«La mia Quaresima tra dolore e speranza»

Intervista a Riccardo Muti

«Ogni volta che arriva la Quaresima la prima cosa che mi viene alla mente è un profumo. Quello intenso dell’incenso, misto a quello delicato dei gigli che sentivo nelle chiese di Molfetta il Giovedì Santo quando con la mia famiglia si faceva la tradizionale Visita ai sepolcri». Il profumo della Quaresima per Riccardo Muti è legato all’infanzia in Puglia. «Ma mi sembra di sentirlo ancora oggi mentre cammino tra i grattacieli di New York» racconta dall’America il direttore d’orchestra. Stasera debutta al Metropolitan. «Anche se la parola debutto – dice sorridendo – dopo tanti anni di carriera suona un po’ strana. Spesso James Levine, direttore musicale del Met, mi ha invitato, ma ho sempre dovuto dire no per gli impegni come direttore musicale al Maggio musicale fiorentino prima e al Teatro alla Scala poi. Ora si è aperta una possibilità. E l’ho colta subito, anche perché con la prossima stagione inizia il mio impegno stabile con la Chicago symphony orchestra e, se le vicende lo permetteranno, con l’Opera di Roma».

Muti dall’America non smette di guardare all’Italia. «È triste per chi cerca con fierezza di rappresentare al meglio il proprio Paese all’estero leggere di una cultura che fa acqua da tutte le parti. Guardandole da fuori, forse, le cose appaiono amplificate. E la stampa estera, devo ammetterlo, tratta l’Italia a volte con troppa severità. Ma è inutile negare che i problemi ci sono». Poi, ti spiazza con un gesto di generosità, tutt’altro che scontato. «Darò la mia disponibilità non solo per rilanciare l’Opera di Roma, ma vorrei essere il testimonial di un progetto ampio e articolato che, partendo dalla Capitale, valorizzi i teatri del Centro-Sud. Un grande patrimonio che non sempre ci ricordiamo di avere: il San Carlo di Napoli, ma anche il Petruzzelli di Bari, i teatri di Catania e Palermo. Però non voglio impormi. Se ci sarà la volontà di tutti i soggetti per realizzare questo progetto bene, sono a disposizione. Altrimenti, mi ritiro in buon ordine». Per intanto Muti ha scelto l’America: Chicago, ma anche la New York philharmonic. E per la sua prima opera al Metropolitan ha voluto l’amato Giuseppe Verdi.

Sul leggio avrà Attila. «Un’opera di un’attualità sconvolgente. Parla di rifugiati. Di oppressi e di oppressori. Dell’amicizia tradita. Della sete di potere. Un’opera che mi mette un brivido sinistro perché, guardando a ciò che capita nel mondo, mi viene il sospetto che la storia non abbia insegnato molto». Muti pensa alle prime pagine dei giornali, ai notiziari televisivi e si dice «sconfortato dal bollettino quotidiano di rapine, saccheggi, stupri, morti. Ma anche colpito nel vedere gente costretta a lasciare la propria terra. E stanco di dover fare i conti con persone che “giocano” con il terrore, tenendo in scacco il mondo con la minaccia di farlo saltare in aria». Uno scenario che, per il direttore d’orchestra, «impone una presa di posizione decisa della comunità internazionale». E che rende ancora più necessaria una seria riflessione sul nostro essere uomini. «Mi piace pensare – e vivere – la Quaresima come un’occasione per riconquistare quella semplicità che la società moderna ha messo in un angolo. Per tornare ad una dimensione spirituale che oggi sembra volutamente dimenticata. Per gettare la maschera indossata a carnevale, ma che spesso, in molti portano anche nella vita di tutti i giorni».

Il passaggio ad Attila è subito spiegato. «La lettura del melodramma verdiano che propongo a New York va proprio in questa direzione. D’accordo con il regista Pierre Audi gli abbiamo tolto la maschera, gli abbiamo levato la pelle di tigre che un’idea fumettistica del re degli Unni suggerirebbe. E lo abbiamo fatto vivere in una dimensione senza tempo (le scene sono di Jacques Herzog, l’architetto del nuovo stadio di Pechino, i costumi di Miuccia Prada) per dire che quello che Verdi ha raccontato nel 1846, mettendo in musica una storia del quinto secolo, lo viviamo ancora oggi». Parlare col maestro di Quaresima, significa inevitabilmente anche toccare temi (considerati da molti tabù) come il dolore e la morte. «Sono entrati prepotentemente nella mia vita, in maniera del tutto particolare, mischiandosi ad altri di gioia estrema. Ho perso mia madre subito dopo la nascita del mio primo figlio, Francesco. E dopo l’arrivo di Chiara, la mia secondogenita, è morta la mamma di mia moglie Cristina. Mi sono sempre chiesto perché la grande gioia di una vita che sbocciava nella mia famiglia venisse sempre sostituita dal dolore di un’altra che si spegneva. Non ho ancora trovato una risposta a questo doloroso quesito, ma col tempo l’ho accettato. Spesso mi tornano in mente le parole di Virgilio: “Sono le lacrime delle cose, toccano le menti dei mortali”».

A sorpresa Muti racconta di aver trovato l’orizzonte entro il quale collocare l’esperienza del dolore in Dante. «”S’accogliea per la croce una melode / che mi rapiva, sanza intender l’inno” si legge nel quindicesimo canto del Paradiso. Me lo ripeto spesso. E mi sento parte di una grande schiera, l’umanità, fatta di gente chiamata ad affrontare le stesse gioie e gli stessi dolori». Un sentimento che il maestro ritrova nella musica di Beethoven. «Specie nel movimento lento della Nona sinfonia dove il musicista racconta il dolore, esperienza che trascende le possibilità umane, ma anche la speranza che deriva dalla certezza di essere parte di un disegno più ampio, di un creato di fronte al quale non si può che esprimere la propria riconoscenza».

Pierachille Dolfini
Avvenire

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