“Eva togata” di Francesca Tacchi

pp. 225, UTET, euro 18

E’ curioso che il mondo della giustizia, mondo da sempre raffigurato con sembianze femminili, sia in realtà nella maggior parte dei casi ad appannaggio di quello maschile. Giudici, avvocati, magistrati, anche soltanto a nominarli ci appaiono sotto le parvenze di uomini. “Eva togata”, invece, getta lo sguardo sull’altra metà del cielo in ambito forense. Francesca Tacchi, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze, compie un viaggio lungo e affascinante, che va “dall’Unità a oggi”.
Il lavoro ripercorre la presenza delle donne nel settore giuridico alternando periodi di esclusione (l’età liberale e il fascismo) a periodi di inclusione (il primo dopoguerra e il primo quindicennio repubblicano), fino a giungere agli anni Sessanta e Settanta, decenni del diritto al femminile, e infine al boom cominciato dagli anni Ottanta, epoca delle pari opportunità.
La storia al femminile della giustizia italiana è lunga, tortuosa e – ancora oggi – in salita, ma due sono i punti da cui non si può prescindere: un nome e una data.
Il nome è quello di Lidia Poët, prima donna avvocato dell’Italia unita. Il suo è un personaggio veramente incredibile, come sono incredibili le motivazioni per cui – nonostante la sua perseveranza – gli uomini le abbiano impedito di mostrare quanto valesse, proprio come se fosse stata un maschio. “Tutto ha inizio nel giugno 1881 – scrive l’autrice – quando la ventiseienne Lidia Poët, appartenente a una numerosa, ‘distinta’ e agiata famiglia di proprietari terrieri di Traverse (Pinerolo) d’origine valdese, dopo un’educazione di stampo tradizionale, si laureò a pieni voti in Giurisprudenza a Torino, con una tesi sul diritto di voto femminile… Dopo il biennio di pratica, Lidia chiese e ottenne l’iscrizione nell’albo degli avvocati di Torino”. La sua è una battaglia di cui tutte le donne, non soltanto quelle avvocato, devono dire grazie, anche perché Poët sfrutta come può quel poco che le concedono gli uomini del tempo. Arriverà fino alla Corte di Cassazione per vedersi negato il diritto a esercitare la professione come un maschio. “Rifiutò la dimensione privata dove l’aveva relegata il corpo giudiziario: oltre a lavorare nello studio del fratello, come lei civilista, partecipò a vari congressi giuridici, raccolse consensi oltralpe, diventando consulente legale di associazioni femminili”, prosegue Tacchi.
La data da tenere a mente è il 3 maggio 1963. “Non ricevettero un’accoglienza particolare le donne entrate in magistratura con il concorso a 200 posti di uditore giudiziario bandito il 3 maggio 1963”, scrive l’autrice. Su 2730 domande quelle femminili furono soltanto duecento. Agli scritti vennero ammesse in 31, su 668 candidati. “Le 8 ammesse agli orali furono tutte dichiarate vincitrici ed entrarono in servizio il 5 aprile 1965: di queste, 3 lo erano ancora nel 2003, quando si tenne una celebrazione del quarantennale davanti alle 7 superstiti”, prosegue Tacchi.
Si arrivi così ai nostri giorni, a quello che viene chiamato “femminilizzazione della giustizia”, processo non ancora terminato finché non verrà abbattuto anche l’ultimo ostacolo: il “soffitto di cristallo”, cioè la presenza delle donne anche nei vertici della giustizia.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

di Simona Verrazzo

Il Foglio

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