Iran: sono le banche il tallone d’achille di Teheran

Lo scorso gennaio, Mahmoud Bahhmani, governatore della banca centrale iraniana, ha rilasciato dichiarazioni allarmate circa lo stato di salute del sistema finanziario del suo Paese, all’80% di proprietà statale. Sotto il peso di ben 48 miliardi di dollari di prestiti non onorati – circa il 25% del totale dei prestiti emessi – le banche iraniane rischiano l’ingresso in un tunnel che porterebbe dritto, dritto ad una crisi economica sistemica.

Più o meno in contemporanea a queste dichiarazioni alcuni resoconti provenienti dalla stampa locale riportavano di difficoltà e di disordini verificatesi in alcune filiali bancarie di Teheran e Isfahan, prese d’assalto dai correntisti. La decisione del governo di limitare a 15.000 dollari il ritiro giornaliero dai conti correnti bancari, effetto dell’applicazione di una serie di norme anti-riciclaggio decise dal parlamento nel corso del 2009, tutto ha fatto tranne che tranquillizzare gli animi e ha dato ulteriore forza a preoccupazioni ed ipotesi di “quasi bancarotta”, pure prontamente contestata dai più alti esponenti del sistema bancario in mano pubblica.

Ma se in un sistema controllato dallo stato la possibilità di fallimento tecnico bancario è di fatto pressoche’ solo teorica – la banca centrale è sempre pronta a stampare moneta come fatto nel corso degli ultimi anni – ciò non toglie che il tassello a maggior rischio di collasso in un’economia che nel 2009 non ha mostrato apprezzabili segni di ripresa, sia proprio il suo sistema creditizio.

Dalle parti di Teheran non è certo
la prima volta che si parla di crisi dell’apparato finanziario. Ora però il concentrarsi dell’attenzione proprio sul sistema bancario iraniano quale possibile obiettivo – Cina permettendo – di un quarto round di sanzioni da parte del Consiglio di sicurezza Onu, ha fatto riaccendere i riflettori sulla rilevanza delle difficoltà delle banche iraniane.

Per dare dimensione all’incidenza economica dei prestiti in sofferenza presenti nel sistema si pensi che questi rappresentano circa il 20% del totale delle disponibilità bancarie, mentre l’indice di riferimento mondiale è invece del 4% circa.

Metà degli arretrati riguardano prestiti concessi a società statali, moltissime di queste connesse con la galassia degli interessi gestiti dal corpo della guardia rivoluzionaria islamica che, al tempo stesso, eserciterebbe il controllo delle principali banche del Paese.

Si tratta di difficoltà per lo più autoindotte da una politica populista e mal accorta. Il basso costo del denaro, fortemente voluto dal governo, è stato motivo di perenne disputa tra il governo e la banca centrale, come dimostrano i “dimissionamenti” degli ultimi due governatori dell’istituto di emissione. Con un tasso d’interesse nominalmente al 12%, ma in termini reali addirittura negativo a fronte di un tasso d’inflazione che sfiora il 30%, non si ha alcun incentivo al risparmio e si stimolano quelle posizioni di rendita finanziaria create dalla possibilità di giocare, per esempio, tra il tasso praticato dalle banche e quello dei mercati non ufficiali.

Tutto questo ha provocato una situazione nella quale ingenti risorse pubbliche sono state stornate dall’utilizzo in possibili politiche di stimolo, allo sterile impiego in interventi di pura ricopertura delle perdite. Una buona parte di questa liquidità facile ha reso possibile il crearsi di bolle speculative nel settore immobiliare, non solo in Iran ma anche nell’emirato di Dubai, noto “outlet” delle attività finanziarie da e per l’Iran. A tal proposito, alcuni osservatori hanno evidenziano che “l’approccio selettivo” del bail-out parziale operato da Abu Dhabi nei confronti di Dubai, sia monitorato ed in parte pilotato da Washington in senso contrario agli interessi iraniani rimasti coinvolti nei disastri finanziari dell’emirato.

Si spiega anche così che l’Iran sia quasi unico tra i Paesi produttori di petrolio ad aver esaurito, sotto i colpi di una congiuntura sfavorevole dei prezzi dell’energia, il proprio fondo di stabilizzazione e si ritrovi, ora, praticamente senza difese di liquidità sulle quali far leva per fronteggiare uno stato di sostanziale crisi economica che a parere di molti analisti continuerà a protrarsi, sanzioni o no, anche nel 2010.

Giovanni Mafodda

Limes

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