La rivincita dei poeti

Papini, Garin e le inquietudini del Novecento

Dal 25 al 27 febbraio si svolge a Roma, presso l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, il convegno “Il Novecento di Eugenio Garin”. Anticipiamo un estratto di una delle relazioni.

di Simonetta Bassi
Università di Pisa

Il 16 maggio del 1937 Papini tiene un discorso intitolato “Pensieri sul Rinascimento” al primo “Convegno di studi sul Rinascimento”. Pubblicato nel 1938, aprirà il primo numero de “La Rinascita” riscuotendo il plauso di Garin, come risulta da una lettera del 7 maggio di quell’anno:  “Eccellenza gradisca innanzitutto i miei ringraziamenti per il fasc. di “Rinascita” e mi permetta di dirLe il mio consenso per taluni spunti di valutazione del rinascimento contenuti nei suoi “Pensieri””. In quel saggio Papini sostiene fra l’altro tre tesi:  il Rinascimento ha rappresentato la nuova alleanza di uomo e Dio (“a me sembra che il segreto della rinascita e della sua grandezza sia nella riconciliazione dell’uomo con se medesimo e nel suo volgersi a Dio per nuove strade”); essa è il tempo della magnificazione dell’uomo e della sua forza creatrice e artistica che si pone a imitazione dell’attività divina; rappresenta il tempo della restaurazione dell’uomo senza l’estromissione di Dio:  la rinascita pacifica di ciò che nel medioevo risulta scisso e che poi, nell’età moderna, verrà nuovamente separato.
Si tratta di argomenti importanti, cui Garin si rifarà in modo esplicito nella sua prima raccolta organica dedicata al Rinascimento:  la chiusa infatti dell’introduzione al volume Il rinascimento italiano, pubblicato nel 1941, è tutta svolta all’insegna di questi temi. Il Rinascimento, scrive Garin, è stato soprattutto un regno spirituale e pertanto si deve abbandonare, parlando di quell’età, sia l’esaltazione dei superuomini liberi da ogni freno, che quella del paganismo. Il Rinascimento – spiega Garin citando esplicitamente Papini – è “ritrovamento della natura sempre nuova e viva, dell’uomo intero che sa d’esser divino e non mera bestia”. La rinascita non è dunque caratterizzata dal titanismo, dal superomismo, né dall’asprezza delle lotte:  ha sognato, al contrario, la pace umana, “la concorde discordia degli spiriti creanti, il regnum hominis“. Dove viene messo in luce, con nettezza, il carattere utopico sia di tante riflessioni umanistiche, sia di tante riflessioni storiografiche su quell’età.
Su un altro punto la sintonia fra Papini e Garin è altissima:  nella interpretazione della rinascita come età squisitamente cristiana e nel conseguente stretto rapporto, da Papini solo accennato, da Garin sistematicamente studiato, fra riflessione umanistica e discussioni patristiche. Garin dirige le sue indagini in questa direzione già nel 1938, scrivendo un saggio dedicato a La dignitas hominis e la letteratura patristica, giudicato in una lettera a Papini del 18 giugno “polemico” proprio per la sua natura cristiano-ermetica, in netta antitesi con la valutazione della dignità dell’uomo quale eredità del pensiero classico. Secondo Garin, piuttosto, su questo punto il pensiero della rinascita compie un’operazione di grande novità, raccogliendo in una prospettiva unificante aspetti platonici del pensiero classico, la valorizzazione patristica del secondo Adamo che si riscatta dalla miseria con la fede e le opere, spunti ermetici già trattati diffusamente dai Padri:  “è nel neoplatonismo, nell’ermetismo, nei Padri della Chiesa – scrive Garin – che gli umanisti cercano più viva e profonda ispirazione”. E continua:  “Essi vogliono superare il lacerante dissidio della tarda scolastica fra filosofia e religione, fra Aristotele e la Bibbia. Fiduciosi nell’unità dello spirito, vogliono trovare l’unità del vero, la certezza del sapere e il valore della fede riandando a quelle fonti ove la religione non si cristallizzava nella lettera muta, ove la ragione, consapevole delle sue radici divine, non solo non opponeva a quella la scienza, ma a questa medesima trovava senso e valore proprio nell’unità della spiritualità e nella sua divina validità universale”.
In questa interpretazione della rinascita, che Garin viene elaborando a cavallo degli anni Quaranta, si trovano già presenti e operanti alcuni dei motivi che costituiranno i caratteri più significativi della sua riflessione, e non soltanto di quella storiografica. Innanzitutto la secca condanna di ogni prospettiva “scientista”:  se alla fine dell’Ottocento essa si esprimerà attraverso le derive del positivismo, significativamente messe in luce nei saggi fra gli anni Sessanta e Settanta; nell’età rinascimentale tale deriva si esprime da una parte, attraverso il concetto di microcosmo di matrice stoica (criticato perché porta alla svalutazione della dimensione umana, riducendo l’uomo a essere ente fra enti); dall’altra, attraverso i sillogismi razionali dell’aristotelismo medievale (criticato perché spezza l’unità della natura e dello spirito). Sotto la stessa falce cade anche l’astrologia, perché interpreta in modo meccanico le cause delle azioni umane, facendole dipendere in modo rigoroso dagli influssi celesti.
In secondo luogo, strettamente correlato con il precedente assunto, sta il valore della rinascita individuato tutto nella costruzione del più compiuto regnum hominis, in cui si salda in una sola adunatio la prospettiva umana e quella divina. L’uomo è sì miserabile, vive sì in una dimensione drammatica, ma non è a essa destinato, né abbandonato. Può farsi come Dio, avvicinarsi spiritualmente al primo Adamo fatto a immagine e somiglianza di Dio, lasciando sullo sfondo il secondo Adamo impastato con terra e acqua. Questo tentativo di costruire un mondo di uomini e per gli uomini rimane, a giudizio di Garin, un compito che la filosofia umanistica ha consegnato alla riflessione e attività umana fino al Novecento, se potrà scrivere al termine della Storia della filosofia, pubblicata nel 1945 per Vallecchi, che il lavoro dello storico è quello di individuare quella profonda armonia, quella filosofica pace che “oltre i tempi, le vicende e i dissidi, pacifica gli uomini di buona volontà che vogliono conoscere se stessi e vivere secondo la raggiunta saggezza”.
Questa interpretazione della rinascita, fondata sulla centralità dell’uomo in colloquio ricco e fecondo con Dio e con la natura, si propone, anche nel lessico, pressoché immutata fino al 1942, e si trova in piena sintonia con quanto negli stessi anni viene sostenendo Papini sia nei suoi lavori sul Rinascimento che attraverso la direzione della rivista “La Rinascita”. Garin e Papini attuano un programma convergente:  recuperare all’attenzione degli studiosi un’idea di rinascita incentrata sull’uomo inteso nella sua complessità (ragione, ma anche intuizione; storia e natura; ansia di spiritualità e richiamo carnale). Non a caso entrambi polemizzano ripetutamente con la “ragione sillogizzante”. Scrive Papini nei “Pensieri”:  “La grande scoperta del rinascimento italiano fu, dunque, questa:  restituire all’uomo i suoi diritti e la sua piena eredità, a tutto l’uomo, e non solo all’io sillogizzante e contemplante”. Qui sta la grandezza della rinascita, nell’aver restaurato l’uomo nella sua complessità:  nel medioevo, infatti, “avevan dominato i razionalisti, gl’intellettualisti, i verbalisti (…) contava soltanto l’io:  l’io raziocinante o l’io estatico”. Garin da parte sua scriverà nel 1938:  “La ragione sillogizzante aveva opposto sempre più fede e intelletto, Dio e mondo, riducendo le radici di questo a un enigma insolubile, la cognizione di quello a un’ineffabile intuizione mistica”. E nel 1942:  “Nelle finezze del sillogizzare si era venuta obliando l’angosciosa problematica da cui era sorto il filosofare. (…) Quel senso dell’opera umana, quell’intimità col Dio d’amore, quel ripudio di morti schemi nell’appello a una più profonda esperienza di vita, quella ribellione alle astrattezze del vuoto sillogizzare, tutto questo faceva più intima la comprensione della dottrina del Cristo, l’Uomo-Dio”. La ragione, insomma, deve complicarsi per poter sporgersi sull’abisso della vita. E quando lo strumento logico fallisce, ecco che “proviamo con l’immaginazione – scrive Papini – e coll’osservazione:  alla dialettica sostituiamo la creazione plastica”, e la ricerca di Dio viene perseguita attraverso “la riconquista e la trasfigurazione della natura” opera di Dio come l’intelletto agente.
In altre parole:  lo strumento più idoneo per questo sporgersi oltre il limite dell’architettura logica è per Papini rappresentato dalla poesia. “La rinascita – esclama Papini – è la rivincita dei poeti sui filosofi”. Garin a sua volta, forse con qualche distinguo e maggiore sobrietà, si riconosce in questa interpretazione:  non a caso, nel 1941 in una noterella dedicata a Manetti e Pico, ritornando sull’unità che caratterizza il mondo rinascimentale – “incarnazione vivente dello spirito, musicale inno a Dio” – osserva che “l’esaltazione della bellezza, sigillo dell’attività creatrice dello spirito, traluce da ogni opera del rinascimento”.

L’Osservatore Romano

Tag: ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: