Otto Von Cavour

Bismark e il primo ministro piemontese: la realpolitik ha due facce, può essere autoritaria o liberale

GIAN ENRICO RUSCONI
Dovremmo inventare noi il regno d’Italia se non fosse già nato per conto suo» – così scriveva Otto von Bismarck nell’ottobre 1862. Era passato un anno dalla morte di Cavour. Gli eventi italiani del 1859-61 (guerra franco-piemontese contro l’Austria, acquisizione della Lombardia, aggregazione al Piemonte delle regioni italiane centrali, la fulminea conquista del Meridione con la spedizione garibaldina, la proclamazione del Regno d’Italia) – questi eventi avevano lasciato stupiti, ammirati, preoccupati gli europei.

Soprattutto ne erano affascinati i tedeschi che avevano un problema nazionale molto simile. Erano infatti divisi in tanti Stati minori (formalmente uniti in una debole Confederazione) sotto la pressione egemonica di due Stati forti, tendenzialmente ostili, al nord la Prussia e al sud l’Austria. Per molti tedeschi la vicenda italiana era diventata un modello da seguire. In particolare la figura di Cavour sollevava incondizionata ammirazione per la straordinaria abilità, energia e intelligenza nell’aver condotto in porto un’impresa che anni prima era giudicata semplicemente impossibile. Era un capolavoro politico che combinava due risorse: spregiudicato inserimento della questione nazionale nella dinamica internazionale, anche con il ricorso alle armi, in un gioco di sponda tra le grandi potenze europee (Francia, Austria, Inghilterra, ma anche Russia e Prussia) e mantenimento all’interno di una politica fondamentalmente liberale, parlamentare. Era l’attuazione dell’ideale nazionale liberale: unità nazionale e libertà politica. Un sogno. L’Italia cavouriana era il modello da imitare.

È commovente oggi per noi italiani leggere nella pubblicistica tedesca del tempo l’invito a «fare come in Italia». Non sarebbe mai più accaduto nei centocinquant’anni successivi.

A questo punto si inserisce il discorso sulla Prussia e Bismarck. Il regno d’Italia completa la sua unificazione con l’acquisizione del Veneto e di Roma, con l’aiuto delle vittorie militari prussiane. Rispettivamente con la battaglia di Sadowa contro l’Austria (1866) – nonostante le sconfitte italiane a Custoza e Lissa – e la vittoria sui francesi a Sedan nel 1870. Il risorgimento si conclude grazie alla Prussia di Bismarck. E non si tratta di un completamento meramente territoriale ma dell’inserimento dell’Italia nel gioco delle potenze europee. Che i successori di Cavour siano stati maldestri e in difficoltà in questa fase è un altro discorso. Ma è difficile immaginare «che cosa avrebbe fatto Cavour». Certamente avrebbe approvato l’alleanza con la Prussia. Ci sono segni chiari nelle sue ultime riflessioni politiche.

Ma stiamo ai fatti e alle aspettative del tempo, lasciando da parte in questa sede l’idealizzazione di quanto è realmente accaduto in Italia, soprattutto gli errori commessi nei riguardi del Mezzogiorno.

Torniamo al confronto tra Cavour e Bismarck. Quest’ultimo nel 1862 diventa presidente dei ministri della Prussia coltivando subito l’intenzione di farne la potenza egemone della Confederazione tedesca, espellendone l’Austria. Come aveva fatto il Piemonte? Come aveva agito Cavour? Come gli raccomandavano molti pubblicisti e commentatori politici? Non esattamente. Per cominciare si scontra frontalmente con le forze liberali che non intendono approvare il costoso rafforzamento dell’esercito prussiano che Bismarck sta attuando in previsione dello scontro frontale con l’Austria. Per il resto, il presidente dei ministri prussiano non esita a proclamare davanti ad una assemblea esterrefatta la sua filosofia politica: «Non con i discorsi e le risoluzioni prese a maggioranza si decideranno le grandi questione del nostro tempo – questo è il grande errore del 1848 e del 1849 – ma con il ferro e il sangue».

Cavour non avrebbe mai fatto un’affermazione del genere, pur non esitando a ricorrere al «ferro e al sangue» quando era necessario. Ma la sua prospettiva politica era basata – con convinzione – sui valori del liberalismo, sulle procedure parlamentari e le risoluzioni «prese a maggioranza» che lui sapeva gestire in maniera eccezionalmente abile, attirandosi spesso l’accusa di essere un manipolatore del parlamento se non addirittura un «dittatore democratico».

Su questa base – che lo storico più noto del tempo Treitschke definiva senz’altro «geniale Realpolitik» – si costruiscono le analogie tra i due statisti. Cavourismo e bismarckismo diventano due espressioni o modelli ora interscambiabili, ora contrapposti, in un gioco pubblicistico infinito. Lo storico oggi fa fatica a distinguere tra la retorica del giornalista e l’intuizione dell’analista. Questo atteggiamento si ritrova naturalmente anche tra gli uomini politici italiani, in particolare tra quelli che trattano con la Germania. Il generale Govone, inviato a Berlino nel 1866 per definire con Bismarck l’alleanza militare che avrebbe portato alla guerra comune contro l’Austria, una volta tornato in Italia dice: «Bismarck è il nostro Cavour, tutto Cavour in carne ed ossa». È difficile capire come il militare sia arrivato a questa sorprendente conclusione. Evidentemente essa coglieva la spregiudicata valutazioni delle forze in campo, il realismo politico comune ai due statisti, ma trascurava la piattaforma dei valori di fondo sulla quale si muovevano. Sì, la vera lezione – la più difficile da apprendere – è che ci sono Realpolitiker liberali e Realpolitiker autoritari.

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