Jihadisti, ultimi figli della modernità

A riaccendere i fondamentalismi è stato il fallimento dei tentativi di laicizzare la società islamica

FRANCESCA SFORZA
Durante quel ventaglio di anni in cui l’Europa si rialzava dalle ceneri della seconda guerra mondiale per correre a grandi balzi verso l’ambigua pacificazione del mondo bipolare, l’Islam cominciava a saldarsi con la politica, dando vita a una forza impetuosa: il fondamentalismo islamico. Le opinioni pubbliche occidentali erano distratte da altre urgenze, ed è passato molto tempo prima che alzassero lo sguardo verso la complessità di quel fenomeno. Quando sono state costrette a farlo era già molto tardi rispetto alla sua genesi, e tanti dettagli erano andati persi, lasciando posto alle paure e a interpretazioni che finivano per identificare il fondamentalismo con una spaventosa cultura del terrore.

La studiosa inglese Beverly Milton-Edwards si è preoccupata di andare a ricomporre tutti quei pezzi smarriti, e nel suo libro Il fondamentalismo islamico dal 1945 (Salerno) individua il punto cruciale della tensione dell’Islam moderno nel momento in cui «le leggi sostituirono le usanze e fecero la comparsa nuove strutture di governo ispirate alla creazione di uno Stato laico». Tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, dunque, quando i valori occidentali cominciano a penetrare e a essere accolti nel mondo musulmano con esiti diversi a seconda delle geografie, si assiste a un doppio movimento: da un lato all’indebolimento di fatto dei valori musulmani tradizionali – indebolimento che è condizione, non conseguenza, dell’attecchimento di principi ispirati al laicismo -, dall’altro al rafforzarsi di quelle correnti politiche impegnate a portare il secolarismo con le stesse modalità con cui, secoli addietro, ci si stringeva intorno al vessillo dell’Islam per combattere l’avanzata degli infedeli.

È quando l’Islam si apre all’Occidente e ai suoi valori, dunque, che «inizia» il fondamentalismo, perché è proprio in quel momento che l’Islam comincia a contemplare la possibilità di innesti esterni volti a migliorarlo o comunque a garantirne uno sviluppo. Si tratta beninteso non di un «inizio» storico – ogni regione musulmana ha avuto il suo, o i suoi «inizi» – ma di un progressivo intrecciarsi di istanze provenienti dall’esterno che trovavano una risposta, di volta in volta diversa, nel confronto con questo o quell’aspetto della religione islamica.

Ma cos’hanno in comune i diversi fondamentalismi? La tesi della studiosa inglese è particolarmente interessante nella misura in cui individua nella figura del modernista/riformista «il primissimo nucleo del pensiero e dell’approccio integralista». Esemplari i casi della Fratellanza Musulmana in Egitto o di Jama-at Al Islami in Pakistan, nati per contrastare l’autoritarismo di regimi corrotti e repressivi e poi trasformatisi in luoghi di conservatorismo oltranzista.

Dall’Afghanistan all’Iran, i processi di laicizzazione non hanno mai portato ciò che i riformatori si auguravano: «invece di prosperità, felicità e sicurezza, le società musulmane secolarizzate e sulla via della modernizzazione vennero caratterizzate da povertà, disuguaglianze, insicurezza, repressione di Stato e autoritarismo». Di conseguenza, il rifiuto dell’Occidente – pensiamo all’esperienza dell’ayatollah iraniano Khomeini – coincideva con il rifiuto di povertà, disuguaglianze e insicurezze. Ciò non significava respingere in toto la modernità, ma interpretarla alla luce dell’Islam, così come altre società l’avevano interpretata alla luce delle teorie economiche neoliberali o dei principi del socialismo marxista. Il fondamentalismo – spiega bene Milton-Edwards attraverso la storia degli esempi – è dunque figlio del desiderio di modernizzazione dei Paesi islamici, esattamente nella misura in cui sono islamici, e non, poniamo, aconfessionali.

Senza tentare risposte definitive, il libro di Milton-Edwards aiuta a rimettere alcuni tasselli al proprio posto, così che alla fine della lettura non risulterà paradossale che sia proprio la globalizzazione – bandiera sventolata dai libertari al di qua e al di là dell’Oceano – ad aver ricompattato il mondo islamico così come infinite schiere di mullah non erano ancora riuscite a fare.

La studiosa inglese
Beverley Milton-Edwards è una delle massime studiose di Islam del mondo anglosassone. Insegna Relazioni internazionali presso la School of Politics della Queen’s University di Belfast. Tra le sue opere Islamic Politics in Palestine (London-New York 1996) e Contemporary Politics in the Middle East (Cambridge 2000). Il fondamentalismo islamico dal 1945 (Salerno Editrice, in libreria nei prossimi giorni) è la sua prima opera tradotta in italiano .

 

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2 Risposte to “Jihadisti, ultimi figli della modernità”

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