Il duce contro il ras

E Mussolini tirò le orecchie a Roberto Farinacci. Dalle carte del dossier segreto del ras di Cremona, da noi scoperto all’Archivio Centrale dello Stato di Roma, emergono nitidamente le ragioni dello scontro politico tra il Duce e il gerarca, capo della fazione intransigente del fascismo e segretario del Partito Nazionale Fascista dal 1925 al 1926. Una lettera inviata a Farinacci dal ministro della Cultura Popolare, Dino Alfieri, in data 6 ottobre 1936, illustra un capitolo inedito e rivelatore dell’eterna lotta che divise i due protagonisti del Ventennio.

Se Mussolini, machiavellico fino al midollo, prediligeva il fioretto alla clava, essendo incline all’impiego «chirurgico» della violenza, Farinacci, sanguigno e spietato, con le sue legioni di squadristi della prima ora era uno strumento in grado di prolungare i successi della rivoluzione e di consolidarne le conquiste. Si può perfino affermare che il ras cremonese fosse, in qualche misura, il braccio armato del Duce, e la sua influenza sul Cesare di Palazzo di Venezia si spingeva fino ad assumere le sfumature del ricatto.

Nel senso che Mussolini, ad un certo punto, divenne ostaggio dei suoi pretoriani. Ma quell’ala oltranzista gli faceva comodo, salvo dover poi svoltare verso la moderazione, recitando la parte del dittatore in doppiopetto e cilindro, o con le divise alla marinara da capitano di yacth. Ma veniamo a quanto accadde in quell’autunno del ’36: L’Italia aveva da pochi mesi il suo Impero e la Gran Bretagna, nel luglio precedente, aveva deciso di revocare le sanzioni inflitteci dalla Società delle Nazioni dopo l’invasione dell’Etiopia. Mussolini, a parte le smargiassate antibritanniche, era da sempre attento a migliorare, per quanto possibile, le relazioni con il Regno Unito: tanto è vero che, dopo alcuni mesi di negoziati, il 2 gennaio 1937, Italia e Gran Bretagna firmarono un importante protocollo d’intesa, il Gentlemen’s Agreement, seguito poi dagli Accordi di Pasqua del 1938.

Ecco perché, la mattina del 6 ottobre 1936, il Duce trasalì leggendo un commento anonimo, apparso in prima pagina sul quotidiano fondato e diretto da Farinacci, Il Regime Fascista, e dunque attribuibile alla penna del ras padano. Il corsivo, intitolato «Rivoluzionari al miele», prendeva di mira le falangi nere della British Union of fascists (Buf), i mussoliniani britannici guidati da sir Oswald Mosley.

Quest’ultimo, nato nel 1890 e morto nel 1980, era un ex deputato, prima conservatore e poi laburista, che si era messo a vagheggiare modelli fascisti in Inghilterra, raccogliendo anche discrete fortune elettorali, ma soprattutto ricevendo fondi neri dall’Italia: l’ambasciatore a Londra, Dino Grandi, nel 1935 lo aveva foraggiato versandogli 36 mila sterline. Farinacci accusava i fascisti d’Oltremanica di scarso coraggio, paragonando una loro recente parata londinese alle manifestazioni degli squadristi milanesi del 1919. Rievocando un comizio di Mussolini in Piazza Duomo del novembre di quell’anno, il gerarca cremonese puntualizzava che i duecento «camerati» che fecero scudo alla figura del Duce armati fino ai denti, si fecero beffe delle decine di migliaia di «rossi» che cercavano di impedire al capo del fascismo di intervenire.

Esattamente il contrario dei pavidi e pallidi imitatori londinesi, mediocri somministratori di manganello, ridicolizzati per i loro «calzoncini ben stirati, con la riga nel mezzo»: insomma, marciatori da operetta che «non amano gli spari e preferiscono rimanere inquadrati per non guastare l’estetica», pronti a squagliarsela alla prima minaccia di carica da parte della polizia.

Il Duce non gradisce e fa scrivere una lettera dal ministro Alfieri. Il capo del Minculpop così esordisce: «Caro Farinacci, questa mattina, a rapporto, il Duce mi ha parlato del tuo trafiletto comparso oggi su Regime Fascista a proposito di Mosley. Anzitutto il Duce ritiene che in questo momento sia opportuno non svalutare i tentativi di Mosley, e in ogni caso non concorda nel paragone che tu hai fatto tra la fallita dimostrazione dei seguaci di Mosley e l’episodio milanese». Continua Alfieri, riferendo fedelmente il pensiero di Mussolini: «Nel corteo di Mosley vi erano duemila donne, e i dimostranti si sono trovati di fronte a una polizia bene organizzata e decisa: a Milano la situazione era assai diversa».

La lettera si conclude con un invito preciso rivolto a Farinacci: «Il Duce ritiene che sarebbe assai più opportuno occuparsi, in questo momento, della eterna collusione tra ebraismo e comunismo». Quest’allusione alla opportunità di avviare una campagna contro il sionismo internazionale, più che il suggerimento di un tema da sviluppare, appare piuttosto il segno del nuovo orientamento che Mussolini intende imprimere alla sua battaglia politica. Due anni prima del varo delle leggi razziali, è il Duce stesso a incoraggiare Farinacci a inaugurare la svolta antisemita.

Roberto Festorazzi
Avvenire

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