Piccola Posta di Adriano Sofri

Il film su Franco Basaglia per Rai Uno – scrivo avendone vista la prima parte – è molto bello, e Basaglia era una gran bella persona. Era di parecchi anni avanti sul proverbiale Sessantotto, e gente come me che si voleva rivoluzionaria e che nel ‘68 era già adulta si lasciò sorprendere dalla scoperta che nelle case chiuse della pazzia e della prigionia, davanti alle quali si era passati tante volte voltandosi dall’altra parte, come coi bordelli, c’erano dei sepolti vivi capaci di colpo di sentire pensare e lottare. Quella meravigliosa scoperta avvenne una volta per tutte, e oggi chi si compiace dell’auge rinnovata delle esclusioni e delle reclusioni non può invocare per sè nessuna ingenuità ignoranza e buona fede. Nemmeno si dovrebbe maramaldeggiare contro i proclami di allora per cui la malattia non esisterebbe, e nemmeno la morte: non si pensava così, benché si facesse come se la malattia e la morte non esistessero, finché non se ne fu schiacciati.

Chi cerchi una critica non pregiudiziale e reazionaria alla prodigalità di Basaglia e dei suoi può trovarla negli scritti ultimi di Giovanni Jervis, per esempio “La razionalità negata. Psichiatria e antipsichiatria”, scritto con Gilberto Corbellini (Bollati Boringhieri 2008). Ma la figura e l’opera di Basaglia non possono misurarsi alla sola stregua di una sistemazione teorica. Contano le cose che ha fatto e le persone con cui le ha fatte. Sia detto senza pretese, ma non è così anche per Gesù Cristo? Ci sono momenti eccezionali – magici, dice qualcuno, o miracolosi – che non vanno rinnegati solo perché i miracoli non si ripetono, e magari si volgono in qualche disastro. Il film è bello, non cede troppo al romanzesco, e del resto la storia è già romanzesca abbastanza, impressiona chi lo guarda e, lungi dal fargli immaginare che le cose orrende che vede appartengano a un passato che non torna, lo inducono a pensare a quello che dura e si riattizza, alla branda di Stefano Cucchi, ai manicomi criminali, dal nome appena ingentilito, dalla chiusura sempre annunciata e mai attuata, e anche alle sofferenze facilmente addebitate alla 180, e non alla “mancata applicazione” che deforma gli esiti di tante leggi italiane – 194 compresa, e fino al caso ultimo dell’indulto. Io non conobbi bene Basaglia, lo vidi e lo ascoltai come tanti della nostra generazione, forse Fabrizio Gifuni, che è molto bravo e ha una così bella faccia, lo rende più flemmatico di come fosse, e sacrifica qualcosa alla riproduzione dell’accento veneziano. I “pazzi” sono dei magnifici pazzi, e Trieste è fatta apposta, col suo dialetto in cui “matto” vuol dire semplicemente una persona. Quanto all’ottimo sloveno Boris, colpisce la sua somiglianza con Basaglia, e commuove il suo doppio tuffo nelle acque verdi (dell’Isonzo? Ma lo ricordo blu. Del Timavo?), testimonianza di una guerra da pazzi che da quelle parti non è mai finita.

Il Foglio

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