventilata una nuova mediazione della Chiesa. (more…)

«Io convertito dall’imam yemenita»

gennaio 11, 2010

INTERVISTA. IL RACCONTO DI UN GIOVANE NEOZELANDESE: IO COME L’ ATTENTATORE DI DETROIT

Charles Wardle è un ragazzo neozelandese. A 18 anni suo padre gli regala un biglietto per l’India. Nulla di strano, i ragazzi “kiwi” lasciano presto casa per girare il mondo. Ma Charlie non prende il viaggio come una “vacanza”, bensì come un modo per cercare una nuova strada, tutta sua, diversa da quella fino ad allora percorsa ad Auckland, fatta di furti e atti di vandalismo che gli hanno procurato seri problemi con la giustizia. Già, perchè Charlie si stanca presto della mistica indiana e il 1° settembre del 2001 arriva in Pakistan. Lì si unisce ai militanti di Lashkar-e-Toiba (i guerriglieri accusati della strage di Mumbai nel 2008), si converte all’islam e dopo quattro mesi si trasferisce in Libano, dove entra in contatto con gli Hezbollah che lo vogliono inviare in un campo di addestramento per i martiri in Palestina. Lui però si rifiuta. Viene arrestato ad Ajman, negli Emirati Arabi, mentre sta aspettando di ricevere del materiale esplosivo. (more…)

Un vecchio amico e un nuovo capo

gennaio 11, 2010

Ecco la versione originaria del racconto Il grasso e il magro. Un episodio che ridicolizza la vita quotidiana nella Russia zarista. Quando fare un passo avanti nelle gerarchie poteva essere pericoloso…

Anton Pavlovic Cechov

Alla stazione ferroviaria sulla linea San Pietroburgo-Mosca si incontrarono due amici: uno grasso e l’altro magro. Il grasso aveva appena pranzato alla stazione e le sue labbra, unte di burro, brillavano come una ciliegia matura. Mandava un odore di xeres e di fleur d’orange. Il magro era appena sceso dal vagone ed era carico di valigie, fagotti e scatole di cartone. Dietro la sua schiena sbirciavano una donna magrolina col mento lungo – sua moglie – e un ginnasiale spilungone con un leucoma in un occhio – suo figlio. Mandava un odore di prosciutto e fondi di caffè.
– Porfirij! – esclamò il grasso, vedendo il magro. – Sei proprio tu? Mio carissimo! Da quanto tempo non ci si vede!
– Santi del paradiso! – fece il magro spalancando la bocca. – Miša! Il mio amico d’infanzia! Da dove salti fuori?
Gli amici si abbracciarono tre volte e si fissarono l’un l’altro negli occhi pieni di lacrime. Erano entrambi piacevolmente sbalorditi. (more…)

Merkel cancelliera indecisa

gennaio 11, 2010
GIAN ENRICO RUSCONI
Che cosa fa la Cancelliera? A Berlino le voci di critica contro Angela Merkel si fanno sempre più alte e insistenti. Provengono dall’interno della litigiosa coalizione di governo cristiano-democratico e liberale e dall’esterno da parte delle Chiese. È messa in discussione la sua capacità di decidere nel ruolo di cancelliere, cui la Costituzione assegna espressamente «la competenza di dettare le linee-guida della politica e di portarne la responsabilità».Siamo davanti a una inedita polemica anche di carattere istituzionale. Questo tipo di critica riveste grande interesse per osservatori come noi, che in Italia ci apprestiamo a una ennesima stagione di confronto sulle grandi regole di governo. Guardiamo con attenzione quanto accade al modello tedesco, che spesso è preso come buon esempio di governo che sa decidere in un sistema parlamentare senza prender la strada del presidenzialismo.Cominciamo dalle critiche di merito fatte alla Merkel per la sua indecisione politica in tema di riduzione delle tasse, di politiche per la famiglia e in generale di cauta correzione dello Stato sociale. In realtà questa indecisione riflette i contrasti e le contraddizioni interne alla sua stessa coalizione, che la cancelliera sembra non saper governare. (more…)

La nostra guerra di religione

gennaio 10, 2010

Psicoanalisi del conflitto infinito tra i cattolici gaudenti e i mozzorecchi protestanti

Si concluderà mai la guerra di religione che da un ventennio eccita ma anche ipnotizza gli italiani? Nel 2010 il partito cattolico e quello protestante faranno la pace di Westfalia? Cattolici, protestanti: con tali nomi indico i contendenti non in base a una professione di fede, quanto per la modalità del pensare e dell’agire, per il carattere: gaudenti e ingordi, indulgenti e teatrali gli uni; saccenti e malinconici, moralisti e accorti gli altri; e tuttavia entrambi a loro modo industriosi. E per questo rivali, insofferenti. Ma oggi il disagio della civiltà esige un passo. Come ogni Papa che si rispetti, nel momento difficile, quando più la civiltà viene minacciata dal nichilismo, Benedetto XVI, veggente urbi et orbi ben più di ogni mago, invita all’intesa: imprese necessarie e meritevoli urgono.

Dopo l’attentato al premier ha preso a serpeggiare un diffuso sconcerto e malcontento: le guerre delle due rose e dei Roses all’inizio paiono tenzoni eroiche e fin giocose, ma coll’andar del tempo, indurendosi nel rancore, portano al disastro. E’ tempo di novità: questioni d’onore, princìpi non negoziabili, valori irrinunciabili… bah, quante se ne sentono e poi… Diamoci piuttosto l’occasione di cambiare idea con una certa velocità, fa così bene. C’è chi va in analisi vivendo da decenni nell’odio di papà e dopo sei mesi scopre che in realtà odiava mammà e dopo un anno li ama entrambi e odia se stesso perché ha perso tutto quel tempo a odiare. Infine smette di odiarsi e comincia a occuparsi dei figli. (more…)

NON E’ SALVO IL KOSOVO

gennaio 10, 2010

Parla Teodosije, vescovo ortodosso di Decani : «Siamo allarmati e sorpresi della decisione della Nato di ridurre i contingenti. Ora i monasteri medioevali, patrimonio dell’umanità per l’Unesco, rischiano d’essere “protetti” dall’ex Uck che li ha più volte attaccati e distrutti»

È allarme in Kosovo per la minoranza serba e la chiesa ortodossa. Tra Natale, il 7 gennaio per il calendario giuliano, e l’Epifania del prossimo 14 gennaio, si conoscerà la nuova configurazione del contingente Kfor-Nato. Si capirà se la vigilanza militare dei siti religiosi medioevali verrà confermata o no. Di sicuro sarà ridotta, come del resto hanno già annunciato i comandi italiani del contingente Kfor-Nato ai monaci ortodossi. Domani, 10 gennaio, al comandante della Multinational Task Force West, generale Roberto D’Alessandro, subentrerà il Colonnello Vincenzo Grasso. E, dopo la decisione Nato di ridurre da 15.000 a 10.000 i soldati in Kosovo per la «partita di giro» che prevede l’invio di queste migliaia di militari alleati in Afghanistan, l’Italia ridurrà il proprio contingente di 500 unità. A marzo-aprile chiuderà anche il quartier generale del Villaggio Italia a Pec. Sono tante le promesse del governo italiano di mantenere la protezione di quattro luoghi di culto della Chiesa ortodossa serba, i monasteri di Visoki Decani, Goriok, Budisavic e del Patriarcato di Pec. E gli altri centinaia di siti ortodossi che fine faranno? Qui non dimenticano i pogrom del marzo 2004 quando ci furono 19 morti e i kosovaro albanesi assaltarono i monasteri, né la litania di uccisioni e sparizioni – duemila serbi e rom – e di distruzioni con 150 chiese e monasteri dinamitati e incendiati durante i dieci anni di occupazione militare della Nato che, solo negli ultimi anni, ha deciso di fermare ogni ulteriore scempio. Così è suonato incredibile l’annuncio a fine anno del comandante delle forze Nato, il generale Usa James Stravidis, che ha motivato il taglio ai contingenti «alla luce dei progressi che sono stati raggiunti in Kosovo». Dove, dopo l’autoproclamazione d’indipendenza del febbraio 2008, regnano solo tensione, incertezza, paura, miseria, corruzione e caos istituzionale: la Nato si riduce ma mantiene autorità sulla base della Risoluzione 1244 che riconosce la sovranità della Serbia sul Kosovo, subentra la polizia Eulex dell’Unione europea, divisa sull’indipendenza, ma impegnata a costruire «il nuovo stato di diritto», e Ban Ki-moon, preoccupato, a fine anno ha annunciato che l’Onu resta in difesa della 1244.
Alla festività del Natale nel monastero di Visoki Decani ha partecipato il presidente serbo Boris Tadic che ha portato «un messaggio di pace per tutti, serbi e albanesi», ma ricordando alla tv di Belgrado che la sua visita «simboleggia che il Kosovo è parte inalienabile della Serbia». La presidenza serba ha avviato l’atteso pronunciamento della Corte di giustizia dell’Aja sull’indipendenza unilaterale del Kosovo autoproclamata dalla leadership kosovaro albanese di Pristina. Un Kosovo che i serbi chiamano «Kosmet», cioè Kosovo e Metohja, «la terra della chiesa». A ridosso della visita abbiamo rivolto alcune domande a monsignor Teodosije Sibalic, igumeno del monastero serbo ortodosso di Decani che ha ricevuto il presidente Tadic. (more…)

Lo scrittore bombarolo nella giovane Israele

gennaio 10, 2010

Dopo sei decenni, ha finalmente un nome il responsabile di un attentato politico che turbò il giovane stato di Israele. L’uomo che scagliò un ordigno contro l’abitazione di un ministro religioso intenzionato a fermare i mezzi pubblici durante il sabato era Amos Keinan: allora promettente scrittore venticinquenne, autore di beffardi trafiletti su Haaretz, e poi figura di spicco della cultura israeliana, «icona» della sinistra, fautore del dialogo di pace con i palestinesi.
Ad indicare il suo coinvolgimento è stata la vedova Nurit Gertz in una «biografia romanzata» di Keinan che – proprio mentre mesi fa lo scrittore si spegneva – è divenuta un best seller. Il nome del ministro inaspettatamente recuperato all’oblio era David Zvi Pinkas: i congiunti vorrebbero ora riaprire il caso, magari con una commissione di inchiesta. Rilevano che morì relativamente giovane appena due mesi dopo la deflagrazione, stroncato dal dolore per la violenza politica manifestatasi in Israele a pochi anni dalla sua nomina. (more…)

Potere salesiano

gennaio 10, 2010

La mappa della nomenclatura che governa la curia romana da quando la segreteria di stato vaticana è nelle mani di un discepolo di don Bosco. Una “rivoluzione copernicana” voluta da B-XVI e realizzata da Bertone

La curia romana è una corte sempre in evoluzione. New entry e vecchie glorie ne plasmano gli equilibri, ogni pontificato in modo differente. Così anche recentemente: se con Wojtyla era don Stanislaw Dziwisz a proteggere e alimentare l’enclave dei polacchi non senza contrapporsi al potere di Angelo Sodano e Giovanni Battista Re (segretario di stato il primo, prefetto dei vescovi il secondo), con Ratzinger si registra una certa espansione dei salesiani, complice la spinta dell’attuale segretario di stato Tarcisio Bertone e, insieme, una gestione non politica della segreteria particolare del Papa da parte del tedesco monsignor Georg Gänswein.

Quando il 22 giugno 2006 Benedetto XVI ha chiesto all’allora arcivescovo di Genova Bertone di prendere in mano la segreteria di stato vaticana l’ha fatto perché conosceva bene il cardinale salesiano e si fidava di lui: dal 1995 al 2002, infatti, Bertone è stato segretario della Dottrina delle fede guidata da Joseph Ratzinger. L’ha scelto, il Papa, soprassedendo la consuetudine che vuole il segretario di stato provenire dalla scuola diplomatica vaticana: “Una rivoluzione copernicana”, fu il commento che poche ore dopo la nomina rilasciò lo stesso Bertone. Anche se, prima di lui, già Jean-Marie Villot, segretario di stato dal 1970, non aveva una formazione diplomatica. “Ho scelto Bertone per le sue grandi doti e qualità” ha spiegato il Papa riferendosi anche al passato meno prossimo di Bertone, quello della lunga esperienza in ambito universitario (ha insegnato teologia morale, diritto canonico, internazionale e dei minori) e della guida (dal 1991) della diocesi di Vercelli interpretata con un’intraprendenza figlia dello slancio missionario che contraddistingue il suo ordine d’appartenenza: si racconta che quando seppe della nomina rimase sveglio tutta la notte a studiare la vita del santo della città, Eusebio. E poi c’è quella storia che i salesiani amano ricordare per suffragare la decisione presa dal Papa di chiamare al proprio fianco un salesiano: Papa Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti, si fidava ciecamente di don Giovanni Bosco tanto che al santo fondatore delle congregazioni dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice chiedeva spesso consigli su quali sacerdoti portare all’episcopato e con quali incarichi. (more…)

L’ammnistratore del declino

gennaio 9, 2010

Il saggio più interessante sulla politica estera di Barack Obama è stato appena pubblicato dalla nuova e bella rivista bipartisan World Affairs. Lo ha scritto Robert Kagan, storico e intellettuale neoconservatore di seconda generazione, già consigliere di John McCain alle scorse elezioni, ma soprattutto autore di uno dei libri più dibattuti dell’era post 11 settembre. Nel 2002 Kagan ha scritto “Paradiso e Potere”, pubblicato in anteprima europea su queste colonne, il saggio sui rapporti transatlantici che ha diviso le cancellerie europee e segnato le differenze tra l’America e il tradizionale asse franco-tedesco. Il nuovo scritto di Kagan è un’analisi negativa, ma seria, originale e ben argomentata dell’ideologia alla base della politica estera della Casa Bianca. Il 20 gennaio la presidenza Obama compie il primo anno di vita. I giornali e le televisioni hanno già analizzato il suo approccio alla politica internazionale, segnalando le similitudini e le differenze rispetto al suo predecessore George W. Bush Il fallito attentato di Natale organizzato sul volo Amsterdam-Detroit ha mostrato la vulnerabilità fisiologica del sistema di difesa nazionale americano, ma nonostante le critiche dell’ex presidente Dick Cheney ha anche confermato la solidità di Obama nell’affrontare e voler vincere la guerra contro il terrorismo islamico. (more…)

ARCIPELAGO SALAMOV

gennaio 9, 2010

DOCUMENTI DALL’INFERNO DEL GULAG

Il nome di Varlam Salamov occupa ormai una posizione centrale nel panorama letterario russo del XX secolo: un’affermazione che si è rivelata lenta e difficile, come lento e difficile è stato ed è ancora il processo di scoperta, ricostruzione e lettura del suo retaggio letterario, oltreché di ridefinizione del tragico tessuto biografico ad esso sottostante. Eppure il disincantato cantore della Kolyma, il cronachista senza speranze (ma non disperato) del mondo concentrazionario del GULag, si eleva, tragico e maestoso iconografo dell’inferno, come uno dei massimi autori della letteratura russa. Nella sua riflessione su una realtà crudele, dove il lager si pone come il male assoluto, Salamov tende a superare il concetto stesso di «letteratura», attraverso la brevità, la semplicità, la chiarezza dell’esposizione. Ne deriva una sorta di etnografismo basato sul dettaglio quotidiano, dietro il quale si cela l’idea che «ciò che si soffre con il proprio sangue si realizza sulla carta come documento dell’anima». (more…)

Rototom EXODUS

gennaio 9, 2010

Olé. Si va in Spagna. Il Rototom Sunsplash, il più grande festival reggae d’Europa se ne va dall’Italia. La manifestazione da 16 anni porta nel nostro paese i più grandi artisti della musica giamaicana. E’ arrivata a contare 160 mila presenze che ogni estate hanno condiviso dieci giorni di pace e musica nel parco del Rivellino a Osoppo, in provincia di Udine. Ora ha deciso di espatriare.
Tutto il mondo farebbe a gara per ospitare un evento come questo, non fosse altro per l’enorme ricaduta economica. Ma il Rototom è troppo libero e indipendente. E allora va combattuto con ogni mezzo. Almeno da queste parti. Questo lo si sapeva da tempo. Ma nessuno poteva immaginare che si sarebbe addirittura arrivati a indagare Filippo Giunta, il presidente dell’associazione che organizza il Sunsplash, in base alla legge Fini-Giovanardi sulle droghe. Lo ha fatto questo autunno il pm Giancarlo Buonocore della procura di Tolmezzo, su imboccata dei carabinieri di Udine, aggrappandosi ad un articolo della legge liberticida in materia di stupefacenti. Filippo Giunta è accusato di avere violato la norma che colpisce «chi adibisce un luogo al consumo di droghe». E siccome la cultura Giamaica «agevola» l’uso di marijuana, secondo gli inquirenti rischia da 3 a 10 anni di carcere.
La mossa repressiva fa perdere all’Italia una delle poche manifestazioni musicali capaci di suscitare interesse fuori dai nostri confini. Ma soprattutto costituisce un precedente allarmante. In pratica, in base a questo cavillo giuridico-repressivo, ogni concerto (o discoteca, dj set, iniziativa indesiderata, indipendente, etc…) potrebbe essere chiuso per legge. Ne parliamo con il diretto interessato, Filippo Giunta.
Allora ve ne andate davvero?
Siamo continuamente oggetto di una repressione che ci spinge ad andarcene, però non rinunciamo a combattere questa battaglia. Tutti gli atti dell’inchiesta a mio carico sono inconsistenti. Forse, se mi fossi prostrato e avessi lasciato mano libera ad altri sulla gestione e i controlli delle persone che vengono al Rototom, avrebbero fatto cadere questo assurdo attacco giuridico. È la nostra indipendenza, forse, la cosa che più infastidisce. Fatto sta che a queste condizioni siamo noi che decidiamo di andare via. Si tratta di una nostra scelta politica che abbiamo preso in piena libertà senza accettare intimidazioni. L’Italia non si merita il Rototom. La Spagna sì. (more…)

Che cosa succede se anche un bassiji pensa al mutuo da pagare

gennaio 9, 2010

C’è una crepa nel corpo che difende il regime d’Iran. Propaganda della piazza? Anche, ma c’è un dato dirompente

Prima dei pasdaran e dei bassiji a infastidire le ragazze iraniane ci pensava il laat. Bullo di quartiere con molto tempo tra le mani, il laat più che tormentare – come i suoi ben più sinistri successori – infastidiva come un qualsiasi supermacho con un’alta opinione di sé. Fiero di essere un figlio della strada in tempi in cui tutti aspiravano ad aggiungere un “Doktor-Professor” prima del nome, il laat dominava la piazza o la borgata con un misto di arroganza ed equanimità. Di famiglia umile e religiosa, il laat si considerava un musulmano osservante, senza per questo sentirsi costretto a rinunciare all’alcol o alle signore. In un’epoca in cui le distinzioni di classe erano proibitive, il massimo a cui potesse aspirare un laat era compiere il salto carismatico a jahel, diventare un piccolo boss di zona: in entrambi i casi, in misura maggiore o minore, il laat teneva le fila di un numero imprecisato di attività illegali o ai margini del consentito, compiacendosi del suo ascendente e giocando di volta in volta il ruolo del paciere e dell’incendiario. Nelle pellicole prerivoluzionarie è una presenza fissa, il burino con le vocali aperte, il vestito nero di pessima fattura, la camicia senza collo, il borsalino e il fazzoletto bianco da agitare come un feticcio, l’inventore – o piuttosto l’ispiratore – della danza del jahel, un insieme di movimenti  rotatori con cui chiudere in modo irriverente le feste dei ragazzi di città.

Quando arriva la rivoluzione il laat, con la sua energia e la facilità a menar le mani, ha le carte in regola per entrare a far parte dell’ordine nuovo. Ma come per tante altre categorie di iraniani ne sperimenterà prima la ferocia e poi il grigiore. Nella Repubblica islamica non c’è spazio per la sua stravagante anarchia. I komiteh, i comitati rivoluzionari, gli strappano il controllo del territorio. Il laat sarà reclutato tra i bassiji e i pasdaran. Nell’immaginario è superato da altri protagonisti e la sua figura di delinquentello impudente e involontariamente comico sarà sostituito da uomini meno inclini al ballo e al sorriso. (more…)

Piccola Posta di Adriano Sofri

gennaio 9, 2010

Tutte le galere sono infelici, ma ogni galera è infelice a modo suo, e infelicissima quella di Sulmona. Vi si potrebbe, per economia, adottare un prestampato che lasci dei puntini per la data, e per il resto dica “si è suicidato” e “è stata aperta un’inchiesta”. E’ successo dieci volte in quindici anni. Tutti i suicidi sono tragici, ma ognuno è tragico a modo suo. Questa volta il detenuto, Antonio T., che aveva 28 anni,.era andato fuori in permesso -”permesso premio”, lo chiamano- e ha aspettato di tornare puntualmente in cella per annodare le lenzuola alle sbarre e impiccarsi. Chissà. Forse ha voluto concorrere alla statistica sui suicidi in carcere, che aveva appena battuto il record annuale, e nel novissimo 2010 ne conta quattro nella prima settimana. Almanacchi, almanacchi.

Il Foglio