Laptev, l’Auschwitz dei lituani

Non avevano nemmeno bisogno del filo spinato, i sovietici, per i loro lager. Bastava il gelo. Alla foce della Lena, sul Mar di Laptev, la temperatura scende fino a decine di gradi sotto lo zero. Impensabile ogni tentativo di fuga. E infatti i lituani deportati rimasero in gran parte là, a morire di fame e di freddo: la metà dei deportati cadde in quell’angolo remoto della Siberia, come Dalia Grinkeviciute ebbe il coraggio di denunciare in uno scritto da samizdat che Sacharov avrebbe fatto circolare in Occidente nei primi anni Ottanta. Dalia era poco più di una bambina, nel 1941, quando i russi entrarono da padroni nella sua città, Kaunas, e revocarono l’indipendenza del suo Paese.

La Lituania – come le vicine Lettonia ed Estonia – sarebbe rimasta terra d’occupazione per cinquant’anni esatti, fino al 1991, e in quei cinquant’anni Stalin prima e Breznev poi s’impegnarono a fondo nel tentativo di “russificare” i territori conquistati. Centinaia di migliaia di lituani, lettoni, estoni e finlandesi della Carelia – conquistata nel 1940, al termine della Guerra d’inverno – furono deportati nelle regioni più remote e inospitali della Siberia e rimpiazzati da altrettanti coloni russi, i cui figli ancora oggi rappresentano un corpo estraneo all’interno degli Stati baltici.

La ragazzina Dalia era una delle cinquecentomila persone – su tre milioni in tutto – deportate dalla Lituania: verso Laptev, parola che per i lituani ha lo stesso, sinistro potere evocativo che ha Auschwitz per gli ebrei. Un massacrante e interminabile viaggio in treno attraverso il nulla degli immensi spazi russi, cullando l’insensata speranza di andare in America; l’approdo alla foce della Lena, dove non c’era nulla, tanto che i deportati dovettero perfino costruirsi da sé le baracche per tentare di ripararsi dal gelo; le giornate di lavoro sfibrante, trasportando a mano i tronchi che venivano abbattuti nella taiga.

A Laptev c’erano soprattutto lituani e finlandesi, che a poco a poco riuscirono a costruire una parvenza di società sfruttando il lassismo dei russi, il cui unico interesse era la produzione del legname. In quegli anni – Dalia riuscì a rientrare a Kaunas soltanto nel 1950 – la ragazza appuntò alcune memorie in foglietti sparsi che conservava in un barattolo; quando tornò in Lituania, ancora in piena età staliniana, lo sotterrò in un luogo presto dimenticato, anche perché fu nuovamente arrestata e deportata in Siberia. Questa volta ebbe maggior fortuna, poiché le fu concesso di studiare; si laureò infine in medicina e tornò in Lituania, dove visse fino alla morte, nel 1989, cercando di diffondere la coscienza e la memoria delle atrocità staliniste.

Soltanto qualche anno dopo, nel 1991, il manoscritto dimenticato fu rinvenuto casualmente; ora è conservato gelosamente nel Museo nazionale lituano. Tutti gli scritti della Grinkeviciute, gli appunti rimasti sotterrati per quarant’anni e quelli composti per il samizdat, sono stati raccolti da Francobaldo Chiocci nel volume I lituani al Mar di Laptev. L’inferno di ghiaccio nei lager comunisti (Pagine editore, pagine 234, euro 15,00).

Nelle memorie, tanto disordinate quanto toccanti, si legge della malattie che afflissero costantemente i deportati, dal tifo allo scorbuto, del freddo assassino con temperature che scendevano fino a cinquanta gradi sottozero, della fame costante causata dagli irregolari e sempre volutamente insufficienti approvvigionamenti russi. I lituani e i finlandesi cercavano di ovviare pescando nelle gelide acque di Laptev, esponendosi al pericolo mortale delle cadute in acqua; a quelle temperature, volevano dire morte certa per congelamento.

Così come le spedizioni fuori dalle baracche, durante le tempeste di neve, per cercare legna da ardere nelle stufe di fortuna costruite dai deportati nelle loro baracche. Dalia, che doveva badare anche alla madre malata e al fratellino – il padre era stato separato dalla famiglia, per essere deportato e morire altrove –, subì perfino un processo per il “furto” del legname. Fu il suo primo processo, ad appena quindici anni; l’ultimo sarebbe venuto quando la sua testimonianza fu diffusa da Sacharov in Occidente. Davanti al commissario del popolo, ebbe la forza di sostenere: «Lei mi vuol dimostrare – si legge nei verbali – che i boia di Hitler erano cattivi e invece quelli di Stalin bravi. La verità è che la vittima resta la vittima e il boia resta il boia».

Edoardo Castagna
Avvenire

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