No, la notizia non è sacra

Il direttore del New York Times spiega che ha ritardato uno scoop perché gliel’ha chiesto Obama

Giovedì scorso, una settimana fa, i cronisti del New York Times Mark Mazzetti e Dexter Filkins avevano già scritto e inviato all’ufficio centrale del quotidiano la storia dell’anno: il mullah Baradar, che siede alla destra del mullah Omar, catturato vivo a Karachi. I due giornalisti, che senza troppe discussioni sono fra la manciata dei migliori in circolazione su Afghanistan e Pakistan, sapevano esattamente ciò che stavano facendo. Avevano ottime fonti incrociate, dichiarazioni d’appoggio e tutte le cautele linguistiche del rigoroso stile anglosassone. Ma invece di finire in evidenza sulla prima pagina di venerdì scorso, l’articolo è finito dritto nel congelatore. Non in un congelatore qualsiasi ma in quello della Casa Bianca, e lì è rimasto fino alla sera di lunedì, quando il Times si è deciso a pubblicare la storia, mentre le fonti sul campo giuravano che la notizia non poteva essere taciuta oltre.

Quei cinque giorni di ritardo sono stati il teatro di dialoghi intensi e cordiali fra il New York Times e la Casa Bianca, a proposito di quella pubblicazione potenzialmente sconveniente. A raccontare come sono andate le cose è il direttore del quotidiano, Bill Keller, in un’intervista alla stazione radio Wnyc. Con eloquio diretto interrotto soltanto da qualche decina di “ehm” imbarazzati, Keller ha risposto alle domande di Celeste Headlee sul ritardo “concordato” fra il quotidiano indipendente e i palazzi del potere.
“Quindi la Casa Bianca vi ha chiamati e vi ha chiesto di non pubblicare la notizia?”. “Siamo stati noi, per la verità, a chiamarli – ha detto Keller –  Mark Mazzetti e Dexter Filkins avevano scritto l’articolo giovedì e lo hanno girato alla Casa Bianca, come facciamo di solito, e le persone lì hanno detto ‘ehi, aspettate un attimo, dobbiamo parlare di questa cosa’ e così diversi nostri giornalisti dell’ufficio di Washington sono andati alla Casa Bianca e ne hanno parlato con quelli del Consiglio di sicurezza nazionale, che hanno detto di essere abbastanza sicuri che i talebani più vicini al mullah Baradar non sapevano della sua cattura. Avevano paura che una volta uscita la notizia, altri talebani avrebbero cercato di mettersi sulle loro tracce e così ci hanno chiesto di tenerla segreta per un po”.

“Perché avete deciso di accettare? Non siete sempre così gentili con le richieste di questo genere…”. “No, dipende dalla situazione in cui ci chiedono di non pubblicare la notizia. A volte è ovvio, ad esempio i nostri giornalisti embedded non pubblicano informazioni che possono mettere a repentaglio la sicurezza delle nostre truppe. Altre volte ci sono state più controversie nel decidere se pubblicare o no una storia. Onestamente, questa non è stata una decisione difficile. Certo, eravamo impazienti di pubblicare l’articolo, che era frutto di un grande lavoro di Mark e Dexter, ma non c’era nessuna evidente ragione di pubblico interesse per anticipare la pubblicazione e noi siamo persone responsabili; non volevamo compromettere quello che sembrava un grosso colpo dell’intelligence”.

La versione di Keller è semplice: ci sono ragioni di interesse nazionale che precedono quelle dell’informazione e in questi casi è ragionevole trovare un buon compromesso con le autorità. Il direttore del Times non retrocede di un centimetro nemmeno quando Headlee ricorda che nel 2006, durante la presidenza di George W. Bush, il New York Times ha ricevuto una dura richiesta dalla Casa Bianca di omettere uno scoop sull’uso illegale di intercettazioni telefoniche da parte dell’Amministrazione. In quel caso, il quotidiano di New York ha deciso di pubblicare la notizia. “Avete ricevuto un avvertimento così minaccioso anche da parte dell’Amministrazione Obama?”. “No, nel 2006 le conversazioni sono state professionali e civili, ma alla fine non abbiamo accettato di omettere la notizia come ci era stato chiesto. Una tempesta di critiche ci è piovuta addosso dalla Casa Bianca. Da questa Amministrazione non abbiamo ricevuto la stessa acrimonia, né l’hanno ricevuta altri giornali, per quanto ne so io”.

Non è la prima volta che gli standard usati dal grande quotidiano liberal suscitano polemiche. A settembre, Keller ha fatto un lungo (e fruttuoso) giro di telefonate per convincere i colleghi a stralciare la notizia del rapimento di uno dei cronisti in Afghanistan, Stephen Farrell, gesto che ha suscitato il dissenso scomposto di alcuni analisti, in testa il direttore del Long War Journal, Bill Roggio. Così aveva fatto anche nei sette mesi in cui un altro inviato di guerra del New York Times, David Rohde, era stato nelle mani dei talebani.
Diverso il criterio usato dal Times per quanto riguarda altre situazioni sensibili: nel 2002 ha pubblicato la notizia del rapimento di alcuni funzionari della Croce Rossa in Cecenia; nel 2005 ha messo in prima pagina il rapimento dell’arcivescovo di Mosul; lo stesso ha fatto con la famiglia tedesca rapita nello Yemen e per decine di altri rapimenti che avrebbero tratto giovamento dalla segretezza. Nel 2006 ha rivelato i dettagli del Terrorist Finance Tracking Program, il sistema segreto per il controllo delle risorse dirette nelle mani del nemico. Inutile dire che dal punto di vista della sicurezza nazionale sarebbe stato meglio che i terroristi non sapessero che il governo americano aveva sott’occhio i loro flussi finanziari.

Il capitolo sul mullah Baradar rinverdisce una discussione eterna sul giornalismo corretto, ma con l’aggravante dell’accordo dichiarato con il potere. Tutta la gestione della questione afghana da parte del New York Times, a dire il vero, è stata scandita da un dialogo continuo con l’Amministrazione: decisivo è stato l’apporto del quotidiano durante la lunga gestazione della decisione di Obama sull’aumento delle truppe. Anche quest’ultimo caso dimostra che la sacralità della notizia è spesso un’astuta bugia.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

di Mattia Ferraresi

Il Foglio

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