Camus nei ricordi dell’amico Jean Daniel

di Goffredo Fofi

Su Camus si è scritto molto nei mesi scorsi, in vista del cinquantesimo anniversario della sua morte, a soli 47 anni. Aveva avuto il Nobel per la letteratura tre anni prima, nel 1957, forse il più giovane tra gli insigniti da un premio che era ancora molto prestigioso. Benché la sua attività venisse stroncata dal mortale incidente del 1960, quanto ha scritto è bastato a farne uno dei pensatori più influenti del secolo scorso. E di oggi. Maestro per scrittori di mezzo mondo – innumerevoli, dalla Svezia di Dagerman al Giappone di Dazai, dall’Italia di Flaiano (Tempo di uccidere ) alla stessa America di Faulkner, a tutta o quasi l’Europa dell’Est nei duri anni dello stalinismo – il segreto della sua durata è stato nel saper «resistere all’aria del tempo», nel non accettare le linee dominanti della cultura dei suoi anni in nome di un’onestà intellettuale innamorata della realtà, della verità.

Jean Daniel, uno dei giornalisti francesi più importanti tra la guerra e oggi, fondatore del Nouvel Observateur , che gli fu vicino e amico sin dagli esordi perché anche lui nato e cresciuto come Camus nell’Algeria coloniale, ha scritto pochi anni fa questo aureo libro di ricordi e riflessioni su Camus, constando sintetizzando in questo modo l’itinerario camusiano: «Se si esclude il rifugio nella religione o la fuga nell’ideologia, rimangono l’imperativo della creazione felice e l’urgenza di una compassione attiva e sempre controllata». Camus si voleva «solitario e solidale» e ha ripetuto molto spesso quest’essenziale definizione del suo programma di vita e di pensiero, che parte dall’impossibilità di accettare i luoghi comuni e i grandi ricatti del suo tempo – e in sostanza le due grandi distinzioni, di ieri e non più di oggi, tra il modello statalista e quello occidentale, americano, basato sull’assoluto del mercato. Si accusò Camus di non tener conto delle «leggi» della storia, gli uni irridendo la sua radicale critica del «comunismo reale» e gli altri quella, né più né meno, del sistema capitalista.

Il suo amico-nemico Sartre sacrificò alla logica di «non mettere in crisi la classe operaia» occidentale e le sue prospettive di rivoluzione con la denuncia degli orrori del gulag, e ruppe con Camus (se fu Camus a rompere con lui, il discorso non cambia) perché Camus non accettò questo ricatto così come non accettò quello della spirale di violenza algerina (e forse lo scritto più terribile di Sartre fu proprio la sua prefazione a I dannati della terra di Fanon , in cui, andando ben oltre Fanon, esaltava la necessità della violenza algerina su ogni piano, compreso quello psicologico e morale). In sostanza, Camus ha sempre messo in discussione il rapporto tra fini e mezzi e considerato anzitutto la verità delle vittime, di qualunque parte esse fossero. Una prima rottura con il pensiero comune e «l’aria del tempo» Camus l’aveva affermata, guadagnandosi irrisioni e inimicizie, proprio quando tutti esultarono per l’atomica a Hiroshima vedendovi la data risolutrice della guerra mondiale. Se si usano le armi del nemico, si finisce per somigliargli, per diventare il nemico. «Io voglio lottare per la giustizia», ha scritto Camus, «non per la punizione degli uni e la vendetta degli altri». Quella giustizia, diceva Simone Weil così amata da Camus, che abbandona sempre il carro dei vincitori. Bisognava imparare a diffidare dei «giustizieri con le mani pulite». E anche da quella «pietà che induce a soccorrere le vittime preparandone l’asservimento», e che a me sembra fin troppo presente, oggi, nell’aria del nostro tempo.

L’OMAGGIO DI SARTRE Ebbene, fu proprio Sartre, ricorda Daniel, a scrivere il necrologio dello scrittore più vicino al suo spirito: «Il suo umanesimo testardo, severo e puro, austero e sensuale, intraprendeva una lotta senza certezze contro i gravi e difformi eventi di questo tempo. E per converso, con la caparbietà dei suoi rifiuti, egli riaffermava, nel pieno della nostra epoca, contro i machiavellici, contro i vitelli d’oro del realismo, l’esistenza del fatto morale. Egli era, per così dire, quella incrollabile affermazione. Per poco che si leggesse o si pensasse, ci si imbatteva nei valori umani che teneva stretti in pugno: metteva in questione l’atto politico». Metteva in questione l’atto politico, è forse qui la più scottante attualità del pensiero e dell’opera letteraria di Camus. Il libro di Daniel parla di molti aspetti dello scrittore e ricorda molte sue frasi esemplari, nella loro semplicità e immediatezza, ma non quella che a me sembra centrale, nella sua essenzialità: «Mi rivolto dunque siamo» (si veda la piccola antologia camusiana di Eleuthera che porta questo titolo, uscita due anni fa). Ricorda per esempio le sue parole d’ordine «giustizia, onore e felicità», vedendo l’originalità soprattutto della seconda e della terza, e commentando quest’ultima con la constatazione che «occorre amarsi un po’ e se possibile essere felici per amare gli altri», contro ogni logica di mortificazione. Parla diffusamente del lavoro giornalistico di Camus in pagine che dovrebbero servire di monito ai giornalisti di oggi. Insiste sull’idea camusiana di responsabilità («essere responsabile è in primo luogo partecipare») e sul dovere di non accettare lo stato delle cose presenti, di metterlo in discussione, di reagirvi («vivere è non rassegnarsi»), sul rifiuto di mentire e di mentirsi (citando Malraux: «essere un uomo è ridurre al massimo la propria parte di commedia»).

Di questo piccolo libro in cui il vecchio Daniel mette insieme ricordi e riflessioni e definisce, datandolo, un percorso tra i più necessari e affascinanti nella storia della società e della cultura del Novecento, voglio per finire ricordare l’aneddoto che egli racconta, e che mi pare vada collegato a una delle più scandalose frasi di Camus: «Noi siamo di quelli che non sopportano che si parli della miseria se non con cognizione di causa». Eccolo: «Un 14 luglio, doveva essere quello del 1951, Albert Camus, la madre (che era una domestica semianalfabeta, d’origine spagnola, per chi non lo ricordasse e non avesse letto Il primo uomo , il bellissimo libro postumo di Camus), alcuni amici e io, andammo in place Saint Sulpice dove si ballava. Stavamo seduti attorno a un tavolo e, come faceva di tanto in tanto, Camus si alzò per ballare con una delle donne che ci accompagnavano. Poi tornò vicino alla madre. Si sedette, si chinò verso di lei e, parlando molto forte per vincere la sua sordità e la musica e perché gli altri potessero sentire, disse: “Mamma, sono stato invitato all’Eliseo”. Lei si fece ripetere la frase almeno tre volte e soprattutto la parola “Eliseo”. Rimase silenziosa per qualche minuto. Poi chiese a suo figlio di stare a sentirla e gli disse a voce molto alta: “Non è cosa per noi. Non ci andare, figlio mio, non ti fidare. Non è cosa per noi”. Camus ci guardò. Non disse niente, ma mi sembrò che fosse fiero di sua madre. Comunque sia, non è mai andato all’Eliseo» (pag.154).

L’Unità

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