L’imam va alla guerra

In Arabia Saudita cresce l’ostilità per i ribelli sciiti: si rischia un conflitto interconfessionale

Un uomo, legato mani e piedi, piange e implora pietà. Un’altra persona lo colpisce con violenza, brandendo un cavo d’acciaio, sulla pianta dei piedi. Il video, girato con un telefono cellulare, è arrivato nelle mani della Saudi Information Agency (Sia), sito d’informazione saudita con base negli Usa. Il torturatore – ma le immagini mostrano anche altri prigionieri e altri picchiatori – sarebbe stato girato in una base dell’intelligence dell’Arabia Saudita al confine con lo Yemen.

I prigionieri sono yemeniti che gli agenti ritengono legati al movimento sciita dell’imam Abdul-Malik al-Houti, leader spirituale della setta dei Zaidi, che guida una rivolta contro il governo yemenita e contro quello saudita, dopo gli sconfinamenti in Arabia dei miliziani di al-Houti.
Una scena drammatica, un frammento dell’ordinaria violenza che fa da corollario a tutte le guerre. L’elemento più inquietante riguarda la motivazione che avrebbe spinto agenti sauditi a filmare e diffondere il video.
Secondo il direttore della Sia, Alì al-Ahmed, il video serve per tenere alto il morale delle truppe saudite al fronte, incitandone l’odio religioso per i nemici sciiti, prima ancora che yemeniti. Una visione che fa gelare il sangue. Il video, in effetti, presenta all’inizio il logo del governo saudita, come se si trattasse di un filmato istituzionale.
Al centro del conflitto c’è l’aspetto religioso, da non sottovalutare. In Arabia Saudita esiste una forte minoranza sciita che, nel cuore del sunnismo, denuncia abusi e violazioni. Il governo di Riad è molto preoccupato che la rivolta degli Zaidi possa dare inizio a rivendicazioni simili degli sciiti anche in Arabia Saudita.

Il conflitto in Yemen ha radici antiche. Fin dal 2004, i ribelli di al-Houti combattono il governo centrale di Sa’ana. Gli sciiti controllano la provincia settentrionale di Sada’a, nello Yemen settentrionale, al confine con l’Arabia Saudita. Al-Houti e i suoi sostengono di essere vessati dal governo per motivi religiosi. Il conflitto tra i guerriglieri sciiti e l’esercito prosegue fino al biennio 2007-2008, quando una mediazione del Qatar sembra porre fine alle ostilità. Queste ultime, però, ricominciano nel 2008 e, il 15 agosto 2009, deflagrano in un conflitto su vasta scala. Parte l’operazione Terra Bruciata dell’esercito yemenita che impiega fanteria e aviazione per spazzare via i ribelli. I miliziani in fuga sconfinano in Arabia Saudita e, il 3 novembre 2009, uccidono una guardia di frontiera di Riad, La reazione dell’Arabia Saudita è furiosa e l’esercito della famiglia reale al-Saud da inizio a violente operazioni militari contro i ribelli.
Almeno 130 militari sauditi hanno perso la vita nei combattimenti, mentre sono almeno 4mila le vittime civili nella provincia di Sada’a dal momento in cui sono iniziati i combattimenti più intensi.
Secondo le Nazioni Unite sono almeno 250mila i profughi. Una battaglia dura che, l’11 febbraio scorso, ha visto i ribelli di al-Houti accettare una tregua del governo dell’Yemen e dei militari sauditi. Violazioni del cessate il fuoco a parte, la tregua sembra reggere. Ma gli animi sono infuocati.

A questo punto entra in gioco la religione, come motore di interessi più pragmatici. Una figura chiave in questo senso è l’imam saudita Mohammed al-Arifi. Un fanatico predicatore wahabita (corrente tradizionalista sunnita) che incita i suoi alla Guerra Santa contro i miscredenti sciiti. Tanti imam, con la complice tolleranza del governo saudita, si recano al fronte per incitare le truppe di Riad, sottolineando come sia ‘l’empietà’ sciita il vero nemico. Al-Arifi, stigmatizzato pubblicamente dalla autorità saudita, ma ancora libero di diffondere il suo veleno interconfessionale, ha lanciato il gennaio scorso, nel sermone del venerdì, un affondo all’ayatollah Alì al-Sistani, massima autorità religiosa sciita irachena. Al-Arifi ha definito al-Sistani un miscredente, che copre i ribelli yemeniti come fa l’Iran. Il mondo sciita è insorto, con manifestazioni spontanee in difesa di al-Sistani a Najaf e Kerbala. Ma l’estremismo di al-Arifi rende l’idea di una partita molto più grande, quella interna all’Islam, dove le divisioni tra sciiti e sunniti non sono mai state così evidenti. Pronte per essere utilizzate da Arabia Saudita e Iran, che puntano alla supremazia regionale, anche a costo di scoperchioare il vaso di Pandora degli odi interconfessionali.

Christian Elia

Peacereporter

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